“E rimasero sorpresi”, prefazione al volume di Giovanna Augugliaro

Pubblico la mia prefazione al volume di racconti di Giovanna Augugliaro E rimasero sorpresi, la terza prova dell’autrice dopo L’anagramma della vita. Racconti di un venerdì (2016) e Schizzi (2018), tutti e tre editi da Prova d’Autore.


Maria Giovanna Augugliaro è nata a Catania il 27 gennaio 1964. Compiuti gli studi classici, si è laureata in giurisprudenza. Successivamente diventa avvocato, poi direttore e insegnante.

La sua attività letteraria inizia nel 2016 con la pubblicazione de L’Anagramma della vita – Racconti di un Venerdì, una raccolta di racconti fiabeschi proposta per la lettura in molte scuole dell’hinterland catanese. Nel 2018 pubblica Schizzi, una raccolta di racconti realistico-psicologici, segnalata al Premio Michelangelo Buonarroti 2018. Secondo posto, narrativa edita, al concorso Akkuaria “L’ebbrezza della vita” 2019.

Dal 2017 collabora con la rivista di letteratura italiana Lunarionuovo che ha pubblicato diversi suoi racconti e alcune poesie in vernacolo.

Ha vinto per due anni consecutivi, nella sezione inediti, il premio internazionale Navarro e si è classificata al secondo posto nel concorso bukowskeggiando organizzato da CartaBianca. Diploma di merito per “Il lavoro di una vita”, Memorial Miriam Sermoneta 2019. Segnalazione al concorso “Oceano di carta”. II posto per “Le equazioni della storia” premio Manuel Foderà in considerazione dell’alto contenuto religioso del racconto.

Molteplici le partecipazioni ad antologie in occasione di concorsi letterari nazionali e internazionali.


M.G. Augugliaro, E rimasero sorpresi, ed. Prova dautore, Collana Sale d’attesa (2019) pp. 81

Prefazione di Massimo Borghesi

La forza della narrativa di Giovanna Augugliaro sta nello stile. In letteratura lo stile è fondamentale, segna le differenze. Quello di E rimasero sorpresi, la terza prova dell’autrice dopo L’anagramma della vita. Racconti di un venerdì (2016) e Schizzi (2018), è essenziale, asciutto, affilato. Ricorda, in qualche modo, l’Albert Camus de Lo straniero con il suo esordio: «Oggi è morta la mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti’. Non significa niente. Forse è stato ieri». L’inizio di uno dei racconti di E rimasero sorpresi, quello de Il lavoro di una vita, è simile a quello camusiano.

L’uomo in grigio aveva ripreso a parlare. La voce piatta, monotona. Nessun tremore nelle mani grassocce. Un vestito mediocre di flanella, una cravatta consunta e il contabile si sentiva al sicuro. Le emozioni nascoste sotto la spessa maglia di lana difficilmente lo avrebbero tradito. Ne era certo. Non sudava neppure mentre tirava fuori le parole di sempre, gli argomenti ripetuti fino alla nausea. In mille occasioni. In tanti posti diversi. La sala piena di gente ascoltava in silenzio. Fumo e cenere. Così ciascuno sentiva ridotta la propria esistenza da quel tizio con la testa pelata. Dottor Braun, revisore dei conti. Nient’altro.

Stesso stile ma le analogie con Lo straniero si fermano qui. Nel romanzo camusiano Meursault, il protagonista, è l’agente passivo di un mondo intorno a lui, uno spettatore inerte che si desta solo alla fine, di fronte alla morte imminente. Nella Augugliaro l’oggettività dello stile non è funzionale alla desoggettivazione dei personaggi. Essa delimita, piuttosto, i confini dell’introspezione, evita le derive dello psicologismo, della letteratura come infinita ripetizione di esperienze vissute che non conducono a nulla. La scrittura si muove in una tensione polare tra il narratore, che riporta gli eventi, e la vita del personaggio a cui, di tanto in tanto, è restituita la voce. Ne La strada, il primo racconto del libro, la protagonista è una donna segnata dalla perdita di un bambino di due anni di età, un dolore senza conforto. Una vita spezzata che, ad un certo momento, si incontra con un medico, Paolo.

Clara viveva in un attico enorme, all’ingresso dell’autostrada, un paio di chilometri fuori dal centro. Aveva accettato di buon grado la proposta di Paolo di occuparsi dei poveri e degli affamati benché da un bel pezzo ormai non credesse in Dio. E nemmeno negli uomini. O nelle loro presunte buone azioni, che alla fine, dicevano, li avrebbero portati in paradiso.

Le esistenze, nei racconti del volume, si dividono tra inferno e paradiso, tra miseria e riscatto. Descrivono, per lo più, destini di donne. Gli uomini, tolto l’amante del quarto racconto che allontana Valeria dalla sua famiglia, sono figure positive, suggeriscono vie di ripresa: un tratto singolare in una scrittrice profondamente legata ai destini femminili. Ne La strada il dolore di Clara la avvita, la avvince e la trascina in un gorgo, in un «buco nero». L’esistenza non ha più la forza di risollevarsi, ogni psicologismo fallisce. La madre si affligge della morte del figlio, la avverte come una colpa, un destino che implica autopunizione, divieto di felicità. Il punto d’Archimede è « fuori », in un volto nella folla, in un evento che, all’improvviso, accade. Per Clara è Paolo, il medico che si occupa dei poveri e dei derelitti, il punto interrogativo. Il racconto non è un romanzo. Noi non sappiamo quando Paolo e Clara si siano incontrati, né perché Clara è inizialmente colpita da lui. Sbaglieremmo nel pensare ad un amore nascosto, non confessato. Sappiamo che lui ha «Il fisico asciutto, la faccia ben rasata e un modo di vestire giovanile. Sempre curato», e che ha un bel sorriso. Per il resto è semplice, discreto, normale. Il segreto è però altrove. Lo accenna la Augugliaro nella breve premessa al volume: «La somiglianza con persone vive o scomparse non è puramente casuale. I miei amici, le persone che incontro, ciò che mi accade sono lo spunto di ogni racconto. Ma non sono esattamente loro. Misteriosamente sono di più». Paolo appare a Clara come misteriosamente di più. Lui che quando lei ride di gusto «la guardava con una luce strana, dentro quegli occhi grandi». Nel lavoro di mensa per gli indigenti, a cui anche lei partecipa, talvolta

lei smetteva di servire, anche solo un momento. E lo osservava. Era uno spettacolo guardarlo mentre si piegava su di loro. Offriva a tutti un ancoraggio. Un altro mondo. Clara si chiedeva come facesse Paolo a non sentire quel puzzo orrendo di rancido ed urina che a lei pareva insopportabile, l’odore nauseante della vita, l’avrebbe definito lei, magari in un racconto, neanche un anno prima. Del resto, standogli dietro, in quel cammino strano, un passo dopo l’altro, per Clara era evidente che nemmeno lei era più la stessa. Sentiva diversamente tutte le cose. Qualcosa di nuovo era in azione, dentro di lei. Cominciava ad avere un nome, un volto. E a poco a poco prevaleva sulla stanchezza, sull’istintiva ripugnanza. Prevaleva nella sua vita così segnata dal dolore.

Nel guardare Paolo, Clara cambia senza volerlo, senza esserne inizialmente consapevole. E’ il miracolo del cambiamento: cambiare senza proporselo. «Clara sentiva l’abisso allontanarsi e d’un tratto vedeva il mondo tutto intorno. Il rosa del tramonto e le facce tonde dei bambini. Le piaceva guardare il cielo con le sue strisce luminose, raccontare storielle divertenti».Ora, per la prima volta, «Andrea, il suo bambino, non le sembrava più carne decomposta, un cumulo di niente». Il figlio perduto le era restituito.

La vittoria dell’essere sul nulla è il filo rosso dei racconti di E rimasero sorpresi, una vittoria drammatica, non scontata, non lineare. Sempre legata a circostanze fortuite, incontri occasionali, amicizie autentiche. Ne Il lavoro di una vita di fronte al cinismo del contabile che, con la logica fredda dei numeri, comunica alla platea dei lavoratori il loro licenziamento, la disperazione è palpabile. La delusione e la rabbia di anni di dedizione ripagati da nulla. La possibilità di riprendersi, di reagire, dipendono da altro. Per la donna incinta dipende da colui che ha in grembo.

“Eccomi licenziata,” disse a sé stessa mentre avanzava lungo il corridoio, cercando di inghiottire ogni goccia di rabbia che nasceva. Fu proprio allora che sentì un guizzo dentro di lei. La capriola di un bambino in mezzo al mare. “Che succede?” pensò frastornata. Si fermò; premette una mano contro il muro. Piegandosi in avanti vide sull’addome una strana forma tondeggiante. E rimase a guardare stupefatta l’emergere della vita. Dalle viscere profonde. Più forte del dolore e dell’angoscia.“Oh Dio” pensò d’istinto. «No, non mi arrendo» disse piano «te lo prometto».

Per Cinzia l’occasione è diversa.

Nel frattempo dalla sala erano usciti quasi tutti. A poco a poco era cessato ogni rumore. Si sentiva in lontananza solo il sibilo del vento. Cinzia in terz’ultima fila era rimasta ferma. Senza dire una parola sollevò le spalle fissando l’uomo seduto accanto a lei. L’aspetto ben curato e il buon profumo di padre di famiglia. Un’aria discreta e troppo riservata per commentare. Si commosse quasi nel ricordare il modo delicato in cui lui trattava le persone. Amava il suo lavoro. Qualcosa di grande, di incommensurabile, dentro il lavoro. In ogni cosa che faceva. Anche tu a spasso da domani pensò Cinzia. E si stupì nel sentirsi grata di ogni incontro in quella situazione orrenda.

La vita cambia a partire da incontri che sorprendono, sciolgono il risentimento, l’astio che indurisce il cuore. Cambia il modo di vedere, se stessi, gli altri, il mondo. Emerge qui un’altra polarità, dopo quelle tra narratrice e personaggi, dramma e riscatto, dei racconti della Augugliaro: quella tra il ripiegamento interiore e lo sguardo luminoso sul mondo. Nel libro le descrizioni di ambientazione e di paesaggio sono rare, anche se non mancano come in Créme brûlée.

Oltre il cancello, la strada era costeggiata da antichi lampioni. Il vialetto ben curato passava tra spettacolari archi di rose, con grandi fiori che formavano un tetto colorato. Petali rossi accompagnavano il percorso. […] Fuori il sole stava sorgendo. Sembrava tutto meraviglioso: il parco tranquillo, gli alberi immobili, la rugiada del mattino distesa sulle foglie brillanti. L’aria fresca aveva l’odore dell’erba appena tagliata. Nella vasca le anatre nuotavano lasciandosi dietro piccole increspature. Aiuole dalla forma stravagante si alternavano a panchine in legno scuro. Deserte.

Il quadro, apparentemente idillico, serve da contrasto con il dramma che vive la protagonista, Valeria. Usualmente, però, l’ordine è rovesciato. I protagonisti dei racconti ritrovano la luce del mondo quando un’altra luce risplende in loro, quando le tenebre della notte non avvolgono più il cuore. Guardare non indica semplicemente un “vedere”, un atto fisiologico. Guardare è rimanere colpiti da qualcosa. Clara, quando il grumo d’angoscia si scioglie, torna a vedere il mondo, il rosa del tramonto, il volto dei bambini, le strisce lunghe del cielo. A sua volta Valeria, in Créme brûlée, è aiutata dall’anziano professore di filosofia, Martin Crystal, a ritrovare la via dello sguardo, lei che per un’avventura amorosa, in un momento di vuoto, ha lasciato figli e marito. È il ricordo struggente di ciò che ha perduto, del grido dei suoi bambini che la invocano, che la riportano dalla notte al mondo luminoso.

«Mamma» sentì chiamare. La voce fievole le arrivò inattesa da lontano. Si ritrovò nel suo bell’attico in Italia, dentro la propria stanza. Rivide la luce che la inondava al mattino. Immaginò i suoi figli dentro le loro culle ai lati del lettone e lei che se ne stava distesa sopra il materasso a osservare la finestra, vedendo solo cielo.

Il vedere inizia qui dal ricordo, dall’immaginare. «A volte fantastico, tra il sonno e la veglia, quando tutto è buio e silenzioso o mentre l’alba filtra tra le fessure della persiana. Li vedo. Immagino le loro forme nella penombra, mio marito e i miei figli. I loro volti sorridenti. E non sono più sola.». Occorre un ultimo passo, quello dalla immaginazione alla realtà, quello sollecitato dall’anziano professore. E ‘il passo verso il ritorno a casa preceduto da uno sguardo ad un cielo colmo di azzurro.

Parcheggiò, scese dall’auto e tirò fuori dalla tasca della giacca l’ovale d’argento con il profilo di donna. Glielo aveva regalato il Professore, nel salutarla. Lesse l’incisione “Stabat mater”. Passò il pollice sul ritratto, adagiò la medaglietta sul palmo e la strinse nel pugno. Dopo un istante rimise in tasca l’immagine sacra. Guardò per l’ultima volta quella striscia di cielo, incredibilmente azzurro. Poi si avviò con calma, fuori dall’area parcheggio.

Solo in un caso la polarità tra l’interno e l’esterno, tra la terra e il cielo, pare non funzionare. Nel racconto Le equazioni della storia Chiara è turbata dal sorriso dell’amica Sara, malata di cancro, con la testa rasata, le guance gonfie per il cortisone, il respiro affannoso e sofferto. «Gli occhi quasi ciechi però sorridevano ancora. Avevano uno splendore nuovo. Mai visto prima. Tutte le volte che Chiara vedeva quello sguardo le si riempiva il cuore di domande. Anche così sembrava bella». Di fronte a quello sguardo la reazione di Chiara è segnata, come sempre nei personaggi dei racconti, da una polarità, da un’antinomia che non si scioglie.

Continuava a immaginare il corpo freddo e bianco deposto all’obitorio con le dita incrociate sopra il petto. Vedeva il tumulo infossato, la carne divorata dalle viscere profonde della terra. Sentiva dentro le orecchie il ronzio di grosse mosche nere, rivoltanti. L’aria impregnata di un odore marcio, stomachevole.

Chiara proietta su Sara lo sguardo della morte imminente, non vede più il suo sorriso ma le pupille vuote. Rifugge il presente, lo avvolge nella nebbia oscura del futuro. Nondimeno, per un attimo, lo sguardo dell’amica perfora quella nebbia.

Al di là del vetro in fondo alla camera, un bagliore sovrastava il buio della sera. L’alta cupola di San Giovanni si imponeva attraverso la finestra. Era la prima volta che la guardava veramente. Sentiva il richiamo di quella fede che aveva intravisto in Sara, ma in fondo non aveva mai provato.

Il primo sguardo diverrà l’ultimo. Chiara non è capace di reggere la sfida alla morte contenuta nel sorriso di Sara, la promessa ivi racchiusa che l’amore è più forte della morte. «Strofinò i polpastrelli sul viso, in modo brusco. Poi si alzò e uscì. Sopraffatta da un’angoscia soffocante per l’apparente vittoria della morte».

Tra la morte e la vita, tra il buio dell’anima ripiegata su di sé e lo sguardo sul mondo e sul cielo, si muove la drammatica che regge la narrativa di Giovanna Augugliaro. Una tensione che, calata com’è nell’abisso dell’io, non si risolve magicamente. La premessa del volume – «Pensavano di trovare una pietra. E un sepolcro. Ma rimasero sorpresi» -, non è una metafora. E un punto di tensione affidato alla rifrazione di uomini e donne: Sara, il medico Paolo, il professor Crystal e Rhò, l’amica prediletta dell’ultimo racconto Io e Rhò. Rhò che ascolta con infinita pazienza Giulia, la loquace Giulia che non cessa di parlare. Anche lei, come il dottore di Clara, «è un rifugio per i feriti, gli esclusi. I tanti rifiutati. Per gli imperfetti della vita». Un rifugio fragile, discreto, che un giorno toglie il disturbo senza preavviso. Malata di cancro come Sara. Epperò un segno, una promessa di vita, di umanità profonda, capace di mutare lo sguardo di Giulia.

«In cielo» mi ha detto lei l’ultima volta «avrò l’orecchio teso ad ascoltare». Sono finite le nostre chiacchierate, il caffè bollente e le tisane al gusto di menta peperita. Le infradito nere e le risate. Rhò non mi versa più brodaglie, ma non ha smesso di parlarmi. «Ho capito» rispondo io. «Hai ragione, mi dispiace» e così cambio il mio modo di scrivere e pensare. A poco a poco, ho smesso di essere brutale. Ho imparato ad assolvere la gente. Così riesco a guardare in faccia la realtà, quella bella e quella brutta. E anche il male, senza più paura. Concedo anche a me stessa lo spiraglio del perdono attraverso cui cambiare.

Sembra un brano autobiografico: la tenerezza di chi vuole bene cambia il nostro modo di scrivere e di pensare. Ci concede lo «lo spiraglio del perdono», la sua possibilità perché, prima, si è stati perdonati, voluti, amati. E rimasero sorpresi è un testo, denso e conciso, di narrativa ed, insieme, una trasfigurazione di esperienze di vita, di volti e di storie reali. L’enigma del mondo emerge, sempre, nella visione dell’amore più grande della morte.

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