Il conflitto politico-religioso, 14 anni dopo l’11 settembre

12009768_949912188381329_4941912412984397882_n[1]Il nuovo numero di Rivista di Politica, in corso di pubblicazione, contiene un dossier sulla “Teologia politica”, curato da Massimo Borghesi, con articoli di Mario Tronti, Pasquale Serra, Gianni Dessì, Antonio Allegra, Luca G. Castellin, Marco Pacioni. Qui di seguito trovate la presentazione del dossier, a firma di Massimo Borghesi, e l’anticipazione della copertina.

 

Massimo Borghesi, Il conflitto politico-religioso e l’attualità della teologia politica

 

Contrariamente all’idea, soggiacente alla scuola de “Les Annales”, la storia non è caratterizzata solamente dalla longue durée ma anche da “Eventi”, avvenimenti, che segnano cesure tra le epoche. Così il 1989 rappresenta, simbolicamente, la fine di un’era, quella dominata dalla guerra fredda, dallo scontro ideologico-politico tra Est e Ovest. Esso inaugura il tempo nuovo, quello contrassegnato dall’illusione della Fine della Storia (“The End of History”), titolo dell’opera programmatica del nippo-americano Francis Fukuyama. Quel tempo, diviso tra globalizzazione e mitologie pacificanti in stile New Age, si conclude, l’11 settembre 2001, con l’abbattimento delle Twin Towers a New York. Con ciò si è aperto un nuovo scenario contrassegnato, dopo decenni di teorie sulla irreversibile secolarizzazione del moderno, da un impetuoso ritorno della religione nella scena pubblica. Uno scenario che ha visto l’islamismo radicale da un lato, polarizzato dal purismo fanatico di Al-Quaeda, e, dall’altro, la reazione teocon di matrice americana, fondata sull’idea dell’Occidente “cristiano” in guerra. In tal modo il tema teologico- politico, la forte commistione tra politica e religione, è il topos che domina la storia, fino ad oggi. Cambiano gli attori, da Al-Quaeda all’Isis, a Boko Haram, ma il problema persiste. Ciò ha indotto settori dell’illuminismo radicale a postulare l’idea che la radice dei conflitti stia nell’idea stessa di monoteismo. Il monoteismo (ebraico-cristiano-islamico) sarebbe, nella sua pretesa di un’unica verità, violento. La terapia dell’Occidente risiede qui nel ritorno ai classici dell’Illuminismo, alla lezione di Lessing e, in forma più aggiornata, al decostruzionismo contemporaneo. Così Peter Sloterdijk e l’ultimo Derrida. Ciò che i neoilluministi dimenticano è il ruolo svolto dalle stesse religioni nel sedare il fuoco del fondamentalismo religioso. Così nel mondo cattolico è stata la lezione del Concilio Vaticano II, strenuamente sostenuta da Giovanni Paolo II, durante la prima e la seconda Guerra del Golfo, da Benedetto XVI e poi da Francesco, che ha delegittimato l’ideologia teocon e impedito l’idea di “crociata” dell’Occidente cristiano contro l’Islam. Con ciò è venuta meno, in parte, la giustificazione che l’avversario islamista avrebbe auspicato. L’essenza della teologia politica risiede, infatti, nell’esigenza del nemico. Non c’è teologia politica se non c’è nemico, se non c’è guerra di religione. In ciò è possibile misurare, da un lato, la differenza con la teologia della politica la quale non ha bisogno, per attuarsi, di avversari, e, dall’altro, l’attualità della riflessione di Carl Schmitt, il principale e discusso teorico della teologia politica nel Novecento. Al fondo rimane la “vexata quaestio”: il cristianesimo è teologia politica o esso, come pensano Erik Peterson e, dietro di lui, Joseph Ratzinger, costituisce, in alternativa alle correnti che vorrebbero una privatizzazione radicale della religione, la principale liquidazione della teologia politica? «Il cristianesimo – scrive Ratzinger nel 1984 – in contrasto con le sue deformazioni, non ha fissato il messianismo nel politico. Si è sempre invece impegnato, fin dall’inizio, a lasciare il politico nella sfera della razionalità e dell’etica. Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile. In altri termini il nuovo Testamento conosce un ethos politico, ma nessuna teologia politica»[1].

La distinzione di Ratzinger, preziosa, non significa l’apoliticità della fede. Nel caso del cristianesimo la connessione con la storia è essenziale. Questo non porta, però, ad una teologia politica ma ad una teologia della politica. «Nella sua concezione propria la fede cristiana è essenzialmente metapolitica; è politica nelle sue conseguenze. E’ politica in quanto la civitas Dei, secondo l’immagine suggerita dalla Lettera a Diogneto, è anima della polis, vive in essa pur senza identificarvisi, si prende cura del suo bene. Non realizza se stessa, però, attraverso la politica. La sua è una teologia della politica, non una teologia politica. Ciò significa che non raggiunge il politico direttamente ma attraverso la mediazione etico-giuridica. Non realizza l’identità con il politico. Lo impedisce la riserva escatologica, lo scarto tra grazia e natura. La teologia politica, al contrario, è “dialettica”. Per essa il momento teologico si realizza attraverso il politico e il politico tramite il teologico. Nel passare “attraverso”, nel realizzarsi attraverso altro-da-sé, i due momenti vanno incontro ad una metamorfosi. E’ in questo senso che la teologia politica rappresenta una formula della secolarizzazione: del teologico, che identifica la civitas Dei con la civitas mundi; del politico allorché, nel senso di Löwith o di Voegelin, diviene religione politica»[2]. Nel passaggio dalla teologia politica alla teologia della politica il modello dialettico, fondato sull’idea del reciproco “inveramento” tra teologico e politico, cede il posto ad un modello “polare”. Teologia e politica si rapportano in una irriducibile differenza, in una tensione mai risolta.

E’ lungo questa direzione che si muovono i saggi che compongono il numero presente di “Rivista di politica” dedicati al tema teologico-politico. Nel testo di Mario Tronti la teologia politica, in una versione che corregge quella classica di Schmitt, si pone non come il modello della secolarizzazione ma come suo argine critico, luogo di opposizione ad una modernizzazione nichilista, allo svuotamento di ogni ideale di cambiamento che segna, in profondità, l’era della globalizzazione. Il teologico-politico è qui il vento messianico di Rosenzweig, Benjamin, Taubes, che apre il politico, ne contesta l’autonomia. E’ il luogo della trascendenza che, come documenta Pasquale Serra nel suo serrato ed interessante saggio autobiografico dedicato al suo lungo confronto, da sinistra, con il pensiero di Augusto Del Noce, dà respiro ad una politica più che mai tentata, nelle circostanze attuali, di ripiegarsi nella congiuntura. Soccorrono, allo scopo, i modelli del passato, da quello di Luigi Sturzo, delineato da Gianni Dessì, al paradigma di uno dei più illustri pensatori americani del ‘900, Reinhold Niebhur, illustrato da Luca Castellin. Entrambi, Sturzo e Niebhur, indicano un rapporto di polarità tra religione e politica, una tensione per la quale la fede, priva di suggestioni clericali ed integralistiche, riconosce il politico come altro da sé e, insieme, ne contesta le chiusure, le assolutizzazioni panteistiche, i processi di secolarizzazione. La teologia della politica impedisce la teologizzazione del politico. Una tesi, questa, verificata criticamente da Antonio Allegra in un intelligente confronto tra due studi sull’argomento – Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero (Einaudi 2013) di Roberto Esposito e Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana (Marietti 2013) di Massimo Borghesi – , testi nei quali la convergenza del risultato, dato dalla liquidazione della teologia politica, viene giustificato a partire da premesse ed argomentazioni radicalmente diverse. Il dossier si conclude con una ricca e documentata bibliografia sull’argomento offerta da Marco Pacioni la quale costituisce un utilissimo strumento per inoltrarsi in una problematica, quella della teologia politica, che monopolizza ormai la riflessione filosofico-politica.

 

Massimo Borghesi è professore ordinario di Filosofia morale nel Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, umane, della formazione dell’Università di Perugia. Tra le sue pubblicazioni recenti: L’era dello Spirito. Secolarizzazione ed escatologia moderna, Studium, Roma 2008; Augusto Del Noce. La legittimazione critica del moderno, Marietti, Genova-Milano 2011; Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana, Marietti, Genova-Milano 2013.

[1] J. RATZINGER, Chiesa, ecumenismo e politica, tr. it., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Mi) 1987, p. 201.

[2] M. BORGHESI, Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’era costantiniana, Marietti, Genova-Milano 2013, pp. 12-13.

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