Perché Francesco non asseconda i teocon americani

Dopo la recensione di Riccardo Cristiano, formiche.net mi ha intervistato sui temi del mio ultimo volume. Ecco il testo dell’intervista, a cura di Francesco Gnagni.

 

Formiche.net, 6 aprile, Perché Francesco non asseconda i teocon americani. Parla il prof. Borghesi (F. Gnagni)

“La via della Misericordia, che Francesco indica alla Chiesa contemporanea, non si contrappone alla via della Verità come accusano teocon e tradizionalisti. Per il Papa la Misericordia è, oggi, la via alla Verità”. Conversazione di Formiche.net con il filosofo Massimo Borghesi, autore di “Francesco: La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” (Jaca Book)

 

Con la sua salita al soglio pontificio, papa Francesco prese in eredità una condizione, quella della Chiesa cattolica, messa a dura prova tanto dagli scandali del clero quando da una secolarizzazione aggressiva che trovava espressione in una vera e propria guerra mediatica e culturale, e che sotto molti aspetti continua ancora oggi. Per capire meglio l’intero panorama soggiacente a quanto accaduto quel 13 marzo 2013, però, c’è bisogno di risalire indietro nel tempo, almeno fino alla caduta del Muro di Berlino. In quegli anni, infatti, negli Stati Uniti si andava delineando una particolare saldatura tra spirito americano, battaglie etiche e pensiero cattolico, che diventerà sotto alcuni aspetti predominante e la cui regia è governata da un gruppo di opinion makers che il filosofo Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione, dell’Università di Perugia, ha scelto di porre sotto i riflettori per la stesura della sua ultima opera intellettuale, “Francesco: La Chiesa tra ideologia teocon e ospedale da campo” (Jaca Book, 272 p.), di cui ha parlato con Formiche.net.

Professore, nel suo libro edito nel 2017 per Jaca Book, “Jorge Mario Bergoglio: Una biografia intellettuale” (qui la recensione di Formiche.net) aveva provato a mettere in luce l’impianto fondamentale del pensiero filosofico di papa Francesco, mostrandone come la sua componente propriamente originale, della dialettica degli opposti, si innesti  senza dubbio nel solco tradizionale della Dottrina cattolica. Eppure molti ancora oggi fanno fatica a comprendere questo passaggio, quasi inspiegabilmente. Oppure una spiegazione c’è, e lei ha provato a metterla nero su bianco nel suo ultimo libro

Da parte dei giornalisti esiste, in effetti, una vera disattenzione per la “biografia intellettuale” del papa, quasi che essa non sia importante per comprendere le linee del pontificato. In ciò risentono ancora del pregiudizio europeo per cui ciò che proviene dall’America Latina non può avere grande spessore culturale. Sbagliano, e nel libro da lei citato ciò è ampiamente dimostrato. Il nucleo del pensiero “cattolico” del papa deriva dal suo incontro ideale con il modello della “polarità” della vita e della società indicato da Romano Guardini. Per esso la Chiesa appare come il luogo della “complexio oppositorum”. È questo modello che consente a Francesco di sottrarsi al manicheismo politico-religioso che ha contrassegnato il mondo dall’11 settembre 2001 in avanti. Un manicheismo che ha contagiato anche la Chiesa cattolica che, soprattutto negli Usa, sembra confondersi, talvolta, con il fondamentalismo evangelico.

Con la formazione dell’orientamento teo-conservatore nasce una corrente che avrà grande peso nel mondo cattolico statunitense. Quella che lei chiama, sulla falsariga della definizione del giornalista Enzo Bettiza di “cattocomunismo”, “cattocapitalismo”. Che sarà destinata a influenzare anche una visione del cattolicesimo mondiale, che si riverbera fino in Italia mediante un progetto ecclesiale sostenuto dai cosiddetti “atei devoti” guidati da Marcello Pera, a cui nel libro dedica molto spazio. 

La corrente dei Catholic Neoconservative, guidata da Novak, Neuhaus, Weigel, Sirico, prende forma negli Usa della presidenza Reagan e si stabilizza poi sotto la presidenza di Bush jr. realizzando una vera e propria egemonia nella Chiesa nordamericana e, di riflesso, nel cattolicesimo mondiale. Rappresenta una reazione al progressismo ideologico, individualista e libertario, che caratterizza la nuova sinistra americana a partire dagli anni ‘70. Spostandosi a destra un pool di intellettuali cattolici provenienti dalla sinistra dà forma ad una nuova versione di “americanismo cattolico” che si focalizza su due direttrici: piena adesione del cattolicesimo al modello capitalista e cultural wars, ovvero battaglie culturali per difendere un gruppo ristretto di valori dichiarati irrinunciabili. Tra essi, in primis, la difesa dei bambini non ancora nati. Nasce così una sintesi singolare tra orientamento pro-life e apologia del capitalismo. Singolare perché non riflette sul fatto che proprio lo spirito del capitalismo giustifica la mentalità sacrificale che sta dietro al “diritto” all’aborto. In Italia la corrente teocon si afferma nel ventennio che va dagli anni ‘90 al primo decennio del nuovo millennio. Il think-tank di riferimento sarà la Fondazione Magna Carta di Marcello Pera mentre il giornale di riferimento sarà Il Foglio di Giuliano Ferrara. Lo scopo era quello di saldare lotta etica sui “valori non negoziabili”, difesa dell’Occidente “cristiano” contro relativismo ed Islam, piena solidarietà alla guerra americana contro l’Iraq. Lo scopo era di realizzare un blocco liberal-conservatore-cattolico di stampo anglosassone. La Chiesa di allora, come documento nel volume, non sarà insensibile a questo disegno. La fine del progetto, a motivo dell’esito disastroso della guerra in Iraq e della crisi del capitalismo mondiale, non toglie che nel nostro Paese i principali oppositori dell’attuale pontificato provengano quasi tutti dal mondo neocon.

Al centro di tutto questo c’è il pensiero sociale della Chiesa, tirato per la giacca da una o dall’altra parte. Finita l’era della teologia della liberazione e caduto il muro di Berlino, la cristianità le è sembrata finire ingabbiata da una nuova “teologia del capitalismo”, il cui casus belli verrà tratto, abilmente, da una rilettura sbilanciata della Centesimus Annus, che in realtà aveva ben altro messaggio. 

L’operazione Centesimus annus è quella che permette ai neocon cattolici di prendere il ponte di comando nella Chiesa nordamericana. L’enciclica di Giovanni Paolo II, pubblicata nel 1991 in concomitanza con la caduta del comunismo sovietico, non indulgeva in alcun modo alla celebrazione del capitalismo. Un capitalismo che allora assumeva sempre più il volto finanziario, privo di freni inibitori, che porterà il mondo vicino al collasso con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008. Centesimus annus si mostrava molto critica verso l’idea di un capitalismo senza freni e riproponeva in maniera chiara la tradizionale dottrina sociale della Chiesa sull’argomento. L’operazione ardita quanto disinvolta di Novak, Neuhaus, Weigel, sarà quella di presentare un documento critico verso il capitalismo “puro” come un’apologia del medesimo. Con la Centesimus annus la Chiesa avrebbe finalmente abbandonato le sue diffidenze verso il liberismo economico e si sarebbe adeguata agli standard del mondo europeo occidentale. Giovanni Paolo II diveniva il cantore del modello americano con un break rispetto alla riflessione dei suoi predecessori. Come i Neoconservative siano riusciti in questa impresa lo descrivo nel mio volume. Di fatto attraverso questa lettura si imporranno come gli interpreti, dentro la Chiesa, della linea di Giovanni Paolo II. La loro leadership nel mondo ecclesiale USA passa attraverso la loro deformazione della Centesimus annus. Grazie ad essa il cattocapitalismo poteva diventare egemone.

Nel mezzo, il drammatico passaggio della guerra in Iraq. Davanti alla condanna di Wojtyla di fronte alla dottrina “guerra giusta”, i pensatori cattolici americani furono chiamati a decidere da che parte stare. Mostrarono, in questo passaggio storico di enorme importanza, quale fosse la causa che stava a loro più a cuore, se quella di Roma o di Washington. Cosa emerse?

Emerge il vero volto dell’americanismo cattolico, quello che era rimasto celato mediante la lettura manipolatoria della Centesimus annus. Il conflitto porta alla luce il volto ideologico dei neocon. Nati con l’intento di conciliare cattolicesimo e spirito americano essi optano, in realtà, per il primato dell’America sulla Chiesa. Di fronte alle prove manifestamente fasulle con cui l’amministrazione americana tentava di giustificare l’entrata in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein i teocon si schierano per Bush contro Giovanni Paolo II il quale, vecchio e malato, rimane fermo nella opposizione ad un conflitto che non offriva motivazioni ragionevoli e certe. Si vedrà poi quanto Roma avesse avuto ragione. La guerra in Iraq ha causato centinaia di migliaia di morti, la devastazione del Paese, l’esodo biblico della storica comunità cristiana dalle terre di Ninive. I teocon non hanno mai chiesto scusa del loro tragico errore.

Finita la stagione woytiliana viene eletto Benedetto XVI e subito si tenta di arruolarlo dalle stesse componenti culturali. Ma la Caritas in Veritate non piacerà affatto al mondo di intellettuali da lei tratteggiato, e dopo la pubblicazione si tentò di dare le colpe a delle resistenze interne da parte della Curia romana. Poi però con l’arrivo di papa Francesco e con le tre encicliche bergogliane è arrivata la vera rottura, da cui si è originata la dura opposizione all’attuale Pontificato che vediamo da anni. Ma i contenuti delle stesse non sono molto diversi da quelli delle encicliche dei precedenti papi. Quindi dove nasce questo astio radicale verso Francesco?

Sì, questa della opposizione dei teocon a Benedetto XVI, oltre che a Giovanni Paolo II, è una pagina poco nota. Si continua infatti con la lettura unilaterale per cui papa Ratzinger sarebbe stato una pedina nelle mani dei teocon. In realtà i teocon tentano, dopo la frattura con Giovanni Paolo II sulla guerra, di riproporre il loro disegno egemonico sulla Chiesa rilanciando sul papato di Benedetto. Non gradiscono però Caritas in veritate, l’enciclica sociale del Papa del 2009. Sia Novak che Weigel sono critici del documento, temono che dopo la Centesimus annus si torni di nuovo alla prospettiva di “sinistra” di Paolo VI. Weigel si spinge a scrivere un articolo, “Caritas in Veritate in Gold and Red”, in cui separa, con il bisturi, la parte “aurea” del documento la quale sarebbe scritta di pugno da Benedetto, da quella “rossa” elaborata a suo dire dalla Pontificia Commissione “Iustitia et Pax”. La prima sarebbe corretta, la seconda no. Con ciò diviene manifesto il metodo dei teocon. I documenti del magistero vengono accolti solo per la parte che è conforme alla ideologia teocon, il resto viene rifiutato. La novità con Francesco è che questa strategia non funziona più. Tutto il pontificato di Francesco costituisce, infatti, una consapevole rimessa in discussione del modello teologico-politico che da trent’anni condiziona la coscienza ecclesiale. Un modello di destra che si è sostituito a quello di sinistra dominante negli anni ‘70 del secolo scorso. Di fronte a questa rimessa in discussione la strategia dei teocon è quella di separare Francesco dai suoi predecessori, di “isolarlo”, ma, come dimostro nel mio libro, questa è una mistificazione.

Poi arriviamo all’oggi. Dopo avere dipinto Trump come una sorta di costantiniano anti-Bergoglio, difensore dei valori cristiani contro un cattolicesimo in decadenza, lei evidenzia il fatto che Biden sia il secondo presidente Usa cattolico, e lo descrive come erede della stagione kennediana. Temi come quelli dell’aborto restano però, sottolinea nel libro, uno “scoglio” importante. Se all’origine del movimento teocon c’è la storica sentenza “Roe vs. Wade” sull’aborto, oggi negli Usa l’opposizione repubblicana, viva e agguerrita nei singoli Stati, accarezza l’idea di portare la legge sull’aborto davanti alla Corte suprema, diventata a maggioranza pro-life durante la presidenza Trump. Questo rappresenterebbe un risultato storico per la stessa componente neoconservative e per i vescovi americani che la sponsorizzano. 

Purtroppo lo scoglio dell’aborto è reale. La sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti, del 1973, rappresenta una rottura grave per la Chiesa cattolica americana tra coscienza religiosa e nazione. I cattolici che negli anni ‘60 erano in prima fila nel partito democratico sono spinti sempre più a destra nelle file del partito repubblicano che, abilmente, si pone come interlocutore. Nel corso degli anni poi questa divaricazione si è sempre più accentuata tra i fautori del diritto all’aborto inteso come un diritto costituzionale e i militanti pro-life che concentrano l’intera testimonianza pubblica su un unico valore. Per i cattolici ciò ha significato la dimenticanza della dottrina sociale della Chiesa e della prospettiva della testimonianza evangelica nel mondo secolarizzato che trascende gli schieramenti politici. Evangelizzazione e promozione umana, la coppia polare che sta al centro della Evangelii nuntiandi di Paolo VI, si sono perse per strade. Nel loro recupero risiede il progetto di Francesco che vuole sospingere una “Chiesa immobile”, bloccata da uno schema manicheo. Il Papa è risolutamente contro l’aborto. Ha usato, in proposito, parole di condanna che i pontefici precedenti non hanno usato. Non accetta, però, di confinare l’impegno del cristiano nel mondo solo nella stretta ridotta dei pro-life. La lotta contro l’aborto, per quanto importante, va collocata dentro la tutela e la difesa di tutto ciò che è “fragile”. In questa tutela della fragilità risiede un compito essenziale per la democrazia.

In tutto ciò la risposta di Francesco, ovvero la cifra del suo Pontificato missionario, lei la individua nella sua “teologia della tenerezza”, che a sua volta trae linfa vitale dal pensiero “tensionante” che unisce cuore e intelletto, valorizzando così la polarità del reale, e che si origina nella formazione ignaziana e gesuitica di Bergoglio. L’invito del Papa, come per Giovanni Paolo II, è di spalancare le porte a Cristo, con la differenza che se il santo polacco si rivolgeva al di fuori dalla Chiesa, l’invito del papa argentino guarda all’interno della stessa. Contro la stagione teocon, scrive, conclusasi nel “teopopulismo”, la Chiesa è chiamata a ritrovare il senso della complexio oppositurum nel pensiero della riconciliazione. “Ogni ideologia è un inciampo”, conclude, e “la Chiesa non necessità di nemici per vivere, ma il suo scopo è comunicare la mite umanità del Redentore”.

La via della Misericordia, che Francesco indica alla Chiesa contemporanea, non si contrappone alla via della Verità come accusano teocon e tradizionalisti. Per il papa la Misericordia è, oggi, la via alla Verità. Insisto sull’oggi. Il perché lo spiega bene Benedetto, il papa emerito, in una intervista del 2016 a padre Jacques Servais. Per Benedetto il filo rosso che unisce gli ultimi tre papi, lui, Giovanni Paolo II, Francesco, è la scelta per il primato della Misericordia. E questo non solo perché è la via evangelica per eccellenza ma anche perché l’uomo contemporaneo, piegato in un male che non sa portare né confessare, si ritrova nella figura del figliol prodigo della parabola. La via della tenerezza per Francesco non è la via del buonismo, che perdona tutto perché non sa più riconoscere il male, ma è l’unica via mediante cui lo si può riconoscere. Per confessare i peccati bisogna essere già idealmente abbracciati. La misericordia è all’inizio e non solo alla fine. Questo è ciò che il conservatorismo ideologico-religioso, duro come una pietra, non è in grado di comprendere.

 

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