Freud e Cristo. La scomparsa di Giacomo Contri

Su Agorà di  “Avvenire” di oggi c’è un mio ricordo di Giacomo Contri morto venerdì 21 gennaio, lo riporto, come scrivo bel pezzo, anche per ringraziarlo della sua amicizia, della sua stima, della lucidità appassionata con cui ha comunicato il “pensiero di Cristo”.

 

Avvenire, 26 gennaio 2022, Addio a Contri, distese Freud sul lettino di Cristo (M. Borghesi)

Venerdì 21 gennaio è venuto a mancare Giacomo Contri,  medico, psicoanalista, traduttore per Einaudi degli Écrits di Jacques Lacan,  presidente della “Società Amici del Pensiero” e responsabile del sito ad essa dedicato: www.societaamicidelpensiero.com. Contri, che aveva studiato a Parigi negli anni ‘70 all’École Freudienne e all’École Pratique des Hautes Études  sotto la guida di Roger Bastide, Roland Barthes, Robert Lefort, era anche presidente e docente dello “Studium Cartello”. Ci siamo conosciuti negli anni ’90 grazie agli incontri di redazione della rivista «Il Nuovo Areopago», incontri che terminavano con il pranzo in qualche trattoria romana nei pressi di Santa Maria Maggiore. Ne era nata un’empatia ricca di scambi di idee nutrite del testo fondamentale che mi aveva inviato, Il pensiero di natura del 1994.

Contri era un personaggio che colpiva e sorprendeva. Per il suo aspetto innanzitutto: la testa rasata, gli occhiali, il portamento, tutto ricordava il tipico intellettuale francese. Ed intellettuale Contri lo era, dalla testa ai piedi, nel senso migliore del termine: arguto, frizzante, aforistico, colpiva nel segno osservando la scena da punti di vista inaspettati, mai banali. E poi condiva il tutto con una ironia tagliente, mai cattiva. Era eccentrico e sapeva di esserlo. Anche nel suo essere cattolico laddove la fede non era mai scontata ma, ogni volta, oggetto di una ripresa, di una provocazione costante. Per questo aveva accettato di collaborare al settimanale cattolico «Il Sabato» con una rubrica dal titolo SanVoltaire, un titolo che era un programma. Nel 1994, alla chiusura del giornale, ne raccoglierà gli articoli in un volume dal medesimo titolo.

Il cristianesimo di Contri rappresentava allora una boccata d’ossigeno. E questo sia a fronte della cultura postmarxista, per la quale la fede era la via d’uscita delle anime belle dal mondo, sia a fronte del fideismo evanescente di tanta parte del cattolicesimo italiano. Per lui Cristo era la pienezza, l’eccesso, la soddisfazione, la salute, il centuplo.

Non tutto era certamente chiaro. Quella sua identità tra salute e salvezza aveva qualcosa di dionisiaco, di nietzschiano. E tuttavia SanVoltaire era un antidoto lucido ed efficace contro la derealizzazione del cristianesimo, una risposta spiazzante ai pregiudizi della cultura laica.  Nel 1997-1998 collaborammo insieme a due volumi editi dalla rivista internazionale «30 Giorni». Uno era su Il potere e la grazia. Attualità di sant’Agostino e l’altro su Il cristianesimo invisibile. Attualità di antiche eresie. In questo secondo testo criticava la gnosi, per la quale Cristo era solo un simbolo, un’idea, un universale astratto, un prototipo. «Ciò che definisce un cristiano – affermava – è un legame affettivo con Gesù Cristo, i cristiani sono coloro che hanno questo legame affettivo. Io sono uno psicoanalista e so che non è possibile avere un legame affettivo con una funzione, un ruolo, o con un essere rivelato. È possibile solo con una persona. Concreta e vivente. L’affezione è individuale, è a quella persona lì, non a un’essenza».

Il realismo cristiano è un realismo affettivo: questa era la lezione che aveva tratto da don Luigi Giussani che aveva conosciuto a Milano da giovane liceale. Per questo nel 2005 mi aveva inviato un lungo saggio a cui teneva molto: Luigi Giussani e il profitto di Cristo, accompagnato da un suo biglietto: «Carissimo Massimo mi importa molto inviarti questo testo. Qualsiasi cosa tu ne pensi, mi piacerebbe un tuo commento. Il Tuo Giacomo». Quel biglietto è rimasto senza risposta e ora che Contri non è più tra noi mi rimane il rammarico e la tristezza di non aver esaudito la sua richiesta.

Negli ultimi anni avevo pensato più volte di replicare, di chiarire i nodi irrisolti all’interno di una grande sintonia. Uno per tutti: il suo trascurare, al pari di Freud, il problema della morte e, quindi, la tensione ineliminabile tra anima e corpo. Nel saggio che mi aveva inviato scriveva: «Non c’è angoscia di morte: l’angoscia è solo di vita. Ho avuto una disputa con qualcuno per il quale nell’orto degli ulivi Cristo sarebbe stato angosciato. No, il suo desiderio di evitare la sofferenza non era angoscia: ne conferma la salute psichica e lo esime dal sospetto di masochismo salvifico». Qui il discepolo di Freud dipendeva troppo dal maestro.

Non ho risposto direttamente a Giacomo anche se l’ho fatto indirettamente. Agli inizi del 2000 mi aveva invitato a tenere una conferenza per “Studium Cartello” sul tema Il Cristo “idiota”. Malattia e sanità del Cristianesimo nel pensiero europeo tra ’800 e ’900. Al termine della relazione accennavo alle risposte a Nietzsche date da Max Scheler e da Emmanuel Mounier, inadeguate perché subordinate nel loro vitalismo cristiano all’avversario. Parlando di loro in qualche modo parlavo della sua posizione. Per questo, forse, mi aveva inviato il suo testo con il biglietto.

Ora che Contri non è più lo ringrazio della sua amicizia, della sua stima, della lucidità appassionata con cui ha comunicato il “pensiero di Cristo” in un tempo in cui non era certo di moda. Eccentrico e geniale, lo rimpiangeremo.

1 pensiero su “Freud e Cristo. La scomparsa di Giacomo Contri”

  1. Caro Massimo, anch’io ho incontrato Giacomo Contri ai tempi del mio convegno sul Concilio che tanto scuotera’ la mia esistenza. La sua scomparsa mi dà amarezza. É una delle tante amicizie preziose che non sono riuscito a valorizzare. Grazie per l’articolo.
    Salvatore

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