Ma Biden vuole la pace? Un contributo per Vita.it

Con piacere ho accettato l’invito di Vita.it a contribuire nuovamente sul tema del conflitto in Ucraina. Ecco l’articolo uscito il 28 marzo e dedicato alla posizione del presidente americano Joe Biden, fino ad oggi improntata a quell’idealismo dei tempi di guerra tanto caro alla retorica americana.

 

vita.it, 28 marzo 2022, Ma Biden vuole la pace? (M. Borghesi)

Le dichiarazioni di Biden, ultime di una serie, non solo rinsaldano inevitabilmente il potere dell’uomo del Cremlino ma fanno seriamente dubitare che la politica del Presidente sia quella di desiderare un negoziato di pace a breve termine. E l’Europa è in grado di esprimere una sua voce, tale da indurre essa gli Stati Uniti in un’opera di mediazione che porti Russia ed Ucraina al tavolo della pace?

Il Presidente degli Stati Uniti vuole la pace in Europa o persegue solo un disegno strategico mondiale per il quale l’Europa, assorbita nella Nato, è chiamata ad avallare lo scontro americano con la Russia e con la Cina? La domanda si impone dopo il discorso dinnanzi al Castello Reale di Varsavia nel quale Biden dopo aver definito Putin un “macellaio” ha aggiunto che l’autocrate russo non poteva più restare al potere. Aggiunte fuori del testo scritto, di una gravità inaudita, che hanno costretto il Segretario di Stato americano ad intervenire. «Come sapete, e come ci avete sentito dire più volte, non abbiamo una strategia per un cambio di regime in Russia, o in qualunque altro posto», ha detto Antony Blinken da Gerusalemme. «Credo che il presidente e la Casa Bianca ieri sera abbiano affermato che, molto semplicemente, il presidente Putin non può essere autorizzato a scatenare una guerra o ad aggredire l’Ucraina o chiunque altro». L’imbarazzo nello staff del Presidente era evidente. Lo stesso palpabile tra i leader europei. Se ne è fatto interprete Macron il quale ha puntualizzato che «non utilizzerebbe» la definizione di “macellaio” nei confronti dell’uomo di Mosca, aggiungendo poi che non bisogna alimentare «una escalation né di parole né di azioni» sulla guerra in Ucraina.

Le dichiarazioni di Biden, ultime di una serie, non solo rinsaldano inevitabilmente il potere dell’uomo del Cremlino ma fanno seriamente dubitare che la politica del Presidente sia quella di desiderare un negoziato di pace a breve termine. Come ha dichiarato Richard Haass, presidente del Council on Foreign Relations, già responsabile per la pianificazione della politica del Dipartimento di Stato e coordinatore per l’Afghanistan, «non sarà semplice rimediare al danno provocato, ma suggerisco ai collaboratori del presidente di mettersi in contatto con le controparti e chiarire che gli Usa sono pronti a relazionarsi con il governo russo in carica». Secondo il diplomatico Biden «ha reso una situazione difficile più difficile e una situazione pericolosa più pericolosa». Ciò significa che della tragedia odierna Biden non rappresenta la possibile soluzione ma diviene parte del problema. Ne parla Nadia Urbinati nel suo articolo sul Domani (27-03-2022) titolato Crisi Ucraina: ecco perché il discorso imperialista di Biden ha messo fuori gioco gli Usa. Secondo la Urbinati, titolare della cattedra di scienze politiche alla Columbia University di New York, «Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden con il suo discorso ha rappresentato la provinciale disposizione imperiale. Atteso da milioni, in Europa e altrove, il suo discorso tenuto nella cornice europea del castello di Varsavia è stato deludente a dir poco. Ha parlato prima di tutto agli americani, con il pensiero probabilmente rivolto alle elezioni di midterm, il prossimo novembre, con le quali i cittadini americani rinnoveranno parte del Congresso. L’impero degli Stati Uniti, come tutti gli imperi, ha il proprio interesse al primo posto – realisticamente. Il fatto è che la parte che egemonicamente rappresenta – le democrazie dell’Occidente — non ricaverà oggettivamente molto dal suo protagonismo. Tocca all’Europa intervenire».

Con ciò tocchiamo il nodo della questione: è l’Europa in grado di esprimere una sua voce, tale da indurre essa gli Stati Uniti in un’opera di mediazione che porti Russia ed Ucraina al tavolo della pace? O rimane solo Macron a restituire visibilità ad un continente afono? Può l’Europa pagare un dazio altissimo in termini di vite umane, instabilità, recessione economica, nuove povertà, a fronte delle richieste della leadership americana capace soltanto di chiedere e di nulla dare? Ciò che gli USA devono garantire è l’ordine mondiale ed è esattamente questo che, non da oggi, l’America non sta offrendo. Il discorso incendiario di Biden a Varsavia non porta alla soluzione del conflitto ucraino ma alla sua radicalizzazione. Ne è riprova la baldanza fuori luogo del presidente Zelensky il quale ha rimproverato l’Europa di mancare di coraggio scagliandosi contro i «ping-pong dell’Occidente su chi e come dovrebbe cedere jet e altre armi mentre gli attacchi missilistici russi uccidono e intrappolano i civili». Lo sviluppo della guerra ha così portato allo scoperto non solo il conflitto della Russia con l’Europa ma anche quella dell’America con il vecchio continente. Gli interessi americani e quelli europei in questo momento non coincidono. E questo non è sicuramente un bene perché Europa e Stati Uniti sono uniti da vincoli ideali e storici profondi, vincoli che devono essere ripensati e rinsaldati. Nondimeno la politica di Biden, che appariva inizialmente in controtendenza rispetto a quella antieuropea di Donald Trump, si rivela anch’essa deludente. Se gli Stati Uniti vogliono tornare ad essere una vera potenza egemonica devono prendere atto del multilateralismo e devono, quindi, sviluppare una vera politica di pace fondata sull’equilibrio tra le potenze.

Diversamente rimane solo la via dello “scontro di civiltà” paventato, e non auspicato, da Samuel Huntington già negli anni ‘90. Al contrario Biden ha rilanciato, nel suo discorso al Castello Reale di Varsavia, l’idealismo dei tempi di guerra, quello centrato sulla contrapposizione manichea tra le forze della luce e quelle delle tenebre, tra democrazie ed autocrazie. Ha rilanciato lo scontro tra Est ed Ovest nello spirito degli anni ‘80, quelli della presidenza Reagan. «Non abbiate paura – ha affermato -. Siamo emersi di nuovo nella grande battaglia per la libertà, una battaglia tra democrazia e autocrazia, tra libertà e repressione. In questa battaglia, dobbiamo essere lucidi. Questa battaglia non sarà vinta tra giorni o mesi. Dobbiamo prepararci per la lunga battaglia che ci aspetta». Lo scenario è quello di una fase storica, di lunga durata, segnata dalla guerra. Il conflitto che insanguina l’Ucraina ne costituirebbe solo un episodio. «Ora nella perenne lotta per la democrazia e la libertà, l’Ucraina e il suo popolo sono in prima linea, combattendo per salvare la loro nazione, e la loro coraggiosa resistenza fa parte di una lotta più ampia per i principi democratici essenziali che uniscono tutte le persone libere». Negli ultimi 30 anni, ha affermato il numero uno della Casa Bianca, «le forze dell’autocrazia sono rinate in tutto il mondo. Le sue caratteristiche sono familiari: disprezzo per lo stato di diritto, disprezzo per la libertà democratica, disprezzo per la verità stessa. Oggi, la Russia ha soffocato la democrazia e ha cercato di farlo altrove, non solo nella sua patria».

Nel suo discorso di Varsavia Biden ha rispolverato l’idealismo dei tempi di guerra, tanto caro alla retorica americana. Un idealismo speculare e contrapposto a quello russo, sancito dall’alleanza tra Putin e il Patriarca Kirill, per il quale la lotta contro l’Occidente è momento fondamentale per un contenimento della corruzione morale. In tal modo l’idealizzazione del conflitto serve a cronicizzarlo, a presentarlo come una “guerra metafisica” (Kirill) tra il bene e il male, come una lotta tra la democrazia e l’autocrazia viste con occhi diversi ad Ovest e ad Est.

In tutto questo sfoggio di parole, di ideali, di eroi, il grande assente è il popolo, quello ucraino, martoriato, distrutto, privato di tutto, ridotto a massa raminga senza casa e senza terra, e questo per un conflitto “ripugnante” ed ingiustificato sotto ogni punto di vista come ha detto ripetutamente il Papa. Joe Biden è il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti, dopo John Kennedy. Nel suo discorso di Varsavia ha esordito citando la frase di Giovanni Paolo II, il 22 aprile 1978, nel suo primo discorso da Papa: «Non abbiate paura!». Detta a Varsavia quella frase del Papa polacco è risuonata come un grido di guerra, un incitamento alla Polonia e all’Ucraina a resistere, idealmente e militarmente, all’oppressore. Il grido di Wojtyla è diventato un grido politico, di battaglia. Biden si è dimenticato di citare per intero la frase di Giovanni Paolo II la quale recitava: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!». Il grido del Papa era rivolto a tutti, all’Est come all’Ovest, all’Oriente e all’Occidente. Non era un grido di resistenza contro la Russia ma un invito ad aprire le porte a Cristo redentore del mondo. In Biden, al contrario, l’esordio del discorso di Giovanni Paolo II è palesemente strumentale, finalizzato ad appoggiare la lotta contro Putin. Per questo p. Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha giustamente osservato che «La retorica politica è legittima, ma occorre lasciar stare la fede. Il pontificato di Giovanni Paolo II è costellato di appelli contro la logica del conflitto». A Varsavia Biden ha citato Giovanni Paolo II, in modo strumentale, ma non ha citato papa Francesco, non ha minimamente ricordato la consacrazione della Russia e dell’Ucraina al cuore immacolato di Maria avvenuta in San Pietro e a Fatima il giorno prima, venerdì 25. Il messaggio potente di pace che proveniva dalla preghiera del Papa non è risuonata a Varsavia. Forse anche per questo nell’Angelus di domenica 27 il Papa è tornato sulla pace, con parole intense ed accorate, quasi a smentire la retorica bellica del presidente americano:

È passato più di un mese dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, dall’inizio di questa guerra crudele e insensata che, come ogni guerra, rappresenta una sconfitta per tutti, per tutti noi. C’è bisogno di ripudiare la guerra, luogo di morte dove i padri e le madri seppelliscono i figli, dove gli uomini uccidono i loro fratelli senza averli nemmeno visti, dove i potenti decidono e i poveri muoiono. […]

Prego per ogni responsabile politico di riflettere su questo, di impegnarsi su questo! E, guardando alla martoriata Ucraina, di capire che ogni giorno di guerra peggiora la situazione per tutti. Perciò rinnovo il mio appello: basta, ci si fermi, tacciano le armi, si tratti seriamente per la pace! Preghiamo ancora, senza stancarci, la Regina della pace, alla quale abbiamo consacrato l’umanità, in particolare la Russia e l’Ucraina, con una partecipazione grande e intensa, per la quale ringrazio tutti voi.

A Varsavia avremmo desiderato che Biden si fosse fatto carico di queste preoccupazioni, quelle dei milioni di ucraini esuli e in patria che soffrono di una guerra immorale e, come rappresentante della più grande potenza dell’Occidente, avesse speso una parola per indicare una via verso la pace. Così non è stato. In tal modo, con gli USA tagliati fuori e con l’Europa debole ed incerta, non è chiaro chi dovrebbe mediare tra Russia ed Ucraina tutelando la parte più debole. Con il risultato di un futuro incerto segnato da altre distruzioni e da ulteriori fiumi di sangue.

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