Le “Confessioni”, un capolavoro che nasce dalla gratitudine

max“I classici della spiritualità cristiana” è il tema della quarta edizione del ciclo di letture teologiche, organizzate dalla Diocesi di Roma, iniziate il 16 gennaio 2014 nella Sala della Conciliazione del Vicariato di Roma. Al primo incontro, dedicato a “Le Confessioni di sant’Agostino” hanno preso parte il cardinale Karl Becker, sj, professore emerito della Pontificia Università Gregoriana, Luciano Violante, presidente emerito della Camera dei Deputati e il filosofo Massimo Borghesi. Moderatore della serata Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale Italiana, mentre le conclusioni sono state affidate al cardinal vicario Agostino Vallini. Della lezione del 16 gennaio riportiamo l’intervento di Massimo Borghesi.

 

LETTURE TEOLOGICHE

I Classici della Spiritualità Cristiana: Le confessioni di Sant’Agostino

Vicariato di Roma, Sala della Conciliazione, 16 gennaio 2014

Intervento del professor Massimo Borghesi

dell’Università degli studi di Perugia

 

Le Confessioni di Agostino costituiscono un’opera unica nella storia della letteratura. Non hanno antecedenti. Nessuno si era mai rivolto a Dio come ad un Tu amato “confessando” la propria vita messa a nudo in ogni suo aspetto. L’opera non è omogenea. L’autobiografia copre i capitoli I-IX, il X è dedicato alla memoria, i capitoli XI-XII vertono sul concetto di tempo. Agostino la compone dal 397 al 400 d. C. quando era già vescovo di Ippona, in Africa.

Perché la scrive? Difficile rispondere. Per edificare? Per rispondere ai dubbi della comunità cristiana su di lui, sul seguace della setta manichea divenuto cristiano e, poi, vescovo? Per rispondere agli stessi manichei con cui aveva diviso dieci anni della sua vita? Per glorificare Dio? Le Confessioni, in realtà, uniscono, insieme, la confessio peccatorum con la confessio laudis: «…ti confesserò…le mie infamie a tua lode» (IV,1.1). Agostino può confessare i suoi peccati perché commosso dalla misericordia di Dio. La confessione sorge dalla gratitudine. La differenza tra i cristiani e gli altri, scriverà nel De civitate Dei, è che gli uni sono grati mentre gli abitanti della civitas mundi sono ingrati, non ringraziano di ciò che ricevono. Agostino è grato perché Dio lo ha cercato nel suo smarrimento, nella sua perdizione, non lo ha abbandonato, lo ha voluto. «Quid mihi es? … Quid tibi sum ipse?»(I, 5.5). Cosa sei per me? E cosa sono io per te? Confessare il peccato è ringraziare per la misericordia di Dio.

Agostino scrive le Confessioni per ringraziare. L’uso dei Salmi, già all’inizio dell’opera, è in funzione della lode. Una lode che, nel libro settimo, si estende a tutto il creato in una sorta di cantico che anticipa quello di San Francesco.  Tutto ciò è possibile, però, dopo la conversione di Agostino. Prima non può lodare. Il seguace dei manichei non poteva lodare Dio a motivo del cosmo perché per i manichei la materia era cattiva, né poteva lodarlo a motivo delle colpe perdonate perché, nella loro dottrina, non siamo noi a peccare ma un’altra natura pecca in noi. Solo dopo la conversione diviene possibile la lode, il ringraziamento, la confessione. Agostino si accorge del proprio cambiamento quando percepisce di amare Dio: «Et mirabar, quid iam te amabam, non pro te phantasma» (VII, 17.23).

La conversione è un processo ma anche un inizio. Agostino, dopo l’abbandono dei manichei e la lettura dei filosofi platonici che gli fanno comprendere la realtà dello spirituale, oltre la materia, è vicinissimo alla fede, e, tuttavia, al contempo, è estremamente lontano. Per vari motivi. Innanzitutto l’ambizione e il desiderio di far carriera come retore. Poi i suoi legami affettivi. Abbandona la sua donna, una donna che gli ha voluto bene e gli ha dato un figlio, Adeodato, per un matrimonio più vantaggioso. Impaziente si prende nel frattempo una concubina. Da ultimo è l’idea di un’amicizia filosofica che, seguendo Cicerone ed Epicuro, coltiva come ideale di vita. Un ideale astratto, destinato a naufragare, che lo allontana dalla fede invece che avvicinarlo. In realtà ciò che deciderà, la svolta della sua vita, non sarà l’ascesi filosofica ma l’occasione determinata dagli incontri.

Le Confessioni, al modo dei Vangeli, sono la narrazione di incontri che hanno segnato la vita di Agostino. Dal vescovo Ambrogio, cercato inizialmente solo per la sua fama nell’oratoria, a Simpliciano che gli narra la conversione del grande filosofo Vittorino, a Ponticiano che gli fa conoscere la figura e la testimonianza del monaco Antonio. Da questi incontri Agostino intuisce che la vita cristiana è ciò che gli manca. Non basta la “patria”, occorre la “via”. È la differenza tra presunzione, propria dei filosofi che pretendono di conoscere la meta, e confessione. La conversione è “crisi”, rottura, passaggio non semplicemente dal neoplatonismo al cristianesimo, come usualmente scrivono gli interpreti, ma dall’ascesi filosofica al rimettersi a Dio. «Ciò avvenne quando non volli più ciò che volevo ma volli ciò che volevi tu» (IX,1.1). Ciò che prima gli appariva dolce ora non lo era più.

È qui che si fa evidente la nozione di “grazia”. Agostino ha compreso, nell’esperienza della sua vita, che la grazia, cioè l’azione di Dio, ha coinciso con un nuovo inizio. Rispetto alla sua ricerca di Dio c’è stato uno scarto tra la sua esistenza antecedente la fede e quella conseguente, tra la sua domanda e la risposta. Così Monica, la madre, può gioire grandemente alla notizia della sua conversione perché si rende conto che il Signore le aveva concesso molto più di quanto ella avesse desiderato. La grazia ad Agostino è data per le lacrime di Monica. Anche Agostino passa per la via delle lacrime. Da quelle giovanili spese a teatro; a quelle, più tragiche, per la morte dell’amico caro quando tutta la vita gli appare sospesa ad un grande interrogativo; a quelle per la conversione; a quelle, infine, per la morte della madre amata. Le Confessioni sono la confessione dell’amore di una madre e per una madre. Come scrive uno dei grandi interpreti di Agostino, il P. Agostino Trapè: «In realtà il filo conduttore della prima parte delle Confessioni è il dialogo muto tra il figlio che devia e la madre che prega». Questo fino all’ultima stazione, quella di Ostia, dove Monica dichiara al figlio che la sua missione è terminata. La parte autobiografica delle Confessioni termina con il libro X, con la conversione di Agostino e la morte di Monica.  Dopo la confessio riguarda il presente.

Ciò che è decisivo in tutta l’opera è, quindi, il grazie. L’amore di Agostino per Dio sorge dalla gratitudine: «Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo» (X, 6,8). ConfessarLo è riconoscere la propria miseria e, insieme, la Sua misericordia: «Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia. Dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi (Da quod iubes et iube quod vis)» (X, 29.40). È la preghiera che suscita la vita cristiana. «Ebbene, Signore, agisci, svegliaci e richiamaci, accendi e rapisci, ardi, sii dolce. Amiamo, corriamo» (VIII, 4.9). C’è, in questa frase, tutto Agostino. È il Signore che attrae a Sé, è Lui che accende i cuori, è lui che cambia la vita dell’uomo.

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