La bancarotta del sistema

di Massimo Borghesi. Il magazine del Movimento dei Focolari Città Nuova ha pubblicato nel mese di marzo uno speciale curato da Carlo Cefaloni intitolato “Denaro, povertà, futuro. Francesco, l’Economia di Comunione e il capitalismo”. Dalle pagine 20-23 dello speciale vi proponiamo l’intervista a Massimo Borghesi dal titolo “La bancarotta del sistema”.

 

Capitalismo, politica e poteri idolatrici sono i temi comuni nella lettura del nostro tempo operata, in diversi testi, dal filosofo Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale all’Università di Perugia. Abbiamo cercato di leggere anche con questo pensatore, molto attento all’insegnamento del papa, il discorso rivolto da Francesco all’Economia di Comunione. Siamo davanti ad una critica radicale del liberismo.

Lo scontro non è con il capitalismo rapace a favore di quello compassionevole, ma del sistema in sé che può condurre alla possibile autodistruzione del mondo (cfr Laudato si’). Non è più tempo di terze vie ipotetiche. Di fronte a cosa ci troviamo?

I limiti della globalizzazione neocapitalistica, dominante dagli anni ’80 in avanti, non possono, dopo il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 e il rischio di una bancarotta mondiale, essere taciuti. Non si tratta di limiti accidentali ma strutturali. È il modello che va ripensato nel suo insieme. Era la stessa Caritas in veritate che osservava come «l’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitività internazionale impediscono l’affermarsi di uno sviluppo di lunga durata. Vanno, allora, attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine. Ciò richiede una nuova e approfondita riflessione sul senso dell’economia e dei suoi fini, nonché una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni». (Caritas in veritate, p. 32). Secondo Benedetto XVI «dopo il crollo dei sistemi economici e politici dei Paesi comunisti dell’Europa orientale e la fine dei cosiddetti “blocchi contrapposti”, sarebbe stato necessario un complessivo ripensamento dello sviluppo» (Caritas in veritate, p. 23).

Non sembra che tale messaggio sia stato inteso…

Infatti non c’è stato alcun ripensamento. Si è invece imposto, come un dogma, un unico modello di sviluppo che non trovando più avversari – il blocco dell’Est sovietico – non ha più bisogno di legittimarsi mediante il Welfare e la lotta alla povertà. Risparmio ed efficienza diventano valori assoluti favoriti ed imposti dalla rivoluzione elettronica da un lato e dall’apertura ai mercati asiatici dall’altro. Il risultato è la riduzione del lavoro umano, l’aumento sensibile della disoccupazione, di quella giovanile in particolare, il divario impressionante delle retribuzioni tra l’elite e il resto della popolazione, la proletarizzazione della classe media, la diffusione di ampie fasce di nuove povertà, la riduzione drastica dei servizi offerti dallo Stato sociale. Di fronte a questo processo, che eleva la antropologia hobbesiana-darwiniana a paradigma, la denuncia della Evangelii gaudium è diretta. È un «no a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie d’uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (Evangelii gaudium, p. 53).

Certamente l’accusa diretta di Francesco alla teoria del trickle-down ha generato una decisa opposizione verso il papa…

La teoria della ricaduta favorevole, messa sotto accusa nella Evangelli gaudium, è stata quella che ha subìto più accuse da parte dell’area “liberal”. È la dottrina del trickle-down che è al centro del modello liberista. Come scrive il papa nella sua Lettera: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza» (Evangelii gaudium, p.54). Una critica che non è piaciuta a Michael Novak, il teologo del cattocapitalismo Usa, recentemente scomparso.

Qual è l’accusa più ricorrente verso Francesco?

Novak ha criticato Francesco con il rilievo che il papa “argentino”, figlio della terra di Peron e del populismo, non sarebbe in grado di intendere i meccanismi del capitalismo liberale. La critica di Novak, cioè del più illustre catto­capitalista negli Usa, dimostra, nel suo nervosismo, come la Evangelii gaudium abbia colpito nel segno. Al punto che lo stesso pontefice, in una intervista ad Andrea Tornielli per La Stampa, ha tenuto a puntualizzare il punto controverso sollevato da Novak: «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la Dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista» (Mai avere paura della tenerezza, intervista ad A. Tornielli, La Stampa, 15/12/13).

Siamo al paradosso di un papa che deve puntualizzare di non essere comunista…

Infatti è la sua precisazione finale che colpisce. Abituati, dopo l’89, ad una legittimazione, senza se e senza ma, della globalizzazione capitalista, celebrata come “fine della storia” e come panacea di tutti i mali, ogni critica ad essa assume il senso di una posizione cripto-comunista. La Evangelii gaudium rompe il muro dell’omertà e lancia un sasso, potente, nello stagno delle idee. Ci aveva provato anche Benedetto XVI, nella sua Caritas in veritate, una enciclica che conteneva grandi novità, ottimi spunti critici. Rispetto ad essa l’Esortazione apostolica appare più risoluta, prende il toro per le corna e non teme di gridare al mondo i limiti, evidenti dopo la debacle finanziaria del 2008, di un modello economico che, affidato a sé stesso, rischia di travolgere il mondo intero. Limiti strutturali e non periferici.

Di limiti del capitalismo parlano tutti…

Anche Novak concede che i potenziali effetti disumanizzanti del capitalismo possano essere mitigati, ai margini del sistema, dall’attività caritativa ed assistenziale propria del cristianesimo. Non ammette, però, che la carità possa tradursi in politica in modo da affrontare quelle cause “strutturali” che, secondo papa Bergoglio, minano oggi la concordia interna ed esterna dei popoli, la pace. La critica al sistema capitalistico-finanziario impostosi dopo l’89 è una critica ad un sistema “asociale”, fondato sull’esclusione. Esclusione dei senza lavoro, dei giovani, dei poveri, degli invisibili. Esclusione dell’etica e della politica. «Quante parole sono diventate scomode per questo sistema! Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia» (Evangelii gaudium, p. 203). Per papa Francesco il punto è chiaro: «Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato» (E.G. p. 204). Occorre intervenire attivamente per promuovere un’equità che non coincide con la mera crescita economica. «Lungi da me – scrive il papa – il proporre un populismo irresponsabile, ma l’economia non può più ricorrere a rimedi che sono un nuovo veleno, come quando si pretende di aumentare la redditività riducendo il mercato del lavoro e creando in tal modo nuovi esclusi» (Ibidem). La sfera economica non può rivendicare una autonomia assoluta, né, tanto meno, una priorità su quella politica. Occorre un ritorno al primato della politica, tale, però, che essa abbia come orizzonte il bene comune sociale.

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