La recensione di Giuseppe Emmolo su LineaTempo

Pubblico l’ampia recensione che Giusepe Emmolo ha voluto dedicare al mio “Jorge Mario Bergoglio, Una biografia intellettuale” e che è uscita su LineaTempo n. 15/2018.

JORGE MARIO BERGOGLIO UNA BIOGRAFIA INTELLETTUALE

di Giuseppe Emmolo

Recensione di M. Borghesi, Jorge Mario Bergolio, Una biografia intellettuale, Jaca Book, 2017

Massimo Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Il volume, edito da Jaca Book, è una biografia sull’attuale Papa che non si limita a ricostruire l’evoluzione del suo pensiero, ma vanta il pregio di essere scritta in modo così appassionato da offrire al lettore il piacere della scoperta tipica dei romanzi di formazione.

A sorprendere è innanzitutto la grande influenza esercitata su Bergoglio da autori che si possono considerare i padri del rinnovamento della Chiesa Cattolica nel corso del ‘900. Emergono tre grandi nomi: Congar, De Lubac e Balthasar. Sorprende che siano proprio loro i punti di riferimento di Francesco considerato dai più, di provenienza e formazione culturale latino americana.

Questo segnala l’equivoco in cui parecchi giornalisti sono incappati circa la formazione intellettuale ed ecclesiale dell’attuale pontefice: mi riferisco non solo a Sandro Magister, ma anche ad Aldo Maria Valli, ad Antonio Socci e a uomini di cultura liberale quali Marcello Pera o lo stesso Angelo Panebianco: tutti costoro, in varia guisa, sono stati vittime del pregiudizio eurocentrico del papa venuto “dalla fine del mondo”.

D’altra parte anche i fondamenti filosofici di Bergoglio sorprendono: scopriamo che risalgono a Hegel, al gesuita Gaston Fessard e all’italo tedesco Romano Guardini: è grazie a costoro infatti che Papa Francesco assume il Cristianesimo come l’evento (di grazia) decisivo della storia umana, evento che esalta l’uomo e il dramma della vita come dramma della libertà: da qui scaturisce l’immagine di un Papa Bergoglio nemico irriducibile di qualsivoglia pastorale intellettuale o quietistica.

Aver attraversato la ferocia della dittatura argentina degli anni ‘70, aver vissuto la prossimità con le mille forme di povertà e diseguaglianze del pueblo fiel de Dios (il popolo fedele di Dio) negli stati latino americani (le famose periferie esistenziali), l’aver ri-conosciuto i segni del disfacimento umano operato dal nichilismo e dal relativismo delle società opulente (America del Nord ed Europa): sono proprio questi gli elementi che hanno maturato in Francesco una consapevolezza e un carisma di tale imponenza da indurre i cardinali a nominare lui sulla cattedra di Pietro. Da subito, quest’uomo che “viene dalla fine della terra” ha saputo catturare l’attenzione del mondo intero, mediante viaggi e gesti emblematici (vedi l’incontro con i migranti a Lampedusa), tanto da venire considerato la personalità morale forse più autorevole di questi anni venti del III Millennio.

Borghesi attinge a piene mani nella sua ricostruzione dalla ricca biografia di A. Ivereigh, (Tempo di misericordia. Vita di J.M. Bergoglio, Mondadori, Milano 2014) e là dove insorgono dubbi, si rivolge direttamente al Santo Padre, che all’occorrenza interviene a chiarire e non a margine del volume, ma sul testo stesso, fornendo così alla biografia un indiscutibile valore aggiunto. Si conferma la grande dote di ricettività di Francesco insieme alla capacità di “imparare”, assimilare e fare sintesi grazie al rapporto con grandi maestri e ai suoi significativi incontri. Un esempio per tutti: l’intuizione delle periferie che Bergoglio deve alla filosofa argentina Amelia Podetti (1928-1979), da lui molto seguita e studiata. Significativa al riguardo la seguente citazione:

«L’Europa si era “vista” in maniera diversa dopo il viaggio compiuto da Ferdinando Magellano per circumnavigare la terra. Guardare il mondo da Madrid non era come guardarlo dalla Terra del Fuoco: la visuale era più ampia e si potevano vedere cose nascoste a chi guardava tutto dal “centro” dell’impero» (G. Valente, Francesco e il viaggio della Chiesa fuori di sé stessa, in «Vatican Insider», 2016)

Ma più di ogni altra sottolineatura colpisce, di questo Papa, la coscienza dei destini del Cattolicesimo nella contemporaneità. Scrive al riguardo Borghesi: «L’eticizzazione del messaggio cristiano costituisce la riduzione secolarizzante del medesimo» (pag. 282); «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale ed uso dei metodi contraccettivi. Io non ho parlato molto di queste cose e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. […] Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di dottrine da imporre con insistenza, […] si rischia di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze». Papa Francesco (Jorge Mario Bergoglio – Antonio Spadaro, La mia porta è sempre aperta. Una conversazione con Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2013).

La missione della Chiesa è irriducibile alla comunicazione di un pacchetto di dogmi. Per Papa Francesco compito della Chiesa è il kerigma, l’annuncio del Vangelo: liberazione dal male, dal limite e dal bisogno. Tutte queste cose non impediscono un’umanità diversa qui e ora, accessibile a tutti, al di là di ogni fragilità e coerenza, un’umanità attingibile come incontro con una presenza che libera, rende l’uomo più unito, più vero, più “uomo”. È lontana da questo Papa l’idea di una Chiesa intesa come agenzia etica o sponsor di valori strumentali al potere e alla cultura dominante, la quale per coprire il vuoto di senso e l’angoscia del vivere moltiplica regole e norme. Per certuni questo pontificato non farebbe abbastanza nel contrastare l’ideologia del gender, la deriva eutanasica e in genere le scelte in materia di bioetica. Ma non è questo il mandato di Cristo! Ed è per questo che nelle Catechesi del mercoledì, Bergoglio richiama all’essenziale: annunciare Cristo e testimoniarlo nella vita. In una sua recente dichiarazione anche Benedetto XVI ravvisava, nell’insistente richiamo di Bergoglio alla “misericordia”, uno dei segni dei tempi più potenti e luminosi di questo pontificato.

Questo Papa che pur proviene dalla periferia, dalla Chiesa latino-americana, è consapevole della grave crisi di fede di cui soffrono la vecchia Europa e i paesi avanzati come gli Stati Uniti, decisamente secolarizzati: «Come 2000 anni fa, il metodo e la modalità di rinascita della fede oggi, dentro un contesto nichilistico e secolarizzato, è riandare a Lui, a Cristo, vedendolo parlare, agire, amare, come una Presenza attuale. Il pueblo fiel, i poveri, i testimoni, le comunità ecclesiali, divengono “luoghi teologici”, i luoghi in cui si manifesta il volto di Cristo oggi» (Conferenza dei vescovi americani, Aparecida, Brasile 2007). Si tratta di un giudizio storico dell’allora card. Bergoglio condiviso da Guzman Carriquiry, mons. Filippo Santoro e dai cardinali Mariadaga e Hummes. In aggiunta a queste eminenti personalità val la pena ricordare che le “politiche” pastorali del CELAM, da Puebla (1979) a S. Domingo (1992), si sono avvalse del contribuito dell’amico Methol Ferrè: l’intellettuale di punta, il visionario che sapeva leggere i processi storici e in essi il cammino della Chiesa (Borghesi).

Sostenere che Bergoglio sarebbe solo un Papa “argentino” è una generalizzazione che rivela spirito eurocentrico e l’ignoranza del cammino della Chiesa in quel continente: «In America Latina la Chiesa era rimasta un “riflesso” per tutto il periodo coloniale… ma aveva cominciato a trasformarsi in una “fonte” negli anni Cinquanta, quando Pio XII aveva incoraggiato la creazione del CELAM» (A. Ivereigh). Il cattolicesimo latino americano ha via via assunto nel tempo una propria autonomia rispetto a quello romano e un’identità capace di esprimere una specificità carismatica! Di questa la Chiesa universale oggi si avvale, mediante Papa Francesco e il suo pressante invito a rinnovarsi – ecclesia semper reformanda est – allo scopo di attuare il compito che san Giovanni Paolo II le ha affidato nell’ enciclica Tertio Millennio ineunte: l’evangelizzazione del III Millennio.

Il libro di Borghesi analizza poi la critica forse più diffusa su Papa Francesco, che è all’origine di non pochi equivoci: egli sarebbe mosso dall’ideologia pauperistica? avrebbe simpatie per la Teologia della Liberazione?

In prima battuta si può affermare che non è così sul piano teorico: basterebbe ricordare il fatto che uno dei maestri di Bergoglio nel campo della filosofia è stato il gesuita Gaston Fessard, che per Augusto Del Noce fu “il più acuto commentatore e critico francese del marxismo” (Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1964). Poi già il solo fatto che la teologia della liberazione assume l’impianto ideologico della lotta di classe e quindi si connota come schema che ingabbia la realtà, dovrebbe far venire dei dubbi che il Papa ne possa essere stato sfiorato: non soltanto perché sarebbe un insulto alla sua intelligenza, ma soprattutto perché la sua storia personale è tutt’uno con quella del cattolicesimo latino americano, fortemente connotato dalla genuina pietà popolare, in piena comunione coi pastori della Chiesa. Bergoglio è lontano dalle èlites intellettuali alla Gutierrez o alla Boff. Con il peronismo invece i rapporti sono stati più dialettici. Per noi europei, abituati a distinguere tra destra militarista/reazionaria e sinistra classista/progressista, risulta difficile comprendere il rapporto tra cattolici e peronismo: «Gli antiliberali (i peronisti) erano popolari mentre i liberali (i democratici) usavano la dittatura per tenere lontani dal potere i peronisti» (A. Ivereigh). Certo vi fu una parte della Chiesa che si identificò col peronismo, perché considerato un’àncora di salvezza rispetto agli opposti estremismi. Quando tuttavia fu chiaro il tentativo dello Stato peronista di “comprare” e controllare la Chiesa, il rapporto si ruppe. Scrive Borghesi: «Il peronismo rappresentava il più grande movimento democratico in Argentina, l’unico in cui i bisogni e i diritti sociali della parte meno abbiente della popolazione avessero trovato risposta… l’adesione di massima di Bergoglio non significava però una condivisione degli esiti radicali, populistico-messianici, del peronismo». Tant’è che in questa trappola caddero diversi esponenti del clero, circa il 10% dei sacerdoti argentini! Papa Francesco aveva visto nel peronismo semplicemente la difesa degli interessi popolari, della gente umile, ma non ne sposò mai l’ideologia. Per lui era determinante che nella politica la presenza della fede fosse intesa quale testimonianza.

Ciò che costituisce il discrimen della posizione di Bergoglio sulla questione politica è la Teologia del popolo, elaborata dai vescovi argentini all’indomani della famosa Dichiarazione di San Miguel (1969). Il documento ripudiava il marxismo in quanto «contrario non solo al cristianesimo ma anche allo spirito del nostro popolo» e affermava che l’azione della Chiesa doveva essere orientata verso il popolo, ma anche e soprattutto nascere dal popolo. Non si doveva mirare né all’ordine né alla rivolta. La teologia del pueblo fiel poneva il popolo come luogo teologico della liberazione, poneva l’operosità e la ricerca del bene comune come il metodo proprio della propria soggettività storica, quindi né proletariato né partito e tanto meno la violenza come levatrice della storia. «I nostri più autentici progetti di liberazione dovranno privilegiare l’unità rispetto al conflitto, perché si comprenderà che il nemico divide per regnare. In gioco c’è un progetto di nazione e non l’insediamento di una classe. Questo popolo fedele non separa la sua fede cristiana dai suoi progetti storici né tanto meno li mescola in un messianismo rivoluzionario». (Bergoglio, Un’istituzione che vive il suo carisma. Discorso di apertura della Congregazione provinciale, San Miguel, Buenos Aires, 18 febbraio1974).

Poco pertinente è pure l’accusa al Papa di perseguire l’ideologia pauperistica, quasi che missione e natura della Chiesa fossero quelle di un ente filantropico. Tale critica ha trovato risonanza negli ambienti finanziari e capitalistici e si è alimentata grazie alle opinioni di due eminenti studiosi, Luttwak e Cuniberto. A loro giudizio il declassamento dell’Argentina al sessantesimo posto per reddito pro-capite nella graduatoria dei paesi del mondo, andrebbe imputato a quella filosofia pauperista che non solo porta all’ingerenza dello Stato nell’economia, ma sarebbe all’origine dello Stato assistenziale, quindi destinato al default: invece fu proprio il libero mercato senza correttivi la causa del collasso dell’economia argentina tra la fine degli anni ‘90 e gli inizi del 2000! Ha ragione il Santo Padre quando sostiene che finché non si risolveranno i problemi dei poveri, «rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo… non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato». (Papa Francesco, Evangelium gaudium, §202, ed. San Paolo, Milano 2013) Altro clamoroso abbaglio (di Luttwak) – segno di sconcertante ignoranza – è stato identificare Bergoglio come sostenitore della teologia della liberazione di padre Camillo Torres e perfino, indirettamente, come sostenitore della guerriglia per sanare le ingiustizie sociali!

Se in certi ambienti ecclesiali e anche in larga parte del popolo cattolico si è diffuso un cristianesimo da sociologia dei poveri questo non ha nulla che fare con la visione di Papa Francesco, che con la stessa scelta del nome ha voluto richiamare il fatto che la povertà evangelica è esser ricchi di Cristo. Il lavoro di Borghesi è un contributo prezioso per comprendere e ricordare che quando Papa Francesco parla di periferie intende quelle esistenziali, che appunto “non sorgono affatto da un’ideologia pauperistica, che egli non ha mai avuto, ma dalla percezione di un’umanità intrisa di religiosità.

Infine, il libro di Borghesi fornisce contributi di chiarezza sulla soggettività dei cattolici in politica. Notevole il discorso tenuto dal Papa nel 2011 in occasione del bicentenario dell’Argentina: per certi versi esso si può collegare alla situazione politica italiana che si dibatte tra casta, antipolitica, divisioni e manicheismi: «Il modello democratico ha come fine lo spazio del compromesso e la missione per superare le contrapposizioni che ostacolano il bene comune. Non possiamo dividere il Paese, in forma semplicistica, in buoni e cattivi, giusti e corrotti, patrioti e nemici della patria». (Bergoglio-Papa Francesco, Noi come cittadini, noi come popolo. Verso un bicentenario…in Pastorale sociale).

Il richiamo ad arginare la cultura dello scarto – leit motiv di tutti i suoi viaggi e discorsi- non nasce da un’analisi politica della società iper-individualistica e consumistica, bensì dalla peculiare lezione “sull’io” di Romano Guardini, che Papa Francesco ha fatto sua: «Secondo il modo di vedere individualista, il rapporto tra individuo e totalità sembra che si costruisca a partire dall’individuo; sembra che la società sia qualcosa di derivato dagli individui. Quella poi non sarebbe altro che l’insieme dei singoli, che sono gli unici da considerare. Peccato che questa idea sia sbagliata, dal momento che in essenza la società – sia essa la famiglia o lo Stato – è qualcosa di originario e autonomo. Ma è sbagliata anche l’idea opposta che tende a risolvere i singoli nella comunità come sue risultanze o funzioni o fasi… anche il singolo infatti è qualcosa di originario, a sé stante». (R. Guardini, L’opposizione polare, Morcelliana, Brescia 2007).

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