Quale politica per i cattolici?

Vi propongo la mia recensione a un recente volume del professor Massimo Faggioli, pubblicata il 25 maggio su Vaticaninsider.it (link http://bit.ly/2sdpO0t).

 

«Cattolicesimo nazionalismo cosmopolitismo. Chiesa, società e politica dal Vaticano II a papa Francesco» è il lungo titolo di un brillante testo che Massimo Faggioli, professore nel dipartimento di Teologia e Scienze religiose della Villanova University (Philadelphia) ha appena pubblicato presso Armando.

 

L’edizione americana, più stringata, ha come titolo Catholicism and Citizenship: «Cattolicesimo e cittadinanza». Il nodo dei saggi, raccolti nel volume, ruota, infatti, sul rapporto che lega il cattolicesimo odierno alla vita politica e sociale delle democrazie occidentali, caratterizzate da uno svuotamento della partecipazione a seguito della crisi etica-politica-ideale causata dai processi di secolarizzazione.

 

Questo svuotamento documenta, in ambito ecclesiale, il declino delle aperture e delle speranze che, nel quadro del Concilio Vaticano II, segnarono l’incontro tra cattolicesimo e modernità rappresentato in modo particolare dalla «Gaudium et spes». Faggioli è un attento lettore dei processi e delle dinamiche della Chiesa americana. Provenendo dall’Italia è in grado di valutare i cambiamenti che, nel corso degli ultimi trent’anni, hanno segnato una progressiva distanza con l’eredità conciliare.

 

Una distanza che investe la concezione del rapporto tra Chiesa e società, fede e politica. L’incontro conciliare tra Chiesa e democrazia rappresentò un congedo, nella prima metà degli anni ‘60, dall’ideale della «cristianità» che aveva dominato lo scenario teologico per quasi un secolo. D’altra parte la partecipazione ai processi democratici, nella euforia progressiva e umanitaria degli anni ‘60, risultò avvolta da un manto irenico difficilmente giustificabile nel contesto odierno.

 

La democrazia «valoriale» di allora ha ceduto il posto alla democrazia relativistica e postmoderna di oggi. Donde la reazione di una parte cospicua del mondo cattolico che ritorna, come negli anni del pre-Concilio a vedere nella democrazia un avversario, non già un alleato. Con il risultato di favorire le spinte verso la dimensione impolitica, secondo i moduli di un spiritualismo settario da una parte, o di una militanza combattiva, anch’essa fortemente identitaria e polemica.

 

In ambedue i casi la presenza cattolica dimostra di non uscire dal ghetto, di essere subalterna ai processi di secolarizzazione a cui idealmente si oppone. Questo accade quando i contenuti della biopolitica (aborto, famiglia, ecc. ) occupano per intero l’agenda, o quando il cristianesimo viene a identificarsi con una cultura, una tradizione, in opposizione ad altre. È quanto è accaduto negli Usa dove la Chiesa, anche a seguito della secolarizzazione del Partito democratico che ha progressivamente disertato l’appuntamento con i cattolici, sostenitori tradizionali, si è collocata in un ambito di progressiva radicalizzazione. Come scrive Faggioli: «Quello che è accaduto negli ultimi due decenni parla di un certo grado di “americanizzazione” del cattolicesimo mondiale: il post-11 settembre 2001 ha reso tutti in qualche misura neo-durkheimiani (anche i cattolici non americani). D’altra parte sono evidenti i segnali di un nuovo “americanismo cattolico”, diverso da quello condannato da Leone XIII nel 1899 perché reazione alla decadenza del ruolo dell’America nel mondo globale» (p. 83).

 

L’osservazione di Faggioli è corretta. Il modello americano ha influenzato, dopo l’11 settembre, gran parte del cattolicesimo europeo. Un modello identitario, conflittuale, che reagisce al mondo democratico, relativista, ponendosi come una minoranza a parte, unita dalla scelta di alcuni valori irrinunciabili, disattesi dal mondo secolare. È questa posizione, come giustamente osserva Faggioli, che oggi rappresenta lo zoccolo duro di coloro che, dentro la Chiesa, si oppongono al pontificato di Francesco. Le accuse al Papa di non impegnarsi sul fronte della lotta, di essere accomodante con il mondo avverso, di cedere sull’assolutezza della dottrina morale, provengono da una prospettiva che, negli ultimi vent’anni, è diventata «ideologia». Questa si è talmente radicalizzata da comportare una sorta di visione manichea – i puri contro gli impuri – che rischia di dividere, pericolosamente, la Chiesa contemporanea. Ciò che la dialettica impedisce di capire è che la posizione del Papa non ha affatto rinunciato alla difesa dei valori «non negoziabili», come risulta continuamente dal suo magistero. Solo che non accetta di confinare la presenza, sociale e politica, del cristiano nel mondo nel perimetro di quei valori. Questi vanno collegati alla difesa di «altri» valori – la lotta contro la povertà, l’emarginazione, la difesa dell’ambiente, ecc. – perché sono parte di un processo di dissoluzione che riguarda il sistema economico mondiale.

 

Il bambino a cui si vieta di nascere, l’anziano che non è produttivo, il malato grave che costituisce un onere per la società, il povero che non lavora, sono tutti tasselli di un «sistema degli scarti» che va denunciato nella sua globalità. Tutto tiene e la povertà del pensiero cattolico odierno è di aver smarrito l’insieme finendo nella dialettica tra fazioni di destra e fazioni di sinistra. Francesco ha di fronte una nozione di «Bene» comune che proviene dalla Dottrina sociale della Chiesa la quale trova nella Gaudium et spes – il cui significato ancora attuale è al centro del volume di Faggioli –  l’orizzonte storico complessivo. La sua critica della teologia politica non significa abbandono della teologia della politica.

 

L’impegno per il Bene comune, che accomuna cristiani e non cristiani nel contesto democratico, implica una significativa presenza dell’ecclesiale anche nello spazio pubblico. Come scrive Faggioli: «In un cattolico radicato nella teologia del Vaticano II come papa Francesco, la riluttanza ad eliminare tutte le vestigia della chiesa established è legata al ruolo che la chiesa cattolica romana gioca nel mondo globale investita dal “paradigma tecnocratico”. Ci si deve chiedere oggi se la chiesa established non sia forse uno dei pochi baluardi rimasti contro la distruzione dello stato sociale, il turbo-capitalismo, l’individualizzazione radicale della vita umana, il neo-imperialismo e l’eccezionalismo americano» (p. 107).

 

Ciò significa che l’orientamento del Papa, in perfetto accordo con quello conciliare, rappresenta il richiamo a un deciso impegno dei cattolici nella vita pubblica. Bergoglio, al pari del suo amico, l’intellettuale uruguyano Alberto Methol Ferré, non ha mai apprezzato l’idea di un cattolicesimo catacombale, focalizzato sull’idea di minoranze spirituali elitarie. La sua «teología del pueblo» ha una vocazione popolare. È questa vocazione, unitamente al fatto che in lui vive pienamente l’eredità del Concilio, che spiegano l’opposizione verso la sua persona da parte di settori cospicui del potere economico-politico mondiale.

 

I radical-cattolici, per i quali nel mondo odierno non v’è per loro possibilità di «cittadinanza» fintanto che la società non avrà riconquistato una fisionomia «cristiana», sono, senza avvedersene, i principali alleati, nella lotta contro Francesco, dei poteri forti attuali. Lo sono innanzitutto perché si tengono fuori dall’agone democratico rifiutando di portare, in alleanza con altri, un contributo positivo volto al cambiamento delle regole. In secondo luogo perché, laddove si impegnano al modo di una radical orthodoxy, le critiche al sistema vigente risultano essere delle punture di spillo, magre soddisfazioni utili solamente ad appagare un mondo che si è totalmente chiuso nel proprio perimetro. In terzo luogo perché delegittimando Francesco dimostrano di essere subalterni alle forze che governano il mondo e non tollerano l’azione di disturbo del papa. Occorre ripensare una presenza cristiana nel quadro secolarizzato di una democrazia in crisi. Allo scopo il libro di Faggioli costituisce un valido contributo alla riflessione.

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