Antonio Russo e gli studi recenti su De Lubac pubblicati in Italia

La rassegna critica “Récentes études et recherches sur Henri de Lubac en Italie” di Antonio Russo, ordinario di filosofia morale all’Università di Trieste, è apparsa in questi giorni su Sommaire du Bulletin 2019 de L’Association Internationale Cardinal Henri De Lubac.

Nella sua interessante rassegna Russo, che è autore di una monografia fondamentale su de Lubac (“Henri de Lubac: teologia e dogma nella storia. L’influsso di Blondel”, Studium 1990), esamina il grande teologo francese alla luce anche dei miei studi su “Ateismo e modernità. Il dibattito nel pensiero cattolico italo-francese” (Jaca Book 2019) e “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”(Jaca Book 2017).

Di seguito il testo di Russo in Italiano e francese. 

 

Recenti studi e ricerche su Henri de Lubac in Italia. Il rapporto Chiesa-mondo contemporaneo

 

In Italia, negli ultimi anni, le pubblicazioni e gli interventi, volti a ripercorrere i principali tratti dell’opera di Henri de Lubac (1896-1991), si sono susseguiti con un’ampia offerta di discussione, soprattutto per quanto riguarda il rapporto Chiesa-mondo contemporaneo. Questo è avvenuto nella convinzione che egli, con le sue opere, ha condotto «in maniera decisiva…ad una nuova determinazione del ruolo e della presenza della Chiesa cattolica nel mondo moderno del Ventesimo secolo». Come ha affermato anche J. Ratzinger, all’Università Gregoriana (Roma, 19 dicembre 1996), «la sua produzione ha segnato in maniera duratura la teologia cattolica contemporanea, facendolo quasi assurgere a figura emblematica del travaglio che ha portato al Vaticano II». Poi, Papa Francesco, nella Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24 novembre 2013) e in altri suoi discorsi e interventi, ha riproposto alcune aspetti di fondo della produzione del teologo francese, come la critica della mondanità spirituale della Chiesa e ne ha fatto uno dei Leitmotiv del suo magistero. Il tema del rapporto Chiesa-mondo, com’è noto, è centrale nella Costituzione pastorale Gaudium et spes, alla cui redazione proprio de Lubac dette un decisivo contributo, soprattutto lavorando molto, «fianco a fianco», con l’allora mons. Karol Wojtyla, in un’assidua e costante collaborazione che «segnò l’inizio di una ‘speciale amicizia’ tra i due». In Italia, il più recente volume dato alle stampe, è costituito non a caso dalla riedizione del testo di de Lubac su La rivelazione divina e il senso dell’uomo. Commento alle Costituzioni conciliari Dei Verbum e Gaudium et spes (Milano, Jaca Book 2019), con una sintetica, ma densa e ben informata introduzione di Franco Buzzi. Buzzi, collocandosi molto felicemente, in questo suo intento, sulla linea interpretativa di Kasper, Ratzinger, vede in de Lubac un autore che ha dato un apporto significativo nel «rendere possibile quel rinnovamento della teologia e della vita della Chiesa che si sono espressi nel Concilio Vaticano II. Infine, de Lubac, con i suoi ultimi commenti ai documenti conciliari, ha opportunamente suggerito alla Chiesa postconciliare alcune linee teorico-pratiche di sviluppo, pienamente coerenti con la tradizione ecclesiale da lui ampiamente esplorata». Quest’anno, sulle stesse questioni di fondo, cioè sul rapporto Chiesa-mondo contemporaneo, è apparso anche il pregevole volume di Massimo Borghesi (Ateismo e modernità, Jaca Book, Milano 2019), che si articola in varie parti e tratta vari autori, ma è percorso da un unico filo conduttore che ci dà la misura dell’unitario impianto culturale e dell’organicità del testo. Questo filo di Arianna è costituito dal rapporto tra Ateismo e modernità e la prima, programmatica, parte del testo è dedicata alla critica de L’opzione ateistica. De Lubac, Maritain, del Noce. Per Borghesi, le connotazioni essenziali delle posizioni di de Lubac, che emergono soprattutto nel volume Le drame de l’humanisme athée (1944), presentano l’ateismo come «esito di una opzione morale, di una decisione volontaria e libera». Tutto ciò pone le basi, in «singolare analogia» con le tesi espresse da Karl Löwith, nel suo Vom Hegel zu Nietzsche (1941), per considerare la IIa Guerra mondiale non soltanto come una tragica esperienza militare, ma come «un conflitto politico-filosofico», che ha visto perire, in modo tragico, «il titanismo dell’ateismo moderno». Così, de Lubac – considerato uno «tra i maggiori intellettuali cattolici del 900’», assieme a Gilson, Maritain, Fabro e del Noce, che vengono qui presi in esame, non soltanto «per ripercorrere un capitolo di storia delle idee, ma perché dal loro confronto sorge un giudizio sul moderno che costituisce una lezione anche per oggi» – giunge a mettere in questione e a decostruire il «modello consueto» del rapporto tra ateismo e modernità, aprendo la via ad alcuni «aspetti positivi del moderno per altri aspetti criticato». Rispetto «alla totale identificazione tra ateismo e modernità», de Lubac e gli altri autori chiamati in causa, sia pure con accenti diversi e differenze a volte non trascurabili (come ad es. quelle tra Fabro e del Noce), aprono il discorso su di «un’altra modernità», non più accentuatamente negativa, ma che permette di «superare l’immagine unidimensionale del moderno» e di intenderlo nei suoi tratti essenziali come «pluriforme», che «ha più facce», per «ritrovare una sintesi ideale e feconda», dove «fondamentalismo e ateismo rappresentano il passato doloroso dell’Europa». Borghesi svolge questo discorso, ancora una volta con esplicito riferimento a de Lubac, anche nel suo volume Jorge Maria Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica (Milano 2017). In esso, infatti, egli parla della formazione intellettuale di Papa Francesco e afferma che le sue principali istanze sono espressione di un pensiero il cui centro consiste in una «dialettica antinomica», tipica di una Scuola, «quella dei gesuiti», rappresentata in maniera esemplare da Eric Przywara, Henri de Lubac, Gaston Fessard. Questa convergenza profonda e sostanziale, e su punti non certo marginali, secondo Borghesi, è possibile avvertirla se si leggono alcune parti dell’opera principale e programmatica di de Lubac, cioè Catholicisme. Les aspects sociaux du dogme (1938), dove compare ed, anzi, è ben presente il discorso dell’antinomia tra gli aspetti sociali del dogma e la salvezza individuale, tra persona e comunità, universale e individuale. Come viene molto opportunamente, ed a ragione, citato dallo stesso Borghesi, de Lubac, nel trattare della Chiesa, parla di «antinomia presente che ci obbliga a riflettere sui rapporti della distinzione e dell’unità per comprendere meglio l’armonia del personale e dell’universale. Il “paradosso” dogmatico ci obbliga a sottolineare il “paradosso” naturale, di cui costituisce l’espressione superiore e rafforzata, vale a dire che la distinzione si manifesta tanto più tra le diverse parti dell’essere, quanto più stretta diviene l’unione tra queste parti». Tutto ciò implica una visione della Chiesa come coincidentia oppositorum (in sintonia con Möhler, Guardini, Przywara). Implica, poi, il considerare l’unita non come confusione, perché «la distinzione non è separazione. Ciò che si oppone, non è forse altrettanto congiunto, e dal piu vivo dei vincoli, quello d’un mutuo appello? L’unione vera non tende a dissolvere gli uni negli altri gli esseri che riunisce, ma a perfezionarli gli uni con gli altri. Il Tutto non è dunque “l’ antipodo, ma il polo stesso della Persona”. “Distinguere per unire”, si è detto, e il consiglio è eccellente, ma sul piano ontologico non s’impone con minor forza la formula complementare: unire per distinguere”? Si tratta di una concezione totalmente affine a quella propria di Bergoglio. De Lubac ne fa il perno della sua riflessione in Paradoxe et Mystere de l’Eglise». Questo discorso de Lubac non l’applica soltanto alla Chiesa, ma anche al terreno sociale e politico. Infatti, nel 1933, in un articolo su Patriotisme et Nationalisme, che riprende un testo pressocché omonimo del Blondel, datato 1928, il discorso sulla patria e sul patriottismo viene privilegiato come banco di prova per verificare gli sviluppi possibili della tesi blondeliana sul vinculum. In esso, il teologo francese osserva che il primo termine, non inteso in senso egoistico, è un dovere, mentre il secondo è un falso patriottismo, cioè, nel senso etimologico, esclusivo. Nel patriottismo, rettamente inteso, occorre vedere la possibilità per ciascun individuo di una elevazione al servizio comune, universale. Invece, il nazionalismo considera la patria come un qualcosa di assoluto e la mette al di sopra di tutto. Ma così esso si riduce ad essere nient’altro che un individualismo statale, insostenibile di fatto e di diritto che porta solo alla disgregazione, a sua volta una forma di egoismo tribale. Perciò è un compito di importanza decisiva quello di contribuire a costruire sempre di più il senso della solidarietà (solidarité), affinché il bene comune di un gruppo non possa prescindere o prevalere su quello degli altri. Soltanto allora «il y aurauit de beaux jours pour le catholicisme,- et, par lui, pour les patries». Quali sono le conclusioni da trarre dall’analisi dei testi fin qui visti? In primo luogo è da rilevare che il lascito di Henri de Lubac non ha esaurito tutte le sue potenzialità; e, anzi, per quanto riguarda il tema del rapporto Chiesa-mondo, che è un aspetto oggigiorno più che mai attuale ed urgente, esso merita di essere largamente ri-proposto all’attenzione non soltanto degli studiosi. La produzione scientifica di Henri de Lubac e i suoi risultati sono più che mai attuali e fecondi e meritano di essere valorizzati, e non soltanto di essere messi in evidenza a scopi puramente celebrativi, ma come esempi da cui attingere una dottrina veramente ecclesiale e cattolica, che non trascura, ma anzi tiene adeguatamente conto dei suoi aspetti sociali e delle sue implicazioni per quanto concerne il rapporto persona-società, Chiesa-Mondo, individuale e universale.

 

 

Récentes études et recherches sur Henri de Lubac en Italie. Le rapport Église-monde dans le monde contemporain. En Italie, ces dernières années, les publications et interventions, visant à retracer les traits principaux de l’œuvre d’Henri de Lubac (1896-1991), se sont succédées en de vastes débats, surtout en ce qui concerne le rapport Église-monde dans le monde contemporain. Cela s’est produit avec la conviction que le P. de Lubac a, par ses œuvres, conduit «de manière décisive à une nouvelle détermination du rôle et de la présence de l’Église catholique dans le monde moderne du vingtième siècle». Comme l’affirmait encore J. Ratzinger à l’Université grégorienne (Rome, le 19 dicembre 1996), « sa production a marqué de façon durable la théologie catholique contemporaine, le faisant presque s’élever à une figure emblématique du tourment qui a conduit à Vatican II ». Ensuite, dans son Exhortation apostolique Evangelii Gaudium (24 novembre 2013) et dans d’autre discours et interventions, le pape François a reproposé certains aspects fondamentaux de la production du théologien français, comme la critique de la mondanité spirituelle de l’Église dont il a fait un leitmotiv de son magistère. Le thème du rapport Église-monde, comme on sait, est central dans la Constitution pastorale à la rédaction de laquelle Lubac a participé d’une façon décisive, surtout en travaillant beaucoup, côte à côte, avec celui qui était alors Mgr Karol Wojtyła. Cette collaboration assidue et constante « marqua le début d’une “amitié spéciale” entre eux deux ». En langue italienne, le dernier ouvrage du P. de Lubac à être paru est justement celui sur La Révélation divine, avec une introduction synthétique, dense et bien informée de Franco Buzzi. Buzzi, se situant très heureusement et intentionnellement dans la même perspective que Kasper et Ratzinger, voit dans le P. de Lubac un auteur qui a apporté une contribution significative pour « rendre possible ce renouveau de la théologie et de la vie de l’Église qui se sont exprimés dans le Concile Vatican II. Enfin, avec ses derniers commentaires des documents conciliaires, le P. de Lubac a opportunément suggéré à l’Église postconciliaire quelques lignes théorico-pratiques de développement, en pleine cohérence avec la tradition ecclésiale qu’il a largement explorée ». Cette année, sur les mêmes questions de fond relatives au rapport contemporain entre l’Église et le monde, est également paru le précieux volume de Massimo Borghesi (Ateismo e modernità, Jaca Book, Milano 2019). S’y trouvent rassemblées diverses contributions sur divers thèmes autour d’un unique fil conducteur qui nous donne la mesure de l’ancrage culturel unifié et de l’organicité du texte. Ce fil d’Arianne est constitué du rapport entre Athéisme et modernité, et la première partie du texte, qui est programmatique, est dédiée à la critique de L’option athée. Lubac, Maritain, del Noce. Selon Borghesi, les thèses essentielles du P. de Lubac, qui émergnent surtout dans son volume sur Le drame de l’humanisme athée (1944), présentent l’athéisme comme « issu d’une option morale, d’une décision volontaire et libre ». Tout cela pose les bases, dans une « singulière analogie » avec les thèses de Karl Löwith exposées dans son Vom Hegel zu Nietzsche (1941), pour considérer la Seconde Guerre Mondiale non seulement comme un expérience militaire terrible, mais comme « un conflit politico-philosophique », qui a vu périr, de façon tragique, « le titanisme de l’athéisme moderne ». Ainsi, Lubac – considéré comme « l’un des plus grands intellectuels du XXe siècle » avec Gilson, Maritain, Fabro et del Noce ici examinés, non seulement « pour reparcourir un chapitre de l’histoire des idées, mais aussi parce que, de leur confrontation surgit un jugement sur la modernité qui constitue encore une leçon pour aujourd’hui » – en arrive à remettre en question et à déconstruire le « modèle habituel » du rapport entre athéisme et modernité, en ouvrant la voie à certains « aspects positifs du moderne critiqué sous d’autres aspects ». Par rapport à « l’identification totale entre athéisme et modernité », Lubac ouvre, avec les autres auteurs mentionnés, bien qu’avec des divergences parfois non négligeables (comme par exemple celle entre Fabro et del Noce), le discours sur « une autre modernité ». Il dépasse ainsi la perception habituellement monolithique et négative de la modernité par une vision de celle-ci comme essentiellement « pluriforme », à « visage multiple ». Il devient alors possible d’en offrir une synthèse féconde, dans laquelle « le fondamentalisme et l’athéisme représentent le passé douloureux de l’Europe ». Borghesi tient ce discours dans son volume Jorge Maria Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica (Milano 2017) avec, encore une fois, une référence explicite à Lubac. En effet, il y parle de la formation intellectuelle du pape François et affirme que ses principales instances sont l’expression d’une pensée dont le centre consiste en une « dialectique antinomique », typique d’une école, « celle des jésuites », particulièrement bien représentée chez Eric Przywara, Henri de Lubac, Gaston Fessard. Selon Borghesi, on peut sentir cette convergence profonde et substantielle [entre Lubac et le pape François] sur des points, qui plus est, n’ont rien de marginal, en lisant certaines parties de l’œuvre majeure et programmatique du P. de Lubac, Catholicisme. Les aspects sociaux du dogme (1938), où apparaît nettement cette dialectique antinomique; entre les aspects sociaux du dogme et le salut individuel; personne et communauté; universel et individuel. Très opportunément, et à juste titre cité par Borghesi lui-même, Lubac, en parlant de l’Église, parle de « l’antinomie présente qui nous oblige à réfléchir sur les rapports de la distinction et de l’unité pour mieux comprendre l’harmonie du personnel et de l’universel. Le “paradoxe” dogmatique nous oblige à soutenir le “paradoxe” naturel dont il constitue l’expression supérieure et renforcée, c’est-à-dire que la distinction se manifeste d’autant plus entre les différentes parties de l’être que l’union entre ces parties devient plus étroite ». Tout cela implique une vision de l’Église comme coincidentia oppositorum (ainsi de même chez Möhler, Guardini, Przywara), et une compréhension de l’unité qui diffère de la confusion, car « la distinction n’est pas une séparation. Ce qui s’oppose n’est-il pas tout autant conjoint, et ce, par le plus vivant des liens, celui d’un appel mutuel ? L’union véritable ne tend pas à dissoudre les uns dans les autres les êtres qu’elle rassemble, mais à les perfectionner les uns avec les autres. Le Tout n’est donc pas “l’antipode, mais le pôle même de la Personne”. “Distinguer pour unir”, dit-on, et le conseil est excellent, mais sur le plan ontologique, la formule complémentaire ne s’impose-t-elle pas avec moins de force: “unir pour distinguer” ? Cette conception, totalement apparantée à celle de Bergoglio, Lubac en fait le pivot de sa réflexion dans Paradoxe et Mystere de l’Église ». Ce propos lubacien ne vaut pas seulement pour l’Église, mais s’applique également au domaine social et politique. En effet, dans un article de 1933 intitulé Patriotisme et Nationalisme, qui reprend un texte presque homonyme de Blondel, daté de 1928, le discours sur la patrie et le patriotisme est privilégié comme banc d’essai pour vérifier les développements possibles de la thèse blondélienne sur le vinculum. Dans son article, le théologien français observe que le premier terme, s’il n’est pas pris en un sens égoïste, est un devoir, tandis que le second est un faux patriotisme, c’est-à-dire, au sens étymologique, exclusif. Dans le patriotisme bien compris, il faut voir la possibilité pour chaque individu d’une élévation au service commun, universel. Au lieu de cela, le nationalisme considère la patrie comme quelque chose d’absolu et la place au-dessus de tout. Mais ainsi, il se réduit à un individualisme étatique, insoutenable de fait et de droit, qui ne conduit qu’à la désagrégation et à une forme d’égoïsme tribal. C’est pourquoi il est d’une importance décisive de contribuer toujours davantage à construire le sens de la solidarité, pour que le bien commun d’un groupe ne puisse pas faire abstraction ou prévaloir sur celui des autres. Alors seulement, « il y aurait de beaux jours pour le catholicisme,- et, par lui, pour les patries ». Quelles conclusions pouvons-nous tirer des textes analysés ici ? En premier lieu, il convient de relever que l’héritage d’Henri de lubac n’a pas épuisé toutes ses potentialités. Au contraire même, en ce qui concerne la question du rapport Église-monde, un aspect aujourd’hui plus que jamais actuel et urgent, cet héritage mérite d’être largement proposé à nouveau, et pas seulement à l’attention des chercheurs. La production scientifique d’Henri de Lubac et ses résultats sont plus que jamais actuels et féconds: ils méritent d’être valorisés, plus que simplement loués, en les prenant comme des exemples à partir desquels puiser une doctrine vraiment ecclésiale et catholique, qui ne néglige pas mais au contraire articule adéquatement ses aspects sociaux avec les implications qu’ils entraînent en ce qui concerne le rapport personne-société, Église-Monde, individuel et universel. Antonio Russo Università di Trieste russoan@units.it (traduit par Marie-Gabrielle Lemaire)

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