Il Papa del poliedro, l’intervista a Il Nuovo Giornale di Piacenza

Venerdì 29 marzo a Palazzo Grandi di Piacenza interverrò alla presentazione del mio libro: “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”. Con me sarà relatore padre Erminio Antonello, rettore del Seminario diocesano.

L’occasione della presentazione è la mostra del Meeting di Rimini “Gesti e parole. Jorge Mario Bergoglio, una presenza originale”, visitabile dal 13 al 31 marzo nel Salone di Palazzo Gotico a Piacenza, promossa dall’Associazione Culturale “Ingenua Baldanza”, in collaborazione con il Comune di Piacenza e il sostegno della Fondazione di Piacenza e Vigevano.

Approfondimenti sulla pagina Facebook dell’Associazione Ingenua Baldanza https://www.facebook.com/IngenuaBaldanza/

Per questa occasione ho rilasciato un’intervista a Gaia Corrao, redattrice del settimanale diocesano. Riporto il testo sotto, mentre qui si può leggerla impaginata in formato pdf.

Il Nuovo Giornale, giovedì 21 marzo 2019, p. 11, Il Papa del poliedro

Filosofo, saggista, Massimo Borghesi è professore ordinario di filosofia morale all’Università di Perugia. Tra le sue numerose pubblicazioni, spicca nel 2017 il testo “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”, col quale ci mette a contatto diretto con le origini del pensiero e della formazione del Papa. Venerdì 29 marzo alle 21 a Piacenza nella mostra di palazzo Gotico “Gesti e parole” dedicata a papa Francesco presenta il suo libro.

Il libro aiuta a vedere la profondità di pensiero di papa Francesco, erroneamente considerato solo come uomo dalla “fede semplice”. Si può parlare di un Papa di complessa formazione intellettuale?

Lo stereotipo del papa “latinoamericano”, privo dei parametri e della formazione intellettuale propri dei papi precedenti, era, fino alla pubblicazione del mio volume, un luogo comune. Soprattutto i critici di Francesco lo utilizzavano come un motivo di continua delegittimazione. Insistevano nel continuo paragone con Ratzinger- Benedetto XVI con l’intento di mettere in luce la sproporzione, nonché l’ipotetica distanza tra i due pontefici. Tutto ciò ha avuto una battuta d’arresto con il mio libro, edito nel 2017, il quale dimostra, senza ombra di dubbio, la complessa formazione intellettuale, filosofica e teologica, di Jorge Mario Bergoglio.

A quale scuola di pensiero si è formato Francesco?

Quella del Papa è una formazione che deve molto ai gesuiti: a figure di primo piano del pensiero francese, come Gaston Fessard ed Henri de Lubac. E poi alla riflessione di Romano Guardini, di Hans Urs von Balthasar e, in America Latina, a quella di Amelia Podetti e di Alberto Methol Ferré. Si tratta di un incrocio di autori che concorrono alla formazione di un pensiero dialettico, antinomico, per il quale il cattolicesimo risulta essere, ogni volta, “complexio oppositorum”, l’unione dinamica degli opposti che segnano la vita ecclesiale e quella sociale e politica. Si tratta di una prospettiva molto originale che Bergoglio ha messo a fuoco negli anni infuocati dell’Argentina degli anni ‘70 quando era, a 36 anni, provinciale dei gesuiti.

Da dove viene la semplicità comunicativa di papa Francesco?

Dalla consapevole assunzione dello stile e del linguaggio evangelico maturata in un contatto assiduo con il “pueblo fiel”, con il popolo cristiano della sua Argentina. Bergoglio condivide profondamente l’opzione preferenziale per i poveri fatta propria dalla Chiesa latinoamericana, da Medellin ad Aparecida. Al contempo sente e vive la teologia del Pueblo, elaborata da Lucio Gera e Juan Carlos Scannone, non come una mera opzione teologica ma come una sensibilità personale. In un’occasione ha detto che nel credere i cristiani dipendono dalla gerarchia per il contenuto, ma nel “come” credere, tutti, compresi sacerdoti e vescovi, devono imparare dalla vita del popolo credente.

Semplicità dunque, ma non ingenuità naïf, come a volte si vorrebbe far credere?

Lo stile “semplice” di Bergoglio, che ha indotto in errore più di un critico, è semplice perché vuole essere semplice. Si tratta di una scelta consapevole e meditata. Il suo modello ideale è Pierre Favre, colui che condivide con S. Ignazio stanza e studi alla Sorbona, a Parigi. Favre è legato alle sue origini familiari umili, semplice nello scrivere e nel parlare, e, insieme, ricco intellettualmente, in dialogo con le élites europee del tempo. è il gesuita che desidera ardentemente la pace in Europa a fronte del grave conflitto che divide cattolici e protestanti, è il cristiano mite che si adopera per i poveri di Magonza. Favre è colui che Bergoglio vorrebbe essere.

Un grande, difficile tema, che il libro approfondisce è l’opposizione polare. Di che cosa si tratta?

L’opposizione polare è il modello di pensiero proprio di Bergoglio, desunto dalla lettura giovanile de “La dialectique des Exercices spirituels de saint Ignace de Loyola” di Gaston Fessard. Un modello che troverà poi la sua conferma, a livello filosofico, con lo studio dell’opera di Romano Guardini sull’opposizione polare, “Der Gegensatz”, sulla quale doveva vertere, nel 1986, la tesi di dottorato in Germania mai portata a termine. Si tratta di un pensiero “antinomico” per il quale l’unità si raggiunge nell’unire gli opposti senza eliderli. L’unità non è uniformità ma armonia nella distinzione. Quello di Bergoglio è un pensiero polifonico, una sinfonia di opposti. La figura che lo caratterizza è il poliedro, un’unità pluriforme che si oppone all’omogeneizzazione indistinta della sfera. Sono evidenti le ricadute di questo modello nel contesto odierno, nel quale il rifiuto di una globalizzazione totalizzante prende la forma di particolarismi che preludono al ritorno di antagonismi e di conflitti. Il modello bergogliano è un modello di pace. Il Papa stesso, in molteplici occasioni, nel suo ecumenismo, nel suo dialogo con l’Islam, ha dimostrato di essere un protagonista della pace in un mondo che tende sempre più a dividersi.

Alcune pagine del libro sono dedicate ai rapporti tra Bergoglio e don Giussani. Che legame c’era?

Il cardinal Bergoglio non ha mai conosciuto personalmente don Giussani, però in quattro occasioni ha presentato edizioni spagnole dei suoi libri a Buenos Aires. è indubbio che la lettura dei testi non sia stata meramente formale. Nel 2001, presentando “El actrativo de Jesucristo”, dirà: “Ho accettato di presentare questo libro di don Giussani per due ragioni. La prima, più personale, è il bene che negli ultimi dieci anni quest’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacerdote, attraverso i suoi libri e i suoi articoli. La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo». Una cosa certamente Bergoglio deve a Giussani, una sottolineatura che poteva trovare anche in Ratzinger, quella per cui il cristianesimo accade oggi, può riaccadere, in un incontro personale che riverbera la presenza di Cristo, analogo a quello di duemila anni fa sulle sponde del mar di Galilea.

Perché molti laici, come nel caso di Wenders, parlano di papa Francesco?

Francesco arriva al cuore dei lontani e a quello della fede semplice dei credenti. Chi fa difficoltà sono, per lo più, i cattolici militanti, i cattolici che vivono la propria fede in modo ideologico, come un’appartenenza identitaria, politica al fondo. Questi ultimi lo accusano di essere cedevole, venato di buonismo e di misericordismo. Lo vorrebbero armato e combattente. La via di Francesco, al contrario, è, al pari di quella di Benedetto XVI, la via della misericordia. è questa via che arriva al cuore dei lontani, di coloro che, sentendosi abbracciati, rimangono colpiti, affascinati da una modalità di essere cristiano. Sono come il figlio che desidera tornare a casa, dal padre, anche se spesso non ne hanno il coraggio. Non sorprende che anche Wenders sia colpito dalla personalità e dall’esempio del Papa. è un segno dei tempi: la conferma che questo Papa è un segno di contraddizione.

Gaia Corrao

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *