Due recensioni critiche (e interessanti): Innocenti e De Marco

Pubblico due recenti contributi al mio ultimo volume. Le recensioni sono interessanti perché, dopo l’intervento di Sandro Magister (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/12/07/tutti-i-maestri-di-bergoglio-che-pero-fa-di-testa-sua/), provengono da autori critici verso papa Francesco. Essi dimostrano, però, al pari del testo di Magister, di misurarsi con la “biografia intellettuale” di Bergoglio contenuta nel mio libro Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica (Jaca Book 2017), accogliendone, in qualche modo, la provocazione.

Il primo è dato da una recensione di don Ennio Innocenti. Don Innocenti è stato docente di Teologia fondamentale ed ecumenismo (per tre anni è stato primo segretario della Commissione ecumenica del Vicariato di Roma), ed ha insegnato Filosofia sistematica e filosofia contemporanea all’Istituto teologico Don Orione, affiliato alla Pontificia Università Lateranense. Pubblicista, autore di numerosi volumi, è un critico degli orientamenti della Chiesa post-conciliare. Il suo giudizio al termine della sua recensione è interessante: «Papa Bergoglio esce assolto da questa biografia, ma il suo quadro di riferimento intellettuale è degno di molte riserve». Insomma, nonostante le riserve, don Innocenti non può non riconoscere la piena appartenenza di Bergoglio alla tradizione culturale cattolica. Le critiche dei tradizionalisti sul preteso modernismo di Francesco non hanno alcun valore.

Il secondo intervento è tratta da un articolo di Pietro De Marco. De Marco, che spesso interviene come consulente teologico nel blog di Sandro Magister, è professore di Sociologia generale presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università degli studi di Firenze. È titolare degli insegnamenti di Sociologia della religione presso la Facoltà di Scienze della formazione e la Facoltà teologica dell’Italia centrale/Istituto superiore di Scienze religiose (Firenze). Nel suo articolo pubblicato su Il Foglio, De Marco analizza, tra l’altro, anche il mio volume su Bergoglio. Confessa, però, di non averlo ancora letto. È questa omissione che spiega i suoi dubbi i quali, però, sono oltremodo interessanti perché rivelano i pregiudizi di tanti critici di Francesco.

Per De Marco non è possibile che la dialettica, di cui tratta Bergoglio, coincida con l’opposizione polare di Guardini. Bergoglio non può avere Guardini come maestro, non può essere influenzato davvero dal grande Gaston Fessard critico del progressismo cattolico francese degli anni Settanta. Viceversa, non può non essere influenzato da Karl Rahner. Ebbene, contrariamente a quanto pensa De Marco, come dimostra il mio volume, Bergoglio ha avuto come maestri Fessard e Guardini e non invece Rahner, il quale non viene mai citato al contrario di Henri de Lubac e di Hans Urs von Balthasar. Sono persuaso che una lettura del testo convincerà De Marco della mia interpretazione.

 

www.donennioinnocenti.it, 23 novembre 2017, Una biografia intellettuale di Bergoglio (E. Innocenti) (link https://www.donennioinnocenti.it/riflessioni/biografia-intellettuale-bergoglio)

 

Da molti anni leggo i libri di Massimo Borghesi, filosofo a Perugia, col quale sono spesso in sintonia: il libro che dà il titolo a questa nota è un importante servizio reso all’attuale Pontefice (Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaca Book, 2017).

Costui ha suscitato non solo favore, com’è noto, ma anche reazioni negative, perfino furibonde, giunte perfino all’accusa di malafede. Ebbene: questo libro dissipa ogni nebbia sulla buona fede, sulla sincerità pastorale e lo zelo di Papa Bergoglio; non si legge, tuttavia, senza avvertire frequenti, per non dire continue, riserve sulle dottrine e gli autori che Borghesi chiama in causa.

Non posso qui diffondermi in una accurata recensione: scrivo currenti calamo, rievocando a memoria le impressioni ricevute durante una veloce lettura.

Cominciamo dalla formazione intellettuale avuta da Papa Bergoglio in ambiente gesuitico. Com’è noto, Sant’Ignazio fu sottoposto più volte a inchiesta. Cosa si aspettava da lui? Probabilmente ch’egli non avesse ben bilanciato, almeno in certe sue formule, la contemplazione e l’azione, il logos e la prassi. Per esempio: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio” (cfr. Pedro de Ribadeneira, Vita di S. Ignazio di Loyola).

Forse questa ambivalenza non è estranea alla deviazione molinista (che suscitò una disputa molto seria), continuata in F. Suarez (che fu rimproverato dal Sant’Uffizio), ben conosciuto da Borghesi (che qui non fa alcun cenno del grave difetto proprio da lui ha precisato). Questa fondamentale deviazione del tomismo espose i Gesuiti al filo-cartesianesimo dal quale invano la loro Curia Generalizia tentò di ritrarli.

Immagino che Papa Bergoglio nel lamentare il falso tomismo ricevuto dalla scuola alludesse a questa tradizione.

Borghesi ha tutta l’aria di accreditare un filone ermeneutico favorevole al Cartesio cattolico che fu difeso da Del Noce (storico della filosofia, di cui Borghesi conosce l’iter non lineare, qui sottaciuto), filone che fu condannato sia in Malebranche sia in Gioberti (ambedue irredenti).

Fatto sta che il filone (concettualista) di Cartesio confluisce in Kant (insieme a quello empirista), il celebre innovatore del trascendentalismo (a cominciare dallo spazio-tempo per finire all’estetica).

Però Borghesi non dice nulla del probabile influsso che i Gesuiti ebbero nei seminari francesi nel recepire l’influsso del kantismo (e neppure del severo e inutile richiamo che Leone XIII rivolse a quell’ambiente). Fatto sta che i Gesuiti francesi, costretti ad emigrare in Inghilterra, rimasero in contatto con un famoso gesuita che a Lovanio si proponeva di conciliare tomismo e kantismo, Joseph Maréchal. Tra questi simpatizzanti di Maréchal ci sono H. De Lubac (che ebbe poi severe difficoltà dai suoi superiori), uno degli autori di riferimento di Bergoglio, e G. Fessard (che continua un diverso tentativo di conciliare cattolicesimo ed hegelismo), altro autore di riferimento di Bergoglio (il quale tuttavia, prenderà le distanza sia da Kant sia da Hegel); quello di Maréchal, era anche l’orientamento di K. Rahner, filosofo che vantò d’aver Heidegger (anche lui sotto ipoteca kantiana ed hegeliana) come unico maestro, il cui discepolo cardinale Kasper ha riscosso l’ammirazione acritica di Bergoglio.

Anche M. Blondel era del gruppo in simpatia con Maréchal, anch’egli in rapporto con De Lubac, autore di riferimento per vari filomodernisti.

Mi pare che Borghesi era ben attrezzato per ambientare meglio la cornice intellettuale in cui si formò Bergoglio, per tacere della successiva riserva che meritava L. Giussani e dell’acritica accettazione, sul piano teorico, del primato del bello sul vero, tra i trascendentali dell’essere.

Per concludere questa nota (una recensione vorrebbe altro), Papa Bergoglio esce assolto da questa biografia, ma il suo quadro di riferimento intellettuale è degno di molte riserve.

 

Il Foglio, 12 dicembre 2017, Controprocesso a Papa Francesco (P. De Marco) (link https://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/12/10/news/controprocesso-a-papa-francesco-167910/)

 

La questione della cultura intellettuale di p. Jorge M. Bergoglio s.j. affrontata da Borghesi mi attrae molto, comunque; l’analisi delle culture filosofiche è il mio terreno di formazione. Mi limito a quanto Matzuzzi riporta, perché non ho ancora letto il libro di Borghesi; ma ho personalmente molta stima per l’autore di cui conosco altre cose. Che Bergoglio abbia della chiesa una visione dialettica è possibile, forse scontato. Ma dialettica è categoria da trattare con rispetto, non si tratta di credere che è vero A ma anche il suo contrario, pericolosa propensione questa che vecchi collaboratori argentini di Bergoglio gli attribuiscono.

Una visione dialettica della Chiesa condurrebbe ad esempio a pensare necessari gli opposti (detto per semplicità) dell’istituzione e dell’evento, del mistero-sacramento e della parola, della singolarità e della comunità, dell’interiorità e del culto pubblico. In una dialettica i termini che si oppongono vengono nell’opposizione stessa dotati di senso profondo e irriducibile. In Bergoglio non compare granché del genere. Il Papa, al contrario, sembra voler deprimere o trascurare quello che, nelle opposizioni che supponiamo essergli care, considera “superato” o dato staticamente: la liturgia ad esempio, celebrata sciattamente come per un obbligo formale, e la stessa istituzione ecclesiastica, che Bergoglio solamente “usa”. Forse la “dialettica” che predilige è tra Chiesa e mondo, ma è veramente dialettica o piuttosto una relazione in cui le distinzioni si liquidificano per risolvere preoccupazioni pratiche? Dov’è l’opposizione polare (il Gegensatz che presiede al concreto-vivente) del giovane Guardini, cui Borghesi rinvia? Ricordo: “La teoria degli opposti […] parla di opposizioni non di contraddizioni. Le sintesi dei contraddittori, come sono presentate dal monismo, si spiegano col fatto che nessun concetto vi è pensato fino in fondo, nessuna essenza è vista con chiarezza, nessun confine è nettamente tracciato”.

Che “la legge che governa l’unità della Chiesa sia basata su una dialettica polare che tiene uniti gli opposti senza annullarli” è un paradigma corretto e importante. Ma è, in sostanza, la tesi della Chiesa cattolica come complexio oppositorum cara a grandi intellettuali tedeschi da Harnack a Carl Schmitt, passando per un autorevole studioso di religioni, Friedrich Heiler, che proveniva dal cattolicesimo. Salvo che in Schmitt, si trattava anche di una tesi che apprezzava storicamente ma condannava, infine, religiosamente il Katholizismus nella prospettiva protestante-liberale. E non è prospettiva che il “riformismo” cattolico, intimamente protestantizzante dalla dogmatica alla liturgia, prediliga.

Anche per queste ragioni, credo, non si trova un’idea “dialettica” di complexio nel Papa. Né dialettica né complexio di opposti hanno a che fare con i pragmatici “x ma anche y” che si intravedono nei suoi atteggiamenti, tantomeno con l’adesione a x stamani e al suo contrario stasera. Che poi, sempre sulla falsariga delle ipotesi di Borghesi, Karl Rahner non abbia avuto influenza su Bergoglio non è plausibile, poiché direttamente e indirettamente, attraverso molti tramiti e molte semplificazioni, Rahner è arrivato ovunque (cfr. De Marco, 2017). Mentre le linee che Hans U. von Balthasar sviluppò contro Rahner, quando il post-concilio apparve per ciò che era in molti ambienti e intelletti (falsificazione del dato conciliare, in una ipnotica inconsapevolezza), non affiorano assolutamente. Erano diventate, d’altronde, le passioni teologiche di una opposizione di minoranza, la rivista “Communio”, entro l’originaria militanza di Comunione e Liberazione, e altri periodici, che non si leggevano sui fronti cui Bergoglio apparteneva.

E non parliamo di Gaston Fessard s.j., il penetrante diagnostico degli errori del neotomismo degli anni Trenta-Quaranta acriticamente recettivo delle culture marxiste (il p. Chenu, ma anche Maritain) e geniale interprete di Hegel in teologia della storia, anzitutto. Ma i confratelli della Società non pubblicarono né il suo volume di dura critica alle teologie della liberazione (1968), tradotto in spagnolo (1979) e diffuso in America Latina, né il terzo volume della Dialettica degli Esercizi spirituali (postumo, 1984). Penso che se il giovane p. Bergoglio s.j. fosse stato veramente allievo di Fessard la sua maturazione intellettuale avrebbe conosciuto un altro percorso. E non parlo di teologia della liberazione, cui sappiamo che anche Bergoglio si oppose.

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