I papi laici e il passaggio d’epoca

zagrebelsky[1]Pietro Lorenzetti della Fondazione Ceur propone una sua sintesi dell’incontro “Critica della teologia politica, da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana”, presentazione del libro di Massimo Borghesi, il 16 dicembre scorso a Roma, con esimi costituzionalisti: Cartabia, Luciani, Mangiameli, Tondi della Mura e Zagrebelsky (nella foto).

 

Leggi l’articolo su http://www.avvisoainaviganti.camplus.it/

 

Che la presentazione del libro “Critica della teologia politica, da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana” del filosofo Massimo Borghesi, tenutasi il 16 dicembre scorso a Roma, ancorché esclusivamente  affidata a costituzionalisti (il giudice della Corte della Costituzionale Cartabia, il prof. Luciani, il prof. Mangiameli, il prof. Tondi della Mura, il presidente emerito della Corte Costituzionale Zagrebelsky), potesse  riservare sorprese e attraversamenti disciplinari, lo si poteva supporre dallo spessore  dei relatori. Proprio per questo ho voluto fare questo breve articolo. Vi è stato un punto del dibattito  in cui, dopo che Tondi della Mura aveva ottimamente tracciato il percorso del libro dall’affermazione agostiniana del dualismo cristiano al dialogo habermasiano  con la religione come argine allo svuotamento dell’idea stessa di soggettività, Gustavo Zagrebelsky ha posto un problema non in punta di diritto ma con il cuore di una coscienza laica in mano. E ci siamo tutti sentiti laici, parte di una storia di popolo che sta vivendo un passaggio d’epoca.

Ha detto che vi è l’esigenza di trovare un punto comune che ci faccia riscoprire come SOCIETA’, unità tra persone che neppure si conoscono. Come si può riconoscersi appartenenti a una società? Perché c’è un terzo, un principio nel quale anche gli altri si riconoscono. L’idea moderna di contratto si basava su accordi orizzontali. Ma perché dovrebbero essere vincolanti? Solo se si può riconoscere un terzo. Diversamente il sigillo del contratto sarebbe solo l’onore, ma ciò striderebbe col fatto che si contratta per interesse e l’interesse non ha a che vedere con l’onore. Vi è forte l’esigenza del TERZO.  Potrebbe essere l’elemento della speranza di un avvenire comune che non sia la dilacerazione dei rapporti. Dovrebbe essere  un terzo che vada oltre gli interessi, un terzo per cui valga la pena vivere. Finora questo qualcosa è stato il possesso economico, basti pensare all’immagine dell’ascensore sociale. La crisi moltiplica la forza degli egoismi. Fin qui Zagrebelsky.

Come mi capita spesso ultimamente, nella lettura di libri di scienze sociali che cercano di interpretare il presente, mi rendo conto che il tema delle condizioni del rifarsi della società è un tema che magari non viene esplicitato, ma è vivo sottotraccia, è come se fosse isolato, quindi messo a fuoco sempre di più dall’elaborazione concettuale. E’ una questione laica non perché riguarda i non cristiani, ma perché riguarda tutti, cristiani in primis. Implica la capacità di rendere ragione della speranza che è in noi, di portare la speranza. A proposito del “terzo”, diceva Mons. Giussani in “Verità di Dio, verità dell’uomo”: “ … un uomo, per il fatto stesso di vivere, afferma l’esistenza di ‘qualcosa’ per la quale vale la pena continuare a vivere. Allora, cos’è Dio? È appunto ciò per cui vale la pena vivere. Inoltre, la natura stessa della ragione dell’uomo è tale da esigere, per il fatto stesso di esistere, l’affermazione di un “dio”. Il vero problema si pone in altri termini: il problema di oggi non è l’ateismo, ma il laicismo.”

Forse in questo cambiamento d’epoca il problema non è neanche più il laicismo.

Pietro Lorenzetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *