I “due” Papi e la crisi dell’autorità nella Chiesa

Domenica 19 gennaio è uscita sulla testata online IlSussidiario.net una mia analisi sul “caso” del volume “Dal profondo dei nostri cuori” e del contributo di Benedetto XVI.

 

IlSussidiario.net, domenica 19 gennaio, Francesco e Ratzinger/ I “due” Papi e la crisi dell’autorità nella Chiesa (M. Borghesi)

 

L’eco mondiale provocata dalla notizia della pubblicazione, da parte di Fayard,  del volume “a quattro mani” Des profondeurs des nos coeurs (Dal profondo dei nostri cuori) da parte del Papa emerito e del cardinale Sarah non dipende solamente dal suo contenuto – la conferma del celibato dei preti come condizione inderogabile per il sacerdozio – quanto dall’uso mediatico che la parte ecclesiale avversa a papa Francesco presume di trarne. Sono anni che quella parte tenta di utilizzare in ogni modo la figura di Benedetto XVI al fine di contrapporlo al Papa regnante. Il suo sogno è di dividere la Chiesa a livello mondiale in modo da poter delegittimare Francesco e costringerlo alle dimissioni. Nel suo furore essa non si cura della tragedia, del disorientamento, dello scandalo. Semina divisione, sospetti, accuse di eresia.

Una patologia religiosa percorre la Chiesa e le vittime sono, innanzitutto, i semplici fedeli che, spesso ignari, vengono coinvolti nelle trame oscure di potentati che muovono le fila dietro motivazioni di apparente zelo religioso. La destra mondiale non ama il Papa “argentino”, latinoamericano. Lo ritiene, sul terreno sociale, troppo spostato a sinistra, non funzionale, quindi, agli assetti di potere che stanno modificando, sensibilmente, la realtà attuale.

Per delegittimare un Papa non è però sufficiente attaccarlo sul terreno politico. Occorre insinuare il dubbio su quello religioso ed è qui che entrano in gioco le diatribe teologiche, i gruppi di pressione, gli attivisti dei media che rilanciano, ossessivamente, le accuse di eresia. Un Papa avanzato socialmente non può che essere progressista-modernista sul terreno dottrinale. Così si crea la leggenda: il Papa buonista è una creatura di Soros, del “Padrone del mondo” vaticinato da Robert Hugh Benson, il cui scopo nascosto è la dissoluzione della Chiesa dall’interno.

Deliri apocalittici e profezie mistiche si confondono in un immaginario per il quale la Chiesa e il mondo si avviano alla fine. L’apocalittica è l’altra faccia di un mondo oscuro che chiede, prepotentemente, ordine e sicurezza e rimane disorientato ed adirato di fronte ad un papa che chiede di abbattere i bastioni e di non avere paura.

Così l’anti-Chiesa che si muove contro Bergoglio cerca, senza sosta, dei leaders che, sul terreno politico come su quello ecclesiale, possano assumere la veste dell’anti-Francesco. Da Trump a Putin, da Orbán a Salvini, ai cardinali Burke, Müller, Sarah, al vescovo Viganò, è tutto un tentativo di continua delegittimazione dell’operato del Pontefice. Al punto che il pontificato di Bergoglio apparirà agli storici futuri come costellato da una serie ininterrotta di tappe di rimozione.

Questa strategia di logoramento non avrebbe la potenza che ha se, in questi anni, non avesse tentato, in ogni modo, di coinvolgere, inutilmente, la figura di Benedetto XVI. Per una parte del cattolicesimo conservatore la grande rinuncia di papa Ratzinger è stato un gesto “rivoluzionario”, imperdonabile. “Dalla croce non si scende”: come disse, in modo violento, il cardinale di Cracovia Stanisław Dziwisz. Quel mondo non ha mai perdonato a Benedetto la sua scelta.

Non tutto, però. Una parte di esso ha confidato e confida che il Papa emerito, uscendo dal silenzio o agendo dietro le quinte, possa ostacolare la deriva “modernista” del Papa “ufficiale”. È in questo contesto che la decisione di Ratzinger di partecipare al volume di Fayard, insieme al cardinal Sarah notoriamente non proprio in sintonia con Francesco, assume un significato peculiare. Non certamente nelle intenzioni di Benedetto, il quale ha espressamente scritto che si rimette interamente all’autorità del suo successore, ma nei fatti. Né la comunicazione di mons. Georg Gänswein, segretario del Papa emerito, secondo cui non vi era stata una perfetta intesa editoriale tra Benedetto e il cardinale e il titolare del volume Des profondeurs des nos coeurs poteva essere solo Sarah, è valsa a chiarire e ad attenuare le discussioni.

Essa, però, ha scombinato i piani ed ha ottenuto come risultato di attrarre su mons. Gänswein le ire di coloro che, fino al giorno prima, lo avevano osannato come un punto fermo della loro strategia. Come ha tuonato mons. Viganò dalle colonne del quotidiano della destra politica La Verità: “Padre Georg ha isolato il Pontefice emerito” (16 gen. 20). Gli anti-Francesco non hanno scrupoli: quando le pedine non servono più vanno sostituite. Per Viganò “È tempo di rivelare il controllo abusivamente e sistematicamente esercitato da Monsignor Georg Gänswein nei confronti del Sommo Pontefice Benedetto XVI fin dall’inizio del suo Pontificato. Gänswein filtrava abitualmente le informazioni, arrogandosi il diritto di giudicare lui stesso quanto fosse opportuno o meno far pervenire al Santo Padre”.

Così la guerra infinita macina le sue vittime e può proseguire. Se i combattenti si perdono per strada e vengono sacrificati rimane però il generale, l’ignaro Benedetto il cui intento non è certo quello di contrastare Francesco o di servire da pedina per l’anti-Chiesa. Chi dubita di questo dimostra di disconoscere l’intera produzione teologica di Joseph Ratzinger così come la sua concezione del Pontificato. Coloro che recitano, come in una giaculatoria, “Benedetto è il nostro Papa” dimostrano una concezione ecclesiale che Benedetto aborre in modo assoluto. Una concezione fuori della “Cattolica”. Le sue attestazioni di fedeltà e di obbedienza a papa Francesco non possono essere messe in dubbio da nessun volume di fantateologia che tanto appassiona gli apocalittici del settimo giorno.

Detto ciò rimane il fatto che la decisione di Ratzinger di partecipare all’iniziativa editoriale del cardinal Sarah rimane discutibile, al di là delle buone intenzioni. Discutibile non perché egli non abbia il diritto di parlare o di pubblicare ma per il titolo che, al momento dell’abdicazione, ha deciso di conservare: quello di Papa “emerito”. Un titolo che non ha precedenti nell’intera storia della Chiesa e sulla cui validità eminenti studiosi, come il gesuita Gianfranco Girlanda nel suo “Cessazione dell’ufficio di romano pontefice” (La Civiltà Cattolica, 02 mar. 2013), hanno sollevato seri dubbi.

È quel titolo, che il diritto canonico non sa come regolamentare, che ha offerto lo spazio della fantateologia e delle manovre di palazzo. Se infatti a trattare dell’argomento del celibato dei sacerdoti, un tema trattato dal Sinodo dei vescovi su cui il Papa regnante deve ancora pronunciarsi, fosse stato il “cardinal” Ratzinger, il suo discorso, pur con tutta la sua autorevolezza, non avrebbe creato il problema di cui discutiamo.

La querelle diventa accesa quando viene presentata come la disputa tra “due papi”. È in questa presunta dialettica, tra l’emerito e il regnante, che si inserisce la fronda anti-Francesco rivendicando la sua forza e la sua legittimità. Siamo con ciò di fronte ad un’impasse che segna il momento presente, drammatico, della Chiesa. Se Ratzinger vuole essere coerente con l’impegno che si è assunto al momento in cui ha deciso di conservare il nome di Benedetto XVI, Papa emerito, allora dovrebbe osservare la regola del silenzio nelle materie che sono oggetto di discussione da parte dei vescovi e del Papa. Potrebbe intervenire solo nel caso in cui la sua parola risultasse di sostegno all’azione papale. Laddove rimangono margini di dubbio le sue osservazioni, autorevoli e preziose, dovrebbero essere offerte, in forma personale e diretta, al Papa al quale spetta il giudizio sulla loro utilità o meno. Diversamente la possibilità di esprimere pubblicamente la sua opinione su temi sensibili per la Chiesa implica la dismissione dell’abito bianco e dell’appellativo di Papa emerito.

Siamo con ciò posti di fronte ad una opzione la quale, probabilmente, non avrebbe ragion d’essere nella misura in cui la cordialità e la stima che lega i due pontefici, passato e presente, è un unicum in tutta la storia della Chiesa. Francesco ha accolto le decisioni di Benedetto senza sollevare obiezioni. I due portano accenti diversi, scelte diverse, ma sono accomunati da uno stesso amore alla Chiesa, la Chiesa del Concilio, da un’eguale prospettiva missionaria. Per questo anche Benedetto è inviso a molti tradizionalisti. Se il problema della comunicazione si pone oggi per le pubblicazioni di Ratzinger non è per i due diretti protagonisti, ma a causa dell’opposizione militante di una parte, minoritaria, della Chiesa che tenta, ogni volta, di strumentalizzare le parole del Papa emerito per screditare l’autorità del Pontefice. Donde la necessaria discrezione richiesta a Ratzinger. Discrezione che, in condizioni normali, non sarebbe richiesta.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *