Don Giussani, il Vangelo in presa diretta

gggDal sito internet Terredamerica.com, proponiamo un’anticipazione dall’ultimo libro di Massimo Borghesi, “Luigi Giussani. Conoscenza amorosa ed esperienza del vero. Un itinerario moderno”, Edizioni di Pagina, maggio 2015. Nella foto: Buenos Aires, luglio 2008, l’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio presenta il libro di Giussani “Si puo vivere cosi?”
 

Quanto accade oggi – la grazia presente – rimanda a quanto è accaduto 2000 anni fa sulle rive del mare di Galilea.  A partire dal Volantone degli universitari di Pasqua, del 1982, Giussani è tornato a più riprese su quel “mare” che vedrà direttamente nel suo viaggio in Terrasanta nel 1986. Dirà allora che: «la concretezza di quell’avvenimento è così umana, vedendo quei luoghi, che non si può tornare dalla Palestina col dubbio che il cristianesimo sia una favola. Mettersi nelle condizioni naturali, logistiche, in cui Cristo si è venuto a trovare: il paesaggio che ha visto, le rocce che ha calpestato, le distanze che ha camminato… tutto collabora e costringe a capire la verità di quello che è accaduto». E’ evidente il desiderio di immedesimazione. Il presente è segno del Mistero ma per intuire il Mistero, conoscerlo, occorre andare al Vangelo. «Allora io dico che noi sostiamo troppo sull’essere toccati adesso, cioè sulla compagnia. Mentre la compagnia deve spingere tutto in noi a guardare in faccia, a pensare, a dire “Vieni” a Quello che è passato, a Quello che guardavano Giovanni e Andrea, a Quello che ha detto a Paolo: “Saulo, Saulo perché mi perseguiti?”, a Quello che ha detto alla vedova di Nain:”Donna non piangere”».

Il presente, segnato dalla grazia, rimanda al passato, alla Rivelazione come ci è documentata dal Vangelo. Il Giussani degli anni ’80-’90 concentra tutta la sua attenzione sul contenuto del Vangelo, sulla figura di Gesù Cristo. Come scrive Ventorino: «Entrare nella profondità del mistero di Cristo, immedesimarsi in Lui attraverso il racconto dei vangeli, è stata la suprema passione della vita di Giussani, soprattutto negli ultimi anni. Chi lo ascoltava veniva coinvolto nel fascino di una scoperta sempre più intensa e immensa della divina umanità di Cristo». Quanto più il processo di scristianizzazione, conseguente al moto ideologico-politico che segue al ’68, accellera tanto più il ritorno all’Uno necessario si fa penetrante, insistente, “visionario”. C’è una frase che ripete costantemente, frase riferita ai primi discepoli di Gesù, Giovanni, Andrea, ecc.: «Lo guardavano parlare». Così Giussani, negli scritti e nei colloqui,  si pone nella stessa posizione di Giovanni e Andrea: non si limita a parlare di Cristo ma lo descrive «guardandoLo parlare». Si colloca, cioè, idealmente, dentro la scena, ne è parte. Ciò significa, per seguire la logica sottesa alla trilogia teologica di Hans Urs von Balthasar, che il momento estetico, contrassegnato dallo stupore e dalla sorpresa di un incontro, in tanto è reale in quanto mi introduce ad una Teo-drammatica, ad un dramma in cui il protagonista, l’eroe tragico, è Cristo. Le lezioni di Giussani ripetono, in qualche modo, quelle del suo maestro  don Gaetano Corti. Riandare a Cristo è possibile se è un andare a Lui vedendoLo. «Come in un film» recita il titolo di uno dei capitoli de L’attrattiva Gesù.

Perché tutto il discorso evangelico si sviluppa come un film. Se fosse un film avrebbe come scena iniziale Giovanni e Andrea che stanno guardando Gesù parlare a casa sua. Un impatto: l’impatto con una realtà che loro sentono corrispondere come niente mai ha corrisposto. Dall’altra parte, l’ultimo quadro, l’ultimo filmato sarebbe Gesù che dice a Pietro:«Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?»: è la domanda che Gesù faceva a chi ha chiamato come Giovanni e Andrea.  E questi gli sono andati dietro ed erano peccatori, sono rimasti peccatori, tanto è vero che Pietro l’ha tradito: è il peccato più grave,ma, nonostante che l’abbia tradito, l’ultima scena è l’impatto con una realtà umana che corrisponde così a quello che Simone è da essere più forte del suo errore, da essere una misericordia più forte del suo errore. Perciò, nel primo quadro, Cristo che parlava si imponeva ai due che lo guardavano, perché un’onda così corrispondente al loro animo non li aveva mai investiti; nell’ultimo quadro Cristo si imponeva perché aveva una forza capace di abbracciare anche quello che lo aveva contraddetto e rinnegato.

Giussani assume qui lo sguardo di un regista. Gli “occhi della fede”, di cui parlava Pierre Rousselot, sono in realtà gli occhi di Pasolini, di Zeffirelli. Sono, più precisamente, gli occhi di Simone, Andrea, Giovanni: «Lo sguardo di Andrea e Giovanni a Gesù: quello è la morale, la sorgente morale, è il fontanile morale». L’atteggiamento morale cristiano viene fatto consistere nel guardare Lui, Cristo, con la stessa attenzione ed intensità con cui Lo guardavano i suoi. E’ l’esito di chi guarda perché è guardato, afferrato da uno sguardo affettivo.

Quando Andrea portò il fratello Simone da Gesù, salendo una piccola erta prima della casetta; Simone che era là tutto con gli occhi fissi su quell’individuo che lo attendeva, ancora un po’ da lontano, pieno di una curiosità che caratterizza l’uomo […] quando si è trovato là a tre o quattro metri, e lui lo fissava in un modo che non l’avrebbe più dimenticato – come lo fissava, come lo guardava, ne scopriva il carattere, ne coglieva il tipo di personalità: «Nessuno mi ha mai guardato così!» – . Ciò che lo ha dominato è stato un fenomeno che sul vocabolario si chiama “stupore”. Tanto che si è sentito subito legato. […] Lo stupore iniziale era un giudizio che diventava immediatamente un attaccamento. […] E’ un giudizio che era come una colla: un giudizio che li incollava.][…] Non era un attaccamento sentimentale, non era un fenomeno emozionale: era un fenomeno di ragione, esattamente una manifestazione di quella ragione che ti attacca alla persona che hai davanti in quanto è un giudizio di stima; guardandola, nasce una meraviglia di stima che ti fa attaccare.

La morale, il modo di guardare gli altri come “persone”, sorge da un attaccamento a Lui, da una corrispondenza nello sguardo. La genesi della morale cristiana  non risiede nell’obbedienza alla regola ma nell’immedesimazione con Lui, con Cristo. Il racconto evangelico richiede, per Giussani, tanto l’immedesimazione quanto l’immaginazione. Non per un artifizio ma perché com-mossi si è calati dentro la realtà dei fatti accaduti. La descrizione si polarizza su alcuni momenti, più volte ripetuti, sempre in veste nuova. Tra essi figurano l’incontro di Giovanni e Andrea con Gesù, modello di ogni altro “incontro” evangelico.

Ma immaginate quei due che lo stanno a sentire alcune ore e poi devono andare a casa. Lui li congeda e se ne tornano zitti. Zitti perché invasi dall’impressione avuto del mistero sentito, presentito, sentito. E poi si dividono: ognuno dei due va a casa sua. Non si salutano, non perché non si salutino, ma si salutano in un altro modo, si salutano senza salutarsi, perché sono pieni della stessa cosa, sono una cosa sola loro due, tanto sono pieni della stessa cosa: E Andrea entra in casa sua  e mette giù il mantello, e la moglie gli dice: «Ma Andrea, che hai? Sei diverso, che ti è successo?». Immaginate lui che scoppiasse in pianto abbracciandola, e lei che, sconvolta da questo, continuasse a domandargli: «Ma che hai?». E lui a stringere sua moglie, che non si è mai sentita stretta così in vita sua: era un altro. Era un altro! Era lui, ma era un altro. Se gli avessero domandato: «Chi sei?», avrebbe detto: «Capisco che son diventato un altro… dopo aver sentito quell’individuo, quell’uomo, io sono diventato un altro».

Oltre all’incontro di Giovanni e Andrea con Gesù un altro episodio evangelico è continuamente narrato da Giussani: il “si” di Pietro, di fronte a Gesù risorto,  in riva al mare di Galilea.

Aveva preparato del pesce arrosto per loro. Tutti si siedono, mangiano. Nel quasi totale silenzio che gravava sulla spiaggia, Gesù sdraiato, guardò al suo vicino che era Simon Pietro: lo fissò, e Pietro sentì, immaginiamoci come lo sentì, il peso di quello sguardo, perché si ricordava del tradimento di poche settimane prima, e di tutto quel che aveva fatto […] Pietro si sentì come schiacciato sotto il peso della sua incapacità, della sua incapacità ad essere uomo. E quell’uomo lì vicino apre la bocca e gli dice: «Simone [immaginatevi come Simone dovesse tremare], mi ami tu?»: Ma, se voi cercate di immedesimarvi in questa situazione, tremate adesso pensandoci, solatnto pensandoci, pensando a questa scena così drammatica […]. Allora, come un respiro, come un respiro Pietro rispose. La sua risposta fu appena accennata come un respiro. Non osava ma…;«Non so come, sì, Signore, io ti amo; non lo so come, ma è così.

Lo stesso episodio viene, in una diversa occasione, narrato così:

Il Signore gli si stese vicino [a Pietro]. Lo guardava. Lui “sguardava”, sguardava ma non guardava, perché aveva vergogna più del solito. Finché Gesù gli disse: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?». «Signore, Tu lo sai che Ti amo». Non poteva non voltare la faccia e dirgli la sua risposta. Non poteva, sarebbe stata una menzogna. Gli voleva bene. L’aveva tradito, ma Gli voleva bene e perciò si è voltato verso di Lui, si è voltato verso di Lui e Gli ha dato quella risposta che non era amai venuta meno, eccetto che in quei momenti terribili. Gli ha dato la risposta per cui lui era continuamente voltato verso di Lui, dovunque fosse; dovunque fosse, sulla barca in mare come quel mattino, o tra la folla sulla montagna. Anche quando era a casa e Lui non c’era, sempre era rivolto a Lui.

Un ultimo episodio, anch’esso più volte rievocato dallo sguardo del “regista” Giussani, è quello della resurrezione del figlio della vedova di Nain.

Quando vide quel funerale si informò subito: «chi è?». «E’ un adolescente, a cui è morto il padre poco tempo fa». E sua madre stava gridando e gridando e gridando dietro al feretro, non come si usava allora, ma come si usa nella natura del cuore di una madre che liberamente si esprime. Fece un passo verso di lei e le disse: «Donna, non piangere!». Ma c’è qualcosa di più ingiusto che dire a una donna cui il figlio è morto, sola: «Donna non piangere»? Ed era invece il segno di una compassione, di un’affezione, di una partecipazione al dolore sterminate. Disse al figlio: «Alzati!». E le restituì il figlio. Ma non poteva restituirle il figlio senza dir niente: sarebbe rimasto nella sua gravità di profeta e taumaturgo, di uomo dei miracoli. «Donna non piangere», disse. E le restituì il figlio. Ma disse prima: «Donna non piangere».

Giovanni e Andrea, il sì di Pietro, il pianto della vedova di Nain: tre episodi del Vangelo in presa diretta, come in un film, che caratterizzano il Giussani degli anni ’90. Tre documenti di un “ritorno” a 2000 anni fa, agli inizi della fede, alle modalità storiche, esistenziali, visive in cui essa era sorta. Un ritorno necessario non solo per comprendere l’esperienza cristiana nel presente ma anche, e forse più, per una generazione, quella degli anni ’70-’80, che non sapeva quasi più nulla del cristianesimo e della sua storia.

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