Dopo il terremoto elettorale: idee per la ricostruzione

Un interessante dibattito a cura del Movimento cristiano lavoratori a cui ho avuto il piacere di partecipare, nel resoconto di Luca Marcolivio di Frammenti di Pace. L’articolo nel sito originario è all’indirizzo http://bit.ly/frammentidipace_mcl

 

 

Dopo il terremoto elettorale: idee per la ricostruzione

 

Mentre il Paese attraversa la fase post-elettorale più incerta e confusa della storia, è utile fare un passo indietro rispetto al dibattito contingente, per andare a monte del problema.

 

Se n’è discusso all’Hotel Quirinale di Roma nel corso della tavola rotonda “Dopo il terremoto elettorale: idee per la ricostruzione”, promossa dal Movimento Cristiano Lavoratori (MCL), con la partecipazione di tre docenti universitari appartenenti ad ambiti diversi, per inquadrare il tema da differenti angoli visuali.

 

Come accennato nel saluto introduttivo da Giovanni Gut, responsabile dell’Ufficio Studi del MCL, non ci si può limitare a prendere atto di una situazione critica, in cui “non riconosciamo più il nostro Paese”, ma è fondamentale indicare da dove “ripartire” e, per questo, è necessario riscoprire una “grandissima passione” per l’impegno nella società civile.

 

Il recente “terremoto elettorale”, ha osservato Stefano Costalli, docente di geopolitica all’Università di Firenze, è solo un sintomo e una conseguenza di “sommovimenti e tensioni di lungo periodo”. Ora che “il velo dell’ipocrisia è stato squarciato”, è arrivato il momento di pensare insieme cosa va ricostruito, evitando finalmente gli slogan e la “semplificazione mistificante” del dibattito di questi ultimi anni.

 

Il punto di vista politologico è stato suggerito da Lorenzo De Sio, docente di scienza politica alla Luiss “Guido Carli”. Secondo l’analisi di De Sio, la maturità di una democrazia si misura non solo dalla partecipazione al voto ma anche dal “livello della discussione”. Le affermazioni del M5S e della Lega, pertanto, non possono essere spiegate semplicisticamente come una risposta alla disoccupazione o all’aumento dell’immigrazione ma, piuttosto, come la sedimentazione di “un voto di inquietudine e preoccupazione”, di una “crisi di fiducia negli attori tradizionali”.

 

Una delle difficoltà attuali più gravi, secondo il professor De Sio, è l’indebolimento di quei “corpi intermedi” che grande peso hanno avuto nelle democrazie occidentali prima dell’avvento della globalizzazione e di organismi sovranazionali come l’Unione Europea. Da un lato si è “dilatato lo spazio del mercato rispetto alla politica”, dall’altro si sono imposti soggetti internazionali, di natura sia economica che politica, in grado di condizionare e limitare fortemente la sovranità e la capacità decisionale dei governi nazionali. Se dunque i “partiti d’élite” non sono in grado di captare il disagio delle masse, è quasi inevitabile l’ascesa di partiti a torto o a ragione definiti “populisti”. Non è in discussione, secondo il docente della Luiss, il processo di integrazione europea, tuttavia la velocità di tale processo andrebbe regolata, affinché i soggetti più deboli non ne siano danneggiati.

 

Al professor Leonardo Becchetti, ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata, è spettata l’analisi economica dello scenario attuale. Secondo Becchetti, l’impoverimento generale, l’accresciuto squilibrio tra classi sociali, il peggioramento della qualità del lavoro sono realtà impossibili da confutare. Le soluzioni proposte dai partiti “populisti” emergenti – dall’abolizione della legge Fornero al reddito di cittadinanza, dall’uscita dall’euro alle politiche antimigratorie – sono però irrealistiche, poiché “la causa del terremoto sociale è più complessa”.

 

Le soluzioni indicate dall’economista sono soprattutto nel “rialzare gli standard della qualità del lavoro” e nella “rimozione degli ostacoli” a chi il lavoro lo crea, a partire dalle “zavorre della burocrazia”. Il benessere generale di un popolo, ha però precisato il professor Becchetti, non si può misurare solo in base a parametri economici, in quanto la “felicità” delle persone è motivata da molteplici fattori: “salute, libertà di iniziativa, assenza di corruzione, qualità delle relazioni, gratuità”. Vanno quindi incentivati i corpi intermedi, per favorire la nascita di “società generative”.

 

A conclusione del dibattito, è intervenuto Massimo Borghesi, docente di Filosofia Morale all’Università di Perugia. Concorde con i colleghi sull’assenza di un vero “dibattito” nella società civile, il professor Borghesi ha richiamato l’attenzione anche sull’ipertrofia dei “leader” e di una certa “politica carismatica” che “non sa che farsene delle idee”. Si porta avanti, cioè, una “politica come congiuntura”, non più tesa alla “progettualità”. Parlare di futuro, ha osservato il filosofo, farebbe “perdere troppi voti”.

 

Altro aspetto rilevante: l’egemonia della sfera economica sulla politica, che ha sparigliato le carte alle vecchie contrapposizioni destra-sinistra del contesto pre-1989. “Scompare il nemico comunista, tramonta la politica, trionfa l’economia e, con essa, si afferma un altro modo di esercitare il potere”.

 

Con la globalizzazione si è affermata, sì, un’unità ma è “un’unità fittizia che non genera valori”. In compenso siamo arrivati all’attuale scenario di “guerra mondiale a pezzi” sulla scorta di un tentativo di “esportare la democrazia”, a una “nuova guerra fredda”, e a drammi di interi paesi come “la Grecia, scandalo dell’Europa, di cui ora nessuno parla più”.

 

In tutto ciò, i cattolici non sono esenti da responsabilità: assecondando completamente la globalizzazione, essi hanno dimenticato la dottrina sociale, mentre “il cattolicesimo sociale è scomparso come progettualità”, compensato solamente dalla “generosità del volontariato”.

 

È anche per questo, ha osservato Borghesi, che la riscoperta della dottrina sociale da parte di Papa Francesco viene equivocata come “comunista”. La difesa dei “valori non negoziabili” che attualmente molti cattolici portano avanti è senz’altro una risposta all’appiattimento valoriale della globalizzazione, tuttavia, ha sottolineato Borghesi, è “una reazione solamente alle conseguenze etiche, non alle cause” della globalizzazione stessa. La matrice comune è infatti nel “modello capitalista” di stampo darwiniano che “scarta” bambini, malati e anziani in quanto generano un “costo sociale”, secondo “una mentalità tecnocratica organica al capitalismo che ha trionfato dopo il 1989”.

 

Una risposta a queste degenerazioni è nell’insegnamento di Papa Francesco, che rivaluta il principio di “bene comune integrale” elaborato da Romano Guardini. Un bene comune che, in modo armonico, promuove “la difesa di bambini come Alfie, dei nuovi poveri, della pace…”.

 

Altro principio fondamentale: “La democrazia regge se esiste un vincolo di solidarietà”, ha rimarcato Borghesi, ricordando come tale concetto avesse trovato concordi un filosofo laico come Jurgen Habermas e un futuro Papa come il cardinale Joseph Ratzinger.

 

Lo stesso Benedetto XVI, nella Caritas in veritate, “rivaluta il ruolo degli Stati” nel controbilanciamento dello strapotere degli organismi sovranazionali: un messaggio più che mai pertinente nella attuale “polarità fra statualità e dimensione europea”, ha concluso il filosofo.

 

Luca Marcolivio

 

Le immagini dell’incontro

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