Dostoevskij e la sofferenza dei bambini

Il 10 febbraio scorso «L’Osservatore Romano» ha pubblicato il mio articolo «Il dolore dei bambini e il pensiero aperto». L’articolo nasce da un’osservazione di papa Francesco sulla sofferenza dei più piccoli durante la trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa” del 6 febbraio. Tra le altre cose il papa cita Dostoevskij come il maestro da cui più di tutti ha imparato su questo tema.

L’Osservatore Romano, giovedì 17 febbraio, Il dolore dei bambini e il pensiero aperto (Massimo Borghesi)

L’intervista di Fabio Fazio a Papa Francesco nella trasmissione «Che tempo che fa» della scorsa domenica, dimostra, una volta ancora, il dono che il Papa ha di toccare il cuore delle persone. Nella forma e nei contenuti il Pontefice viola il principio di secolarizzazione secondo il quale, nell’era odierna, il cristianesimo non può rivestire interesse per l’uomo di oggi. Domenica il Papa ha intercettato la sensibilità di milioni di telespettatori, milioni di persone in buona parte distanti dalla Chiesa e dalla pratica cristiana.

Tra le molte cose “rilevanti” dette dal Papa a Fazio una ritorna in lui insistente: quella sul mistero del dolore e della morte dei bambini. «Per me — ha detto —, una domanda a cui non sono mai riuscito a rispondere e che alcune volte mi scandalizza un po’ è: “Perché soffrono i bambini? Perché soffrono i bambini?”. Io non trovo spiegazioni a questo. Io ho fede, cerco di amare Dio che è mio padre, ma mi domando: “Ma perché soffrono i bambini?”. E non c’è risposta. Lui è forte, sì, onnipotente nell’amore. Invece l’odio, la distruzione, sono nelle mani di un altro che ha seminato per invidia il Male nel mondo. Ma il Signore rispetta fino alla fine, accompagna sempre, rispetta. E poi ha lasciato che suo figlio morisse così e lo ha lasciato andare. È un esempio di come è Dio: non è crudele, è un mistero forse che noi non capiamo bene, ma nel rapporto di Dio padre con suo figlio possiamo vedere bene cosa c’è nel cuore di Dio quando succedono queste cose. Dio è forte, è onnipotente, nell’amore. Con le cose sbagliate c’è una curiosità che mi è sempre tornata: con il Male non si parla. Dialogare con il Male è pericoloso. E tanta gente va, cerca di dialogare con il Male — anche io mi sono trovato in questa situazione tante volte — ma mi chiedo perché, un dialogo con il Male, è una cosa brutta quella. Gesù non ha mai dialogato con il Diavolo, mai, mai! E quando ha dovuto rispondere, nel deserto, gli ha risposto con la risposta di Dio, tre situazioni della Bibbia, ma mai lo ha fatto entrare, o lo caccia via o gli risponde con la Bibbia. Ma il dialogo con il Male non va bene, questo vale per tutte le tentazioni. E quando ti viene questa tentazione, “perché soffrono i bambini?”, io trovo una sola strada: soffrire con loro. E per me in questo è stato un gran maestro Dostoevskij».

Il dolore dei bambini innocenti, evocato da Ivan Karamazov nel romanzo di Dostoevskij e dal dottor Rieux ne La peste di Camus, altro autore caro a Bergoglio, non ha risposta. Non solo sul piano della ragione ma anche su quello della fede. Anche la fede non sa rispondere alla domanda sul perché un bimbo piccolo, innocente, debba soffrire o morire. Una “ignoranza” non ammessa dai cattolici “rigidi” che già in passato hanno duramente contestato il Papa su questo. Per i cattolici “rigidi” tutto è chiaro: il peccato di Adamo a cui seguono il dolore e la morte come giusta punizione. Non c’è nulla di enigmatico nel dolore di un bambino.

I cattolici “rigidi” dimenticano che anche Benedetto, al pari di Francesco, si era posto la stessa domanda di fronte al dolore innocente. In un programma mandato in onda dalla trasmissione «A sua immagine», del 22 aprile 2011, Benedetto XVI rispondeva alla domanda di una bambina giapponese di sette anni: «Cara Elena, ti saluto di cuore. Anche a me vengono le stesse domande: perché è così? Perché voi dovete soffrire tanto, mentre altri vivono in comodità? E non abbiamo le risposte, ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù, sta dalla vostra parte. Questo mi sembra molto importante, anche se non abbiamo risposte, se rimane la tristezza: Dio sta dalla vostra parte, e siate sicuri che questo vi aiuterà. E un giorno potremo anche capire perché era così». Anche il Papa teologo non offriva risposte e questo per la semplice ragione che non esistono. La pretesa che questa risposta esista, che possa essere concettualmente formulata come risoluzione di un mistero, qualifica la differenza tra il dogmatismo e il “pensiero aperto”. La fede è fede perché non chiude al mistero ma si apre ad esso. Confida in Cristo, si affida a lui, anche se molte cose rimangono avvolte nella nebbia. Come ha detto Francesco, rispondendo ad una bambina durante la sua visita del 15 dicembre 2016 all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma:

Valentina, la tua domanda sui bambini che soffrono è grande e difficile; non ho una risposta, credo sia bene che questa domanda rimanga aperta. Nemmeno Gesù ha dato una risposta a parole. Di fronte ad alcuni casi, capitati allora, di innocenti che avevano sofferto in circostanze tragiche, Gesù non fece una predica, un discorso teorico. Si può certamente fare, ma Lui non lo ha fatto. Vivendo in mezzo a noi, non ci ha spiegato perché si soffre. Gesù, invece, ci ha mostrato la via per dare senso anche a questa esperienza umana: non ha spiegato perché si soffre, ma sopportando con amore la sofferenza ci ha mostrato per chi si soffre. Non perché, ma per chi. 

Alcune domande rimangono aperte. La fede aiuta a vivere dentro la domanda, non a chiuderla. Il pensiero “rigido”, che il Papa ha stigmatizzato da Fazio come grande tentazione dentro la Chiesa, vuole pensieri cartesiani, chiari e distinti, certezze granitiche. Non vuole sperare, vuole dimostrare. Da qui la presunzione di avere in mano la chiave, di possedere il punto di vista superiore, di avere l’anestetico di fronte al dolore del mondo.

 

1 pensiero su “Dostoevskij e la sofferenza dei bambini”

  1. <>: è così! L’uomo di oggi fatica ad accettare il male e la sofferenza eppure…per vivere il senso cristiano della sofferenza bisogna imparare ad accettarla! e forse una delle ragioni che più spiegano l’incalzare della secolarizzazione è che nn è facile imbattersi in testimonianze di persone che accettano la sofferenza come un elemento della condizione umana. Le nostre miserie nn sono più cristiane(peguy) e così farmaci, tranquillanti a gogò…è vai con il super lavoro per psichiatri! E crisi nn della fede ma di testimonianze. Alias la mentalità del mondo è forte e pervasiva.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.