Bergoglio senza pregiudizi, l’intervista di “Frammenti di pace”

«Sono stato rimproverato di non aver citato i campioni della teologia progressista. Il motivo è semplice, Bergoglio pur non essendo un conservatore – non lo è certamente sul piano sociale – non li ha come maestri. La sua formazione ha come modello de Lubac e von Balthasar. Teologicamente è la linea della rivista internazionale “Communio”». È una delle risposte di Massimo Borghesi all’intervista di Antonio Gaspari di Frammenti di pace, testata cattolica online, dal significativo “Bergoglio senza pregiudizi”. E in effetti il libro del filosofo di Sansepolcro riserva molte sorprese, al punto che l’autore stesso annota che «può dispiacere a quanti speravano che potesse offrire una sponda per criticare il Papa».

 

Frammenti di pace, domenica 17 dicembre, Bergoglio senza pregiudizi! (int. a cura di Antonio Gaspari) (link http://www.frammentidipace.it/Pages/PrimoPiano/2953/Bergoglio_senza_pregiudizi)

 

Diverse le critiche che vengono rivolte a Papa Francesco, tra le quali quella di una debole e parziale formazione teologica e filosofica.

Per rispondere a questa ed altre critiche rivolte al Pontefice, il filosofo, docente universitario e autore di tante pubblicazioni, Massimo Borghesi, ha scritto il libro “Jorge Mario Bergoglio – Una biografia intellettuale”, pubblicato da Jaca Book.

In questo libro, il prof. Borghesi analizza e ripercorre la formazione intellettuale del Papa.

Formatosi alla scuola dei Gesuiti, di quelli francesi in particolare, Bergoglio ha assimilato – a parere di Borghesi – il messaggio di sant’Ignazio attraverso la lettura, “dialettica e mistica” ad un tempo, di uno dei più acuti filosofi del XX secolo: Gaston Fessard.

Da qui sorge l’idea del cattolicesimo come “coincidentia oppositorum”, che lo porta all’incontro con l’antropologia polare di Romano Guardini e con il pensiero del più rilevante intellettuale cattolico latinoamericano della seconda metà del ‘900: Alberto Methol Ferré.

Secondo Borghesi, “si precisa, in tal modo, la prospettiva di una riflessione originale e feconda, in grado di misurarsi con le grandi sfide della Chiesa nell’era della globalizzazione”.

Il testo ha potuto giovarsi, per la ricostruzione storico-biografica, di quattro interviste concesse dal Pontefice attraverso il comune amico Guzman Carriquiry, vicepresidente della Commissione Pontificia per l’America Latina.

Per saperne di più, “Frammenti di Pace” ha intervisto il prof. Massimo Borghesi.

Di che cosa parli nel libro “Jorge Mario Bergoglio – Una biografia intellettuale”?

Il volume traccia, per la prima volta, una “biografia intellettuale” di Jorge Mario Bergoglio. Per quanto possa sembrare strano, questo aspetto del Papa, nonostante siano passati più di quattro anni dalla sua elezione, è quello rimasto più in ombra. Come se Bergoglio non avesse una formazione intellettuale degna di nota. In questa assenza di attenzione, il pregiudizio ha giocato un ruolo molto rilevante…

Alcuni sostengono che Papa Bergoglio sarebbe un populista argentino che non capisce l’Europa. Stando all’opinione dei critici, Bergoglio non avrebbe una chiara comprensione della presunta pericolosità del comunismo e della Russia, e non terrebbe conto di tanti anni di “guerra fredda”. Qual è il tuo parere in merito?

È un altro versante del pregiudizio di cui parlavo, che nasce anche da una profonda ignoranza sulla effettiva formazione del Papa. Il rapporto di Bergoglio con il peronismo argentino è un rapporto complesso, come documento nel mio testo, fatto di condivisione dei provvedimenti sociali e di rifiuto di ogni forma di messianismo politico.

La dottrina sociale peronista si oppone tanto all’individualismo quanto al collettivismo marxista. La “teologia del pueblo”, che viene elaborata dai teologi del Rio de La Plata, accetta l’opzione preferenziale per i poveri, accolta dalla Chiesa latinoamericana a Medellin e a Puebla, ma rifiuta nel contempo il metodo e la prassi marxista condivisi dalla “Teologia della liberazione” di Gustavo Gutierrez.

Bergoglio non è certo un conservatore, ma nemmeno un progressista come viene dipinto in Occidente dai siti della destra. È un cristiano sociale che sente molto il dramma degli emarginati e dei sofferenti. Lo sente evangelicamente e non marxianamente.

Bergoglio aborre la violenza in ogni sua forma. Il suo pensiero è un pensiero dell’inclusione non della rivoluzione. Questo pensiero si estende anche alla situazione politica mondiale. Lungi dall’essere un ottimista, un pastore “irenico”, Francesco ha un senso drammatico della storia contemporanea, segnata da una “terza guerra mondiale a pezzi”. I suoi richiami al dialogo, l’impegno fattivo del Vaticano in zone di crisi, corrispondono al suo sentire, alla consapevolezza che il mondo, dopo l’euforia della caduta del muro di Berlino, sta scivolando verso contrasti gravidi di pericolo.

Altri sostengono che la preparazione filosofica e teologica di papa Francesco è debole perché in America Latina non ci sarebbero insegnanti e autori di spessore. A prescindere dal pregiudizio arrogante e un po’ colonialista di alcuni intellettuali europei, nel libro hai svolto una ricerca approfondita sul tema. Puoi dirci cosa hai scoperto?

Questo è un punto insistente dei critici, i quali rimproverano a Bergoglio di essere “latinoamericano” e, quindi, populista, con una formazione intellettuale approssimativa. Una persuasione, foriera di molte altre critiche, che viene smentita dalla ricostruzione operata nel mio volume.

I critici dimenticano un fatto elementare: Bergoglio è un gesuita e, come tutti i Gesuiti, ha avuto una formazione internazionale. I maestri di Bergoglio sono argentini, come il suo professore di filosofia Miguel Angel Fiorito, ed europei, come Gaston Fessard, Carl-Heinz Crumbach, Henri de Lubac. Ad essi si aggiunge, nel 1986, l’influenza fondamentale della filosofia di Romano Guardini.

Maestri latinoamericani – come il grande intellettuale cattolico Alberto Methol Ferré – e maestri europei: in questo mix prende forma il pensiero originale di Bergoglio.

Le scoperte fondamentali presenti nel mio libro sono due, ottenute anche grazie a quattro registrazioni audio che il Papa, con somma cortesia, mi ha trasmesso. Da esse ho potuto apprendere che Gaston Fessard, il grande intellettuale gesuita francese amico di de Lubac, è l’“autore” del giovane Bergoglio, il quale è un assiduo lettore de “La dialectique des Exercices spirituels de Saint Ignace de Loyola”, l’opera del 1956 di Fessard. In essa veniva mostrata l’intima tensione polare alla radice della spiritualità ignaziana: tra grazia e libertà, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Il pensiero cattolico è un pensiero “polare”, che tiene uniti gli opposti, un pensiero “tensionante”.

Quando Bergoglio diverrà provinciale dei Gesuiti argentini, nella seconda metà degli anni ‘70, si ricorderà di questo modello polare. Lo applicherà allora alla Compagnia di Gesù, divisa, come tutta la Chiesa e la società argentina, tra il fascino della rivoluzione e la paura che induceva a dare avallo alla dittatura militare. Questa divisione era il segno del fallimento della Chiesa incapace di unire il popolo.

Per Bergoglio, solo se il cristiano si dimostra una sintesi vivente degli opposti è in grado di portare la sua sfida nella storia. La Chiesa diviene per lui la “complexio oppositorum”. Da qui prende forma un pensiero dialettico, non hegeliano, che lo porta all’incontro con Przywara e poi con Guardini. Methol Ferré, che diverrà il suo intellettuale di riferimento, era anche lui un tomista dialettico influenzato da Fessard.

Insomma, la scoperta del volume è il “filo rosso” che percorre la formazione intellettuale di Bergoglio: il suo “pensiero”.

Pur essendo stato un Vescovo che si è tanto battuto sui temi etici, in Europa e negli Stati Uniti Papa Bergoglio viene criticato perché, a detta dei suoi critici, si occuperebbe troppo dei temi sociali. In particolare è poco compresa la sua sensibilità per i poveri, gli immigrati, i lontani, i peccatori, i rappresentanti delle altre religioni. Che cosa puoi dirci a questo proposito?

Il Papa tiene fermi i due capi della catena: il kerygma, cioè il primato dell’annuncio cristiano in un mondo secolarizzato, e l’impegno sociale verso gli scarti della globalizzazione. Sono due poli dell’impegno cristiano del mondo. Il Papa non nega l’agenda etica, che ha caratterizzato la presenza della Chiesa a partire dagli anni ‘90, ma non la pone in primo piano. Ne affida il valore a chi è direttamente impegnato nella sfera politica. Personalmente crede, seguendo il Romano Guardini de “La fine dell’epoca moderna”, che la secolarizzazione abbia talmente bruciato la sensibilità per i valori etici da obbligare a ripartire dall’annuncio, dalla testimonianza cristiana nella sua essenzialità.

Concentrarsi sui valori etici significherebbe obbligare la Chiesa ad uno scontro continuo, ad una posizione dialettica a scapito della gratuità di una testimonianza che ha come scopo primario quello di incontrare i pagani, tutti i pagani del nostro tempo. Contrariamente a quanti lo accusano di populismo “barricadero”, Francesco non vuole una Chiesa in trincea. La vuole nelle periferie, come insegnava la filosofa Amelia Podetti, molto stimata da Bergoglio. Nelle periferie “esistenziali”, innanzitutto, le quali dilagano al “centro” delle metropoli.

Molti osservatori sostengono che Papa Francesco gode di un sostegno crescente tra il popolo e negli ambienti esterni alla Chiesa perché sta alimentando il sogno di far rinascere la fede delle origini, con una Chiesa povera e per i poveri. Che cosa ne pensi? 

Certamente l’attenzione di Francesco per gli “invisibili” gli ha attirato molte simpatie ma anche, com’era prevedibile, molte ostilità. Le critiche al potere, anche ecclesiastico, al clericalismo, alla Chiesa autoreferenziale, unite a quelle al mondo tecnocratico dominato dalla legge del denaro, hanno suscitato un vero e proprio odio contro di lui. Un odio che, nei settori della destra ecclesiale, prende a pretesto la dottrina per poterlo accusare.

La dottrina è un pretesto, perché Papa Francesco è fermo nella tutela della tradizione. Il polverone suscitato dai “dubia” su “Amoris laetitia” si è rivelato per quello che è: un gran polverone. Il Papa non ha allentato di un millimetro sulla validità oggettiva del primo matrimonio. Il vero motivo delle critiche contro di lui consiste piuttosto nella perdita delle rendite di potere, nelle aspettative di carriera non realizzate. Tutto ciò, unito al conservatorismo sociale, porta a vedere lo spettro del comunismo laddove c’è solo dottrina sociale della Chiesa.

Quali sono le conclusioni del libro che hai scritto e pubblicato? 

Le conclusioni sono già nel primo capitolo. Jorge Mario Bergoglio ha un pensiero, originale e fecondo, un pensiero dialettico che intende la Chiesa come “coincidentia oppositorum”, come presenza di pace in un mondo diviso. Si tratta di una riflessione che si nutre di grandi maestri, argentini (Methol Ferré, Amelia Podetti) ed europei (Przywara, Guardini, de Lubac, Fessard, von Balthasar). Sono i maestri del pensiero cattolico contemporaneo.

Sono stato rimproverato di non aver citato i campioni della teologia progressista. Il motivo è semplice, Bergoglio pur non essendo un conservatore – non lo è certamente sul piano sociale – non li ha come maestri. La sua formazione ha come modello de Lubac e von Balthasar. Teologicamente è la linea della rivista internazionale “Communio”.

Può dispiacere a quanti speravano che il mio testo potesse offrire una sponda per criticare il Papa. Ma non dipende certo da me. Sono loro che sono invitati a studiare e ad approfondire il senso del pontificato di Bergoglio. Ora la loro ignoranza non ha più alcuna legittimità.

Intervista a cura di Antonio Gaspari

 

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