Auguri a Benedetto. Un magistero critico del relativismo e della teologia politica

Pubblico oggi, compleanno di Benedetto XVI, questa parte dell’introduzione del mio volume “Senza legami. Fede e politica nel mondo liquido. Gli anni di Benedetto XVI” (Studium 2014).

 

Il papato di Ratzinger deve misurarsi con i gravi problemi interni e, all’esterno, con una globalizzazione divenuta, dopo l’11 settembre, decisamente manichea. Nel 2005 l’occidente si muove tra relativismo e manicheismo. È il retaggio del neopositivismo e del postmodernismo che accompagnano il post-’68 trionfante nel post-’89 e, al contempo, è il volto duro di un occidentalismo forte che si illude di trovare l’ethos di una modernità perduta a partire dal nemico, dalla lotta contro l’eterno avversario del mondo cristiano: l’Islam. Questa seconda direzione presumerà di trovare in Ratzinger il teologo tedesco responsabile dell’ex Sant’uffizio, il “suo” Papa. Rimarrà delusa. In realtà per Benedetto XVI la critica al relativismo, all’ideologia che accompagna la globalizzazione “democratica” come modello individualistico, è solo la metà del problema. Quel relativismo si sposa al naturalismo di un ateismo edonistico e darwiniano che misura il valore della vita dalla sua qualità, dal suo benessere, economico e fisico. Fuori da certi parametri la vita non ha senso, non merita di essere né sopportata né vissuta. Se il relativismo è l’occidentalismo “debole”, il manicheismo ne è il volto “forte”. Sostenuto dall’amministrazione Bush e dalla corrente teocon esso teorizza, dopo il 2001, lo “scontro di civiltà” paventato dal noto volume di Samuel Huntington. Al pari di Giovanni Paolo II, deciso oppositore della teologia politica teocon durante la seconda guerra in Iraq, anche Benedetto, il cui nome richiama consapevolmente quello di Benedetto XV, il Papa della condanna della guerra come “inutile strage” si opporrà in modo fermo alla guerra, come quella di Israele in Libano, così come allo scontro tra cristianesimo ed Islam. La sfida portata al mondo islamico è ideale, non guerriera. Essa, come mostra il discusso discorso di Ratisbona, concerne la teologia politica dell’Islam, la troppo stretta connessione tra la fede e il potere, la critica al fondamentalismo religioso, la valorizzazione della ragione come luogo essenziale del dialogo tra credenti di religioni diverse. Presupposto del dialogo è, così, la necessaria distinzione tra la fede e la spada, religione e politica, fede e ragione. Una differenza che porta l’agostiniano Ratzinger a valorizzare il principio della libertà religiosa, sancito dal Vaticano II, come momento necessario dell’incontro tra il cristianesimo e la parte più autentica dell’illuminismo moderno. Per il teologo Ratzinger «il cristianesimo in quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell’ordinamento statale. Ha sempre definito gli uomini, tutti gli uomini senza distinzione, creature di Dio e immagine di Dio, proclamandone in termine di principio, seppure nei limiti imprescindibili degli ordinamenti sociali, la stessa dignità. In questo senso l’illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell’ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato. […] È stato merito dell’illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha nuovamente evidenziato la corrispondenza tra cristianesimo e illuminismo, cercando di arrivare ad una vera conciliazione tra Chiesa e modernità».

Affermazioni di grande rilievo, confermate a più riprese da Benedetto XVI, che mostrano quanto sia fuorviante l’immagine, a lungo promossa dai mass media, di un papato chiuso e conservatore. In realtà ciò che l’intellighenzia laica non gradiva, almeno in Italia, era proprio il volto “laico” del teologo Ratzinger, quel suo posizionarsi sul terreno moderno nel confronto tra fede e ragione.

Questo pregiudizio ostile, che parte della cultura laica ha conservato verso Papa Benedetto, ha subito un’evoluzione sino a mutare, in misura considerevole, durante l’ultima fase del Pontificato. I motivi di novità e il valore di una testimonianza si sono imposti all’attenzione anche dei media. Innanzitutto l’humilitas di Benedetto, quel suo stile evangelico di proporre il messaggio cristiano nella sua semplicità essenziale, incentrato sulla misericordia (Deus caritas est) e non sulla condanna, sul rispetto della libertà e non sulla coercizione. Una prospettiva che tiene idealmente presente il tempo dei Padri, di Agostino, dei primi secoli della fede. E poi, in secondo luogo, l’energia con cui il Papa si è fatto carico della «sporcizia nella Chiesa», dello scandalo della pedofilia del clero senza nascondere nulla, né addebitare alla società le colpe della Chiesa. È da qui che muovono le rettifiche della cultura laica, la nuova immagine di Benedetto che troverà la sua conferma nella decisione, inaudita, delle sue dimissioni, un gesto in cui il distacco evangelico dal potere assume un valore assoluto e diviene programma ideale per la purificazione della Chiesa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *