Il Papa immaginario di Andrea Grillo

Riporto di seguito la mia risposta, comparsa il 16 giugno sul sito frammentidipace.it, alla recensione di Andrea Grillo (nella foto), professore di teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, riguardante il mio volume su Jorge Mario Bergoglio.

 

Dopo le critiche di destra al mio volume “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale” (Jaca Book 2017) non poteva mancare una critica da sinistra.
Ci ha pensato Andrea Grillo, professore di teologia al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma, nella sua recensione La svolta profetica di Papa Francesco: virtù storico-filosofiche e vizi sistematici di una biografia intellettuale.
Grillo è reduce da un importante Convegno IHU, svoltosi a Porto Alegre in Brasile, dedicato alla “Svolta profetica di Papa Francesco”.
Lì ha realizzato la rilevanza del mio volume. Secondo l’autore, esso «è apparso, proprio nel Convegno IHU particolarmente importante, perché è stato pubblicato l’anno scorso in italiano, ma ha già una traduzione portoghese e ne avrà presto una inglese.
Nella presentazione che è stata fatta al Convegno brasiliano, appariva chiaro l’intento di chiedere al libro la delicatissima funzione di “presentare” e “accompagnare” Francesco negli USA, che sperimentano ecclesialmente una grande difficoltà nel recepirne serenamente e pienamente il magistero. La biografia di Borghesi dovrebbe, dunque, “rassicurare” e “garantire” il magistero di Francesco».
La “rassicurazione” ha insospettito Grillo, come se lo scopo del mio lavoro fosse quello di “neutralizzare” la novità del Pontificato, tanto da indurre il teologo ad una recensione che, al di là di taluni riconoscimenti, risuona come una stroncatura. In tal modo un volume che voleva mostrare la grande originalità del pensiero di Jorge Mario Bergoglio, la novità della sua testimonianza nella scena mondiale, viene ora presentato come una versione fluidificante-ammorbidente della figura del Papa, una versione “borghese” del medesimo.
Lo “sbiancamento” dipenderebbe dal metodo usato, quello storico-filosofico, il cui scopo sarebbe di mettere in ombra la teologia “profetico-rivoluzionaria” che guiderebbe l’operato del Papa latino-americano.
Come scrive Grillo in un precedente articolo: «Una lettura “filosofica” e “mistico-ascetica” di Papa Francesco si orienta più facilmente ad una sostanziale continuità con i predecessori, anche in vista di una riduzione quanto maggiore possibile dello “scandalo” che Francesco porta nel cattolicesimo borghese. Questo approccio non tematizza la teologia più per paura che per scelta.
Ciò appare obiettivamente favorito da una lettura “filosofica” delle fonti di Francesco, che non procede fino in fondo nell’analisi teologica delle sue ispirazioni. Quasi viene “sospesa” la teologia, per far parlare soltanto mistica ignaziana e ispirazione filosofica (questo orientamento è presente soprattutto in Ivereigh e Borghesi)».
Grillo coinvolge nella sua critica, oltre al mio lavoro, anche la grande biografia di Austen Ivereigh, tradotta in italiano con il titolo “Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio” (Mondadori 2014).
Il “punto dolens” sarebbe quindi dato da una lettura “filosofica” del pensiero di Bergoglio che metterebbe in secondo piano la sua dirompente teologia, la sua radicale “discontinuità” rispetto a quella dei Papa precedenti, di Benedetto XVI in primis.
Questo è infatti è il vero nodo del contendere, il punto critico che spiega le obiezioni di Grillo al mio volume. Per il teologo del S. Anselmo la mia affermazione, per cui si tratta «di superare il luogo comune della opposizione di Francesco e Benedetto XVI, patrocinato dai conservatori. In realtà siamo di fronte ad una diversità di stili e di accenti, non di contenuti», è inaccettabile.
Eppure io aggiungevo, nella Introduzione al mio testo, un passo di Massimo Faggioli che chiariva bene la mia posizione, mostrando che la diversità di accenti significa anche una priorità diversa accordata ai contenuti. Scrive Faggioli nel suo volume “Papa Francesco e la Chiesa-mondo” (Armando 2014):
«Se il lungo pontificato Wojtyla-Ratzinger si è caratterizzato per il magistero della Chiesa sulle questioni morali e sociali, per una decisa enfasi “antropologica” legata all’idea di “legge di natura”, Papa Bergoglio sembra essere animato da una visione più storico-culturale, e in linea con l’ambiente teologico latinoamericano da cui proviene, e da una visione più spirituale che teologica del ministero del pontificato romano. Il pontificato di Benedetto XVI, “Papa teologo” (nel senso del teologo accademico), potrebbe rimanere un’eccezione nella storia del cattolicesimo moderno. Lo spostamento dell’accento con Bergoglio, dal papato teologico a quello spirituale, presenta alcune incognite per gli assetti futuri del cattolicesimo. Ma questa scelta alternativa a quella di Ratzinger non fa di Bergoglio un progressista o un liberal (come Ratzinger non era un reazionario). Bergoglio è un “cattolico sociale” con una visione ambivalente e complessa della “modernità”».
Il testo di Faggioli risponde, in anticipo, alle critiche di Grillo al mio volume. Bergoglio è un “cattolico sociale” non un cattolico “progressista”, come vorrebbe Grillo.
Egli, in secondo luogo, non è un “Papa teologo” come era Ratzinger. Su questi due punti verte il mio profondo dissenso con Grillo. Egli mi accusa di ricostruzione ideologica perché “imborghesirei” la figura del futuro Pontefice. In realtà dalla mia ricostruzione emerge con forza il radicalismo sociale di Bergoglio – «Non sono mai stato di destra» dirà a P. Spadaro nella sua intervista per “La Civiltà Cattolica” –, la sua critica impietosa ad un sistema finanziario e ad una economia che uccide, epperò, al contempo, la sua profonda fedeltà alla tradizione in materia di dottrina.
Quello di Bergoglio è un filone del grande pensiero cattolico tra ‘800 e ‘900, il filone della Chiesa come “coincidentia oppositorum” comprendente Mohler, Przywara, Guardini, de Lubac, Fessard.
Da qui sorge, nella rivisitazione degli “Esercizi ignaziani” operata da Gaston Fessard, la “teologia” di Bergoglio, la concezione del rapporto tra grazia e libertà, mistica e teologia, fede e promozione umana, misericordia e verità. Io non ho fatto di Bergoglio un “filosofo”.
Sarebbe stato ridicolo.
Ho scritto un volume sulla sua “biografia intellettuale”, sul suo pensiero cattolico. Grillo mi accusa di guardare il Papa con lenti filosofiche. Temo che sia lui a leggerlo con le sue lenti, quelle di una “teologia” che non appartiene a Bergoglio ma solamente a Grillo.
Una teologia della discontinuità che fa a pugni con il modello della polarità che guida l’intera azione pastorale del Papa, che non rende ragione, per es., della riforma della teologia della liberazione operata dalla scuola del Rio de La Plata proprio per non rompere con la fede ecclesiale.
La discontinuità radicale tra Francesco e Benedetto, che l’autore propone a partire dalla teologia “profetica” di Francesco, è una “costruzione” concettuale di Grillo, una sua proiezione ideale.
Per questo essa non si accontenta di intervenire nei casi particolari, come fa “Amoris laetitia” riguardo alla possibile eucarestia per i divorziati risposati. Essa vuole la modifica della dottrina. Grillo lo fa capire chiaramente in un articolo recente:
«Per poter “uscire dalla autoreferenzialità” e diventare davvero “eteroreferenziale” – ossia per non mettere al centro sé, ma l’Altro e l’altro –  la Chiesa deve anzitutto riconoscere di essere investita di una reale ed efficace autorità. In altri termini, essa deve poter confidare nella possibilità di intervenire autorevolmente sulla propria dottrina e disciplina – su ciò che pensa di sé e su ciò che fa di sé –, senza cedere alla tentazione di “impedirsi un ripensamento”, magari in nome della fedeltà alla tradizione.
Se la Chiesa pensa che l’unico modo di essere fedele al Vangelo sia continuare in tutto e per tutto come prima – sia dottrinalmente sia disciplinarmente – si convincerà subito di dover restare assolutamente immobile per essere pienamente se stessa. Farà dell’immobilismo la sua ossessione.
A questa tentazione Francesco ha voluto rispondere con tre anni di una parola profetica, che vuole anzitutto persuadere la Chiesa e il mondo di due cose: che la fedeltà è mediata dal movimento, dalla conversione, dall’uscire per strada, non dalla stasi, dalla paura e dal chiudersi tra le mura; che per muoversi occorre riconoscersi la autorità di stare nella storia della Chiesa e della salvezza in modo partecipe e attivo, non come spettatori muti e passivi o come semplici “notai”».
Pare difficile attribuire a Francesco una simile lettura. La “discontinuità formatrice” del Papa, come la chiama Grillo, investe la pratica non la dottrina. La sua riforma della Chiesa mira a porre in primo piano il Kerygma rispetto ai dettami etico-morali, a declericalizzare, a contrastare i processi di burocratizzazione ecclesiastica. Sul piano sociale mira a riposizionare il cattolicesimo, fortemente imborghesito nell’era della globalizzazione, sul terreno dell’impegno per gli “scarti” del mondo e per la pace.
Quello di Grillo è, al contrario, un sogno, il sogno di un papato che, nel preteso “spirito” del Concilio Vaticano II, romperebbe con 2000 anni di storia della Chiesa. Francesco, il messia della svolta, introdurrebbe la Chiesa nella terra promessa della libertà dopo il lungo Medio Evo che – da sempre? – ha avvolto il cristianesimo storico.
Questa è una versione utopica che intende la “riforma” conciliare come una “rivoluzione”, è il Concilio visto con gli occhiali del ‘68 pensiero.
È la stessa idea, con valutazione capovolta, che la destra cattolica ha di Francesco. Grillo, dispiace dirlo, offre l’alibi a questo mondo, il quale così può, con la coscienza tranquilla, continuare la sua battaglia contro un Papa che “non esiste”! È il Bergoglio immaginario di Aldo Maria Valli.
Non ho la pretesa, ovviamente, che il “mio” Bergoglio rappresenti tutto Bergoglio.
Guzman Carriquiry nella sua Introduzione al volume lo chiarisce bene. So però, con certezza, che il testo è stato fortemente apprezzato dal Papa il quale, a quanto pare, non ha rilevato alcuna riduzione “filosofica” della sua figura. Il mio volume mira a restituire il volto “poliedrico” del futuro Papa, non intende schiacciarlo su una tesi.
Il fatto che tracci un filo rosso del suo pensiero non lo ingabbia in un sistema per la semplice ragione che il sistema di Bergoglio – modulato dalla teoria dei principi e delle coppie polari – è, al pari di quello di Guardini, un sistema “aperto”, conforme al primato della mistica. Grillo, come la maggior parte della teologia contemporanea, si dimostra sospettoso verso le categorie, l’architettura concettuale, la chiarezza dottrinale.
Per reazione all’intransigentismo chiuso della vecchia Scolastica cede alla tentazione opposta, la celebrazione di uno storicismo esperienziale in cui la “profezia” diviene una categoria fluida, una “critica” dell’esistente, un concetto dialettico alla scuola di Adorno o di Bloch. Così, divisi tra i neoscolastici tradizionalisti critici del Papa e i “profeti” di una fede post-concettuale e post-dottrinale, si consuma il vuoto del pensiero cattolico contemporaneo.

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