L’evento del 19 aprile al Centro culturale di Milano con il cardinale Angelo Scola

Sono grato al cardinale Angelo Scola di aver dedicato giovedì 19 aprile una delle sue non frequentissime presenze in pubblico alla presentazione del mio volume sul pensiero di Jorge Mario Bergoglio. Così come sono grato agli organizzatori del CMC Milano (http://www.centroculturaledimilano.it/jorge-mario-bergogliouna-biografia-intellettuale/), al moderatore Andrea Tornielli e al carissimo Guzman Carriquiry Lecour, relatore con il cardinale.

Ecco di seguito il video integrale dell’incontro, il video che Telenova, emittente della Chiesa milanese, ha dedicato alla serata, e poi la gallery delle foto e gli articoli che Andrea Tornielli su Vaticaninsider (in italiano e spagnolo) e Maurizio Vitali su clonline.it hanno dedicato all’evento.

Scola: “Ci stiamo ancora difendendo dalla sveglia di Francescoˮ

http://www.lastampa.it/2018/04/20/vaticaninsider/ci-stiamo-ancora-difendendo-dal-pugno-nello-stomaco-di-francesco-VhHe53Z3MStgY7hTg6P1VO/pagina.html

 

http://www.lastampa.it/2018/04/20/vaticaninsider/scola-todava-nos-estamos-defendiendo-del-despertador-de-francisco-5DnQqUeqV4Ov2x3ey0Hf1O/pagina.html

Il cardinale ha partecipato con Carriquiry alla presentazione milanese del libro di Borghesi che ricostruisce la biografia intellettuale di Bergoglio

 

ANDREA TORNIELLI

MILANO

«Per noi europei l’elezione di Papa Francesco è stata come un pugno nello stomaco, una sveglia. Non so quanto l’abbiamo fatta nostra questa sveglia rappresentata dal pontificato o quanto ci stiamo ancora difendendo…».L’arcivescovo emerito ambrosiano Angelo Scola partecipa alla presentazione del libro di Massimo Borghesi Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale (ed. Jaca Book) organizzata dal Centro Culturale di Milano. Accanto a lui, oltre all’autore del volume, c’è l’incaricato alla vicepresidenza della Pontificia Commissione per l’America Latina, Guzman Carriquiry Lecour. È una delle prime uscite pubbliche del cardinale, dopo aver lasciato la guida della diocesi. Ed è anche l’occasione, grazie al volume di Borghesi, per sfatare quelle che Scola definisce «leggende metropolitane» su Papa Bergoglio, il suo pensiero, la sua formazione teologica.

 

Carriquiry, che ha avuto un ruolo facendo da tramite tra Borghesi e il Papa per far ottenere all’autore le quattro preziose registrazioni audio nelle quali Bergoglio risponde alle domande del professore, inizia ricordando «l’abbondanza di pubblicazioni» che riguardano l’attuale Pontefice, un’abbondanza tale da rendere spesso difficile distinguere e «gerarchizzare» i vari contributi. Non risparmia frecciate a proposito della «sovraesposizione mediatica» del Papa e «all’autoreferenzialità» di molti contributi, che tendono «a staccare la sua figura dal popolo di Dio», facendone quasi un supereroe. Tentativi di segno diverso e talvolta opposto , che hanno come effetto quello di guardare al dito che indica la luna invece che la luna, cioè alla persona e alla personalità del Pontefice invece che al suo messaggio.

 

«Il libro di Borghesi – ha continuato – si stacca nettamente da tutta questa sovrabbondanza di titoli e contributi, e aiuta a conoscere meglio la sua personalità, non solo intellettuale». Carriquiry ha ricordato che «Papa Francesco non ha la pretesa di definirsi “teologoˮ» e che il suo messaggio riesce a passare grazie alla «grammatica della semplicità, che non è mai semplicismo», perché «si concentra sull’essenziale». Le radici di questa impostazione, evidente nel documento programmatico del pontificato, l’esortazione Evangelii gaudium, vanno ricercate nel documento finale di Aparecida, redatto al termine dell’incontro dell’episcopato latinoamericano presso il santuario mariano più importante del Brasile nel 2007.

 

Infine, l’incaricato alla vicepresidenza della Pontificia Commissione per l’America Latina, di origini uruguayane ma che ha trascorso gran parte della sua vita lavorando nella Curia romana, ha ricordato la «stoltezza di quegli ambienti che guardano dall’alto in basso il “Papa latinoamericanoˮ», con lo stesso atteggiamento di quanti all’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II guardavano con sufficienza al «Papa polacco».

 

Prendendo la parola, il cardinale Scola ha innanzitutto sottolineato l’importanza del corposo volume di Borghesi – pur lamentandosi con un sorriso per il corpo tipografico scelto, «un po’ troppo piccolo per chi ha la mia età» – e lo ha definito «un’impresa difficile e complessa» con «un risultato prezioso per la Chiesa universale». Quello di Francesco, ha spiegato l’arcivescovo emerito di Milano, facendo propria l’immagine più volte utilizzata dal Pontefice, «è un papato poliedrico, e il suo è un magistero poliedrico». Scola ha detto che il libro di Borghesi aiuta «a superare certe leggende metropolitane» e ha sottolineato che quello di Francesco «è un pensiero molto solido». «Bisogna sfatare un pregiudizio – ha continuato – quello secondo il quale un pensatore cattolico, soprattutto un teologo, debba per forza essere un accademico. Non è così».

 

I Papi teologici sono un’eccezione nella serie dei successori dell’apostolo Pietro, e in ogni caso, ha spiegato Scola, «non è necessario che un pensiero forte venga da un accademico». Poi il cardinale si è soffermato sulla novità rappresentata dal primo Papa latinoamericano che con il suo modo di testimoniare la fedecoinvolge anche i lontani con un’apertura a 360 gradi «che passa molto attraverso i gesti e le immagini, e non soltanto attraverso le parole, come invece siamo abituati noi europei», eredi di visioni intellettualistiche. E qui Scola ha posto una domanda sulla ricezione del pontificato a cinque anni dall’elezione di Francesco, che ha rappresentato «un pugno nello stomaco, o meglio una sveglia per noi». «Non so quanto l’abbiamo fatta nostra, questa sveglia, o quanto ci stiamo ancora difendendo dalla sfida che rappresenta». Con atteggiamenti che invece di prendere sul serio la testimonianza del Papa, la conversione pastorale che ha richiesto a tutta la Chiesa, sono invece di difesa e talvolta tentano di ridurre il pontificato o di incasellarlo nelle comode categorie del latinoamericano che non capisce l’Europa, invece di lasciarci mettere in discussione.

 

Il cardinale ha quindi ricordato che negli anni Cinquanta e Sessanta i futuri membri della Compagnia di Gesù venivano educati allo studio approfondito di importanti pensatori, bene individuati nel libro di Borghesi, come Erich Przywara, Henri de Lubac, Gaston Fessard e Romano Guardini. «Quella di Papa Francesco – ha spiegato Scola – è una formazione non accademica ma non per questo meno solida». L’arcivescovo emerito di Milano ha quindi concluso facendo qualche esempio dell’influenza di questi autori tra quelli più citati nel libro, ricordando anche il tema della polarità e del «pensiero tensionante» caro a Bergoglio, che lo ricava da Fessard e da Guardini, proponendo l’immagine di una Chiesa inclusiva, inglobante e capace di tenere insieme i poli opposti senza annullarli. E ha ricordato anche che a partire dagli anni Novanta, l’allora arcivescovo Bergoglio aveva conosciuto anche i testi di don Luigi Giussani.

 

Nel suo ringraziamento finale, Borghesi ha raccontato brevemente alcuni dei risultati del suo viaggio attraverso il pensiero dei maestri sui quali Bergoglio si è formato. La formazione intellettuale del futuro Papa consente «di comprendere lo sguardo complesso e poliedrico che guida l’attuale Pontificato. Formatosi alla scuola dei gesuiti, di quelli francesi in particolare, Bergoglio ha assimilato il messaggio di sant’Ignazio attraverso la lettura, “dialettica e misticaˮ a un tempo, di uno dei più acuti filosofi del XX secolo: Gaston Fessard. Da qui sorge l’idea del cattolicesimo come ‘coincidentia oppositorum’ che lo porta all’incontro con l’antropologia polare di Romano Guardini e con il pensiero del più rilevante intellettuale cattolico latinoamericano della seconda metà del ‘900: Alberto Methol Ferré».

 

Tra gli esempi citati nel volume c’è quello relativo al «rapporto tra grazia e libertà, tra azione divina e umana», che «dimostra di essere vivo solo come domanda e non come una formula “perfetta”: si tratta di una persuasione che sarà al centro del pensiero di Bergoglio. La sua critica al “dottrinarismo”, al dogmaticismo astratto, alla pietrificazione della Rivelazione, traggono origine da qui: dall’idea che la fede, prima che essere una risposta, è una domanda, un’apertura del cuore a una Presenza di grazia. Questa domanda deve essere vissuta, deve diventare esperienza, verifica di una relazione reale, tra l’uomo e Dio, nello scenario della storia».

 

Dall’incontro milanese, oltre che lo scontato invito alla lettura del libro, è emersa soprattutto una modalità autenticamente ecclesiale di rapportarsi al Papa (all’attuale come a tutti gli altri), a partire non dal pregiudizio o dal giudizio personale su questo o quell’aspetto del pontificato, ma dallo sguardo di fede e dunque dalla domanda sul passo che lo Spirito Santo chiede a ciascuno di fare prendendo sul serio la testimonianza e il magistero del successore di Pietro.

 

 

https://it.clonline.org/news/attualit%C3%A0/2018/04/20/papa-francesco-angelo-scola-guzman-carriquiry-massimo-borghesi

 

SCOLA, CARRIQUIRY E IL PENSIERO “TENSIONANTE” DI BERGOGLIO

Non è stata la semplice presentazione della biografia intellettuale di Francesco firmata da Massimo Borghesi. La serata al Cmc è stata un confronto che ha gettato luce sulle sfide che la modernità pone alla vita della ChiesaMaurizio Vitali20.04.2018Lo stile pastorale di papa Francesco, da cinque anni, desta vasti entusiasmi popolari e fa storcere il naso a cerchie di critici per i quali Bergoglio, da argentino qual è, non sa di teologia e perciò è debole in dottrina. C’è però un fatto: stranamente, nel mare di pubblicistica su Francesco, mancava una presentazione del suo pensiero, una ricostruzione della sua formazione intellettuale. Ci ha pensato, per primo, il filosofo Massimo Borghesi, professore all’Università di Perugia, con un’accurata ricerca pubblicata da Jaca Book: Jorge Mario Bergoglio: una biografia intellettuale. Dialettica e mistica.

La presentazione del libro, a cura del Centro culturale di Milano (19 aprile), ha avuto come protagonisti, oltre all’autore, il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, e Guzmán Carriquiry, segretario alla vicepresidenza della Pontificia commissione per l’America Latina. La serata, moderata dal vaticanista Andrea Tornielli, è stata ben più che la semplice presentazione di un libro: è stata un contributo prezioso alla comprensione dei fondamenti profondi di questo Pontificato proiettato sullo scenario di un cambio d’epoca a dimensione planetaria.

Scola e Carriquiry sono due personalità perfette per affrontare il tema e focalizzare il valore del libro. Nel primo si intrecciano una biografia di pastore della Chiesa e una biografia teologico-accademica. Carriquiry, uruguaiano, intellettuale e scrittore, da una vita ai più alti livelli che un laico possa occupare nei dicasteri della Santa Sede. Ed è lui che ha messo uno zampino (e che zampino!) nel lavoro di Borghesi: «Ho fatto da intermediario e fiduciario», ha rivelato, nel sottoporre al Papa le domande che a un certo punto l’autore ha sentito la necessità di rivolgergli. Domande a cui Bergoglio ha risposto, «favorevolmente sorpreso del lavoro di Borghesi e subito coinvolto con esso», ha detto Carriquiry. Per l’intellettuale uruguayano, la ricerca di Borghesi è un sistematico e ben riuscito approfondimento degli influssi teologici, filosofici e culturali decisivi nella formazione del pensiero del Papa e consentono di comprendere l’unità profonda e inscindibile, nella sua personalità, tra la dimensione pastorale (evidente) e le dimensioni mistica e intellettuale (ignorate e in qualche modo eclissate dalla stessa sovraesposizione mediatica di questo Pontefice).

«Francesco stesso non ama mostrarsi come intellettuale», ha spiegato Carriquiry: «Né si pretende teologo (“in senso accademico”, specificherà di lì a poco il Cardinale). Privilegia una grammatica della semplicità, per raggiungere tutti. Senza perdere un briciolo della verità. Infatti questa semplicità, come scrive Borghesi, presuppone la complessità del pensiero. Parole e gesti sono ricerca del cuore “anestetizzato” delle persone».

Papa argentino? «Argentino, sì. Tanto argentino», esclama Carriquiry: «Porteño, cioè di Buenos Aires verace, sì: tanto porteño. Gesuita? Tanto gesuita. Ma non c’è vera universalità se non attraverso una storia particolare»: «Ma Bergoglio è anche europeo: famiglia piemontese; maestri – grande teologi – europei; la stessa Baires è la città latinoamericana più europeizzata». Conosce bene, in sostanza, cos’è un giovane e magari ancora acerbo popolo fedele, e che cos’è una grande tradizione insterilita. Come diceva con acutissima umiltà Alberto Methol Ferré, il più grande intellettuale cattolico latinoamericano del secondo Novecento: «Mentre vediamo le braci del fuoco europeo, noi accendiamo fiammiferi». Sarà poco, il fiammifero, ma è ciò che accende.

Scola concorda sul fatto che il libro di Borghesi «è prezioso per la vita della Chiesa e per chiunque», perché «mette in luce una dimensione essenziale e ignorata di Bergoglio», aiutando a evidenziare «l’identità stessa» di questo Pontificato. E aiuta «a superare i pregiudizi».

Il Papa, ha spiegato il Cardinale, sviluppa «un ministero e un magistero poliedrico: un’unità armonica che non omologa tutto in una sfera, ma dove sono salvate le molteplici facce, cioè le particolarità di ciascuno». Il punto di partenza è un pensiero che «non deve mai perdere il riferimento immediato e diretto all’umano». «Il pensiero della Chiesa», e qui Scola ha richiamato parole dello stesso Pontefice, «deve recuperare una genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi, per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento». La formazione intellettuale di Bergoglio «ha basi molto solide. Quella che avviene tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso è la rigorosa e approfondita formazione tipica della Compagnia di Gesù tesa a far assimilare il pensiero ignaziano degli Esercizi, compresi i numerosi commenti ad essi, e ad assimilare contestualmente il pensiero di grandi maestri, gesuiti ma non solo, soprattutto della grande scuola teologica francese, ma non solo». I nomi? Fessard, Przywara, De Lubac, Congar, von Balthasar, Guardini, Methol Ferré(grande estimatore ed amico di Augusto del Noce, tra l’altro). «Ed anche Giussani a partire dagli anni ’92-’93, forse su suggerimento del cardinale Guarracino». E comunque, nota con forza Scola, chi l’ha detto che per possedere una solida e completa filosofia o teologia si debba essere accademici di professione? «Vi è infatti una solidità di pensiero, che diventa sorgivo, in cui il sàpereprecede il sapére, l’esperienza è il primo grado del sapere che poi si sviluppa come coscienza critica e sistematica dell’esperienza».

Il cuore della concezione filosofica di Bergoglio è la “polarità”, l’uomo esiste in una unità duale insuperabile, come si vede nella coppia uomo-donna. Eliminare l’unità “tensionante” dei due poli – o integralisticamente sopprimendone uno perché si affermi in maniera autoreferenziale l’altro o hegelianamente fondendoli in una unità razionalistica e fittizia – significa violentare la realtà e prima ancora non conoscerla. Scola invita ad approfondire in questa luce i famosi quattro princìpi della Evangelii Gaudium: «Il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea, il tutto è superiore alla parte». E ha concluso invitando a seguire con «semplicità di cuore e linearità, senza meccanicismi, il magistero bergogliano, radicandoci nell’esperienza del popolo fedele che in Europa ha ceduto il posto a una fede solitaria».

Infine Borghesi. Racconta cosa gli si è mosso dentro, di come si sia sentito provocato dall’assenza di studi sul pensiero di Bergoglio e di come ha «capito che dovevo fare questo studio, deviando dai miei ordinari lavori accademici». Il filosofo aveva nella bisaccia, in quel momento, tre spunti forniti dall’esperienza personale: il ricordo di qualche limpida omelia del vescovo Bergoglio nella chiesa di San Lorenzo a Roma che arrivava dritta al cuore; la lettura dell’ottima biografia curata da Austen Ivereigh in cui si documentano i suoi studi; il ricordo di qualche lettura in anni giovanili di scritti dell’allora provinciale dei Gesuiti, in cui vi era già presente l’idea della polarità. La quale idea, sottolinea Borghesi, gli consentì di non cadere nella trappola sinistra-destra della situazione dell’epoca, e cioè se stare con i conservatori clericali filo-regimi dittatoriali o con la teologia della liberazione sposata al marxismo rivoluzionario più o meno armato, ma di sviluppare una pastorale originale e una innovativa teologia del popolo, il pueblo fiel.

«Nella visione bergogliana della realtà la storia si sviluppa nella costante polarità grazia-libertà», spiega Borghesi: «E l’unità non la fa la ragione, come in Hegel, ma lo Spirito Santo». «Così papa Francesco non reprime, ma aspetta (il tempo è superiore allo spazio, è il tempo di Dio), non vuole una unità forzata, ma libera».

A un certo punto della ricerca, in Borghesi emergono domande fondamentali alle quali solo l’interessato, Sua Santità, può rispondere. «E lui non si è sottratto, facendomi trovare la chiave nel suo maestro Fessard, specialmente quello della Dialettica negli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola».
L’altro grande fattore costitutivo della concezione di papa Francesco è l’idea dell’incontro, cara anche a papa Ratzinger – vedi le citazioni della Deus caritas estcontenute nella Evangelii Gaudium, e a Giussani.
Ratzinger è il papa teologo che ha definito «stoltezza» l’operazione tesa a contrapporre il suo Pontificato a quello di Francesco. «Spero che tutti prendano sul serio quello che Benedetto ha detto a chiare lettere».

Il libro è tosto. «Non facilissimo, trecento pagine in un corpo che alla mia età si fa fatica a leggere», ha sorriso il Cardinale. Per concludere: «È un libro che va letto».

 

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