A trent’anni dalla scomparsa di Augusto Del Noce

Il 30 dicembre 1989 moriva Augusto Del Noce, uno dei più insigni filosofi cattolici italiani del dopoguerra. Nei giorni scorsi sul Corriere si ricordava l’acuto giudizio di Piero Prini, secondo il quale la sua peculiare lettura della filosofia moderna fu la causa del suo sostanziale isolamento. Una «geniale anomalia», annota l’articolo, che «da un lato incontrava l’ostacolo del neoidealismo e del marxismo», ma dall’altro «era proprio il pensiero cattolico neotomista che lo percepiva come un corpo estraneo». Considerazioni in linea con questo mio articolo apparso in questi giorni su L’Osservatore Romano.

 

L’Osservatore Romano, venerdì 27/sabato 28 dicembre, Cartesio non era ateo (M. Borghesi)

 

Il 30 dicembre 1989 moriva a Roma Augusto Del Noce, uno dei più illustri pensatori cattolici italiani del Novecento. A trent’anni dalla morte è possibile fare un bilancio del suo pensiero che gli renda adeguatamente giustizia. Contrariamente all’opinione che lo vedeva come un pensatore volto al passato, generata dalla sua critica del gramscismo e dall’infuocato dibattito ideologico-politico degli anni Settanta, va riconosciuto al filosofo piemontese il merito di aver posto in crisi la visione reazionaria del pensiero moderno dominante nella formazione intellettuale cattolica del Novecento. Contrariamente all’orientamento neoscolastico, attratto dai medievali, la riflessione del giovane Del Noce prende l’avvio dalla sua tesi su Malebranche e dai saggi sul pensiero francese del ‘600 pubblicati negli anni Trenta. In un tempo in cui la cultura italiana era dominata dall’idealismo di matrice tedesca egli si considera un «allievo “privato” della Sorbona».

Questa formazione francese si arricchisce, nei primi anni Quaranta, con l’apporto della corrente esistenziale di cui in Italia era un illustre esponente Luigi Pareyson. Dopo il 1943 la sua opposizione morale al fascismo, maturata grazie alla lettura di Humanisme integral di Jacques Maritain e alla reazione verso la guerra d’Etiopia, diviene in Del Noce impegno filosofico-politico, momento di una riflessione a cui concorre il sorgere del nuovo partito dei cattolici, quella Democrazia Cristiana il cui scopo, sotto la guida di Alcide De Gasperi, era di ricucire lo strappo tra cattolicesimo e modernità in funzione antitotalitaria. La breve esperienza nel Movimento della sinistra cristiana, a fianco di Franco Rodano e Felice Balbo tra la fine del 1943 e gli inizi del 1944, concorre alla maturazione di questa fisionomia. Nasce, sulle ceneri del pensatore “manicheo” che alla fine degli anni Trenta disdegnava, al seguito di Pietro Martinetti, la storia come regno della forza e della violenza, il filosofo mediante la storia, il pensatore politico che darà prova di sé, con eccezionale maturità, nelle colonne de «Il Popolo Nuovo» di Torino. La sua produzione di storiografia filosofica precedente al 1943 assume un rilievo del tutto nuovo dopo tale data. Gli studi sull’età cartesiana, degli anni Trenta, consentono di aprire nuove strade nell’interpretazione del pensiero moderno. Essi documentano la scissione tra vita spirituale e storia che caratterizza il pensiero cristiano dell’età barocca, una scissione che deve essere superata se il cristiano voleva essere in grado di sostenere la sfida del comunismo.

Da questo punto di vista lo studio e il confronto con l’opera di Maritain assumono, nella biografia speculativa delnociana, un valore decisivo. Maestro mai rinnegato, anche quando a partire dagli anni Sessanta sottoporrà a critica talune sue posizioni, Maritain è stato per Del Noce il filosofo dell’antifascismo e, insieme, colui che, con Umanesimo integrale, riconciliava il pensiero cristiano con la democrazia moderna. Come scriverà ancora nel 1982, la lezione di Maritain consisteva nella «liberazione della filosofia cattolica della storia dall’“utopia archeologica”, che prendeva la forma dell’opposizione della società medievale alla società moderna, o del sogno romantico della restaurazione del Sacrum Imperium». Occorreva, allo scopo, superare l’anti-moderno cattolico la cui mentalità “reattiva” era all’origine della diffidenza verso il sistema liberale. Donde la pertinenza di quanto osserva Buttiglione, e cioè che «l’ambizione segreta di Del Noce sia sempre stata quella di offrire la via di quella conciliazione di cattolicesimo e modernità che il modernismo aveva fallito».

Sul versante filosofico, la riconciliazione tra cristianesimo e modernità impegnerà l’autore in una complessa revisione dei quadri della storiografia idealistica che lo accompagnerà per tutti gli anni Cinquanta. Una revisione innovativa che rompe con un punto fermo del pensiero cattolico, così conservatore come progressista, quello che fa perno sull’anti-Cartesio.

Al contrario per Del Noce, Cartesio, come un Giano bifronte, è sì l’inizio del moderno ma di una modernità “ambigua”, passibile di svilupparsi lungo una linea “cattolica” franco-italiana da Malebranche a Rosmini, oppure di proseguire in una direzione razionalistico-immanentistica, lungo il filone tedesco che culmina in Hegel. Interpretazione originalissima perché, come osserva Mathieu, «è lui il primo a dire che Cartesio non era ateo, ma anzi che era possibile un’interpretazione teologica, religiosa quasi mistica, del cartesianesimo». Il pensiero cristiano moderno era erede di Cartesio, non dell’anti-Cartesio. Del Noce capovolgeva la posizione reazionaria, affermava una lettura ad essa irriducibile. Lo poteva fare perché rovesciava, ad un tempo, la visione “laica” di un Cartesio razionalista. Il pensiero cartesiano, come mostrava l’interpretazione di Jean Laporte, trovava il suo motivo fondante nell’esperienza della libertà; il capovolgimento dal dubbio alla certezza aveva come scopo di vincere il dubbio scettico-libertino, erede del naturalismo rinascimentale e del suo ateismo. Cartesio è un momento della Riforma cattolica la quale, opponendosi al naturalismo libertino, esalta la connessione essenziale tra libertà dell’uomo e presenza di Dio. Del Noce perveniva, in tal modo, ad una legittimazione “critica” del moderno senza che ciò volesse significare l’adesione “modernistica” al medesimo. Una prospettiva feconda che troverà la sua attuazione nell’incontro tra cattolicesimo e libertà moderne promosso dal Concilio Vaticano II.

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