Su Acta Philosophica la recensione di “Ateismo e modernità” a cura di Bruno Amadio

Bruno Amadio è avvocato amministrativista in un noto studio legale di Milano. Al contempo è un raffinato cultore della materia filosofica. A lui si deve questa recensione del mio volume Ateismo e modernità, pubblicata di recente su Acta Philosophica. (Al centro dell’immagine Cornelio Fabro, ndr).

Massimo Borghesi, Ateismo e modernità. Il dibattito nel pensiero cattolico italo-francese, Jaca Book, Milano 2019, pp. 256. Recensione a cura di Bruno Amadio in Acta philosophica 29 (2020).

Dopo aver scritto importanti biografie intellettuali su Guardini, Del Noce, Ratzinger-Benedetto XVI e Bergoglio-Francesco, con quest’ultimo libro Massimo Borghesi ci offre, raccolti e rielaborati, scritti dal 2000 al 2013 su alcuni autori chiave della sua ricerca storico-filosofica: De Lubac, Maritain, Gilson, Fabro e Del Noce. Il titolo dell’opera esprime in un certo senso un itinerario personale: dal superamento dell’ateismo negli anni dell’università a Perugia, fino ai più recenti studi sulla modernità lacerata dal terrorismo fondamentalista. La domanda di fondo è: l’ateismo è la cifra della modernità? O la modernità ha comportato anche una maturazione (o riscoperta) di valori cristiani latenti e sviluppati lungo la sua storia bimillenaria?

La teologia e la filosofia cattoliche non sono un blocco monolitico. E neppure il tomismo lo è. Lo dimostra storicamente Borghesi evidenziando i diversi approcci al problema dell’ateismo moderno in autori legati non solo da visioni comuni, ma anche da reciproche stima e amicizia. E anche illustrando alcune “retractationes” di uno stesso autore lungo la sua vita.

Alcuni esempi. Maritain riteneva che l’allontanamento dalla fede derivasse da una opzione morale (p. 46), Cornelio Fabro, invece, da una opzione intellettuale, e cercò di dimostrarlo con una imponente genealogia filosofica dell’ateismo moderno a partire dalla svolta immanentista di Cartesio (p. 66). Ma lo stesso Fabro, negli ultimi suoi studi, approfondirà il tema della libertà come soggettività costitutiva trascendentale (p. 98), pur senza pervenire a una sintesi delle sue ricerche (forse bisognerebbe anche aggiungere il Fabro “mistico”, quello degli studi su Gemma Galgani). E anche Gilson, dopo aver criticato la prova ontologica cartesiano-malebranchiana, ne L’ateismo difficile rivaluterà la conoscenza intuitiva dell’esistenza di Dio (pp. 223-224).

Allievo di Fabro, l’Autore non nasconde tuttavia predilezione per la lettura delnociana dell’ateismo moderno: più articolata e attenta al contesto storico nel quale ha avuto la sua coltura, più aperta al personalismo dischiuso dal pensiero moderno. “Empatia” che peraltro aiuta a smascherare gli errori che vi si annidano (annotava Solženicyn nel suo diario che “per comprendere una menzogna, qualunque essa sia, bisogna capire da quale verità deformata deriva”: Journal de la Roue rouge, tradotto e pubblicato in francese da Fayard nel 2018). Il processo che ha portato all’ateismo di Stato, e alla cultura dell’indifferenza religiosa, non è quindi irreversibile e lascia aperta la speranza di un riscatto consapevole dei propri errori.

È interessante ricordare in proposito il pensiero di Abraham Heschel, la cui opera Dio alla ricerca dell’uomo offre un interessante esempio, dalla prospettiva ebraica, del rapporto tra la filosofia e le istanze religiose esistenziali: “Si è soliti incolpare la scienza laica e la filosofia antireligiosa dell’eclissi della religione nella società moderna. Sarebbe invece più onesto incolpare la religione dei suoi propri insuccessi. La religione è decaduta non perché sia stata confutata, ma perché è divenuta trascurabile, noiosa, oppressiva, insipida. (…) quando la fede diviene un bene ereditario invece che una sorgente viva; quando la religione parla solo in nome dell’autorità piuttosto che con la voce della compassione, è proprio allora che il suo messaggio diventa privo di significato. La religione è una risposta agli interrogativi ultimi dell’uomo” (edizione italiana del 1969, Borla, pag. 19).

Il razionalismo filosofico e l’umanesimo ateo, pertanto, non possono essere ben compresi, e criticati, senza valutare anche il ruolo svolto dal “controesempio” del conflitto teologico-politico che ha diviso l’Europa “cristiana”. E che induce Borghesi a guardare con fiducia al futuro, dopo il “miracolo che ha consentito 70 anni di pace in un continente segnato dalle guerre ideologiche e di religione” (p. 35). Un futuro nel quale siano abolite forme di intolleranza politica, la libertà religiosa tutelata e promossa la convivenza pacifica tra nazioni e uomini di religioni diverse (anche se, occorre aggiungere senza ingenuità, ogni epoca ha le sue barbarie, magari diverse, ma pur sempre barbarie). È pertanto il ritorno allo “scontro tra civiltà”, che l’integralismo islamico ha drammaticamente riproposto dopo l’attentato alle Torri Gemelle, il percolo da evitare (p. 235). Sfida che però un Occidente spiritualmente povero difficilmente saprà affrontare, ripiegato in un agnosticismo che “presuppone l’eugenetica e l’opulenza, la salute e il benessere. Questo mondo orizzontale, chiuso nella sua immanenza, ha, in realtà, vita breve” (ibidem). Solo un “nuovo Illuminismo – conclude Borghesi – che sappia prendere sul serio la richiesta di senso che si esprime nella dimensione religiosa e, al contempo, una fede che accolga la richiesta di libertà che proviene dalle sue origini e che si documenta, criticamente, nell’ideale della modernità”, potrà rivitalizzare una stanca democrazia, stretta nella morsa di relativismo e integralismo (p. 236). Auspicio certamente condivisibile.

Trattandosi di una raccolta di testi nati in occasioni diverse, il libro ne risente sotto il profilo della eterogeneità e di qualche inevitabile ripetizione di concetti, limiti compensati dall’interesse che suscita la varietà dei temi affrontati, comunque legati dal “filo rosso” sintetizzato nella coppia concettuale del titolo. Il volume è suddiviso in quattro parti, ciascuna con due sezioni. La prima è dedicata al Problema dell’ateismo, secondo le diverse prospettive di De Lubac, Maritain, Fabro e Del Noce. La seconda a Libertà e razionalismo, dove l’esistenzialismo cristiano, a partire da Pascal, è posto a confronto con il razionalismo deista poi sfociato nell’ateismo. La terza è dedicata a Realismo e immanentismo e in particolare al Gilson degli studi gnoseologici (Il realismo metodico) e della filosofia politica (Le metamorfosi della Città di Dio). L’ultima parte affronta il rapporto tra Tomismo e modernità, soffermandosi in particolare su Gilson e Del Noce interpreti del De Monarchia di Dante e sulle loro divergenze su Cartesio poi parzialmente superate.

Il dibattito filosofico fra questi maestri del pensiero cattolico del ’900 è ricostruito da Borghesi con rigore storiografico, attingendo da un’ampia bibliografia e dagli epistolari. È un’opera che, spaziando dal problema di Dio alle teorie della conoscenza, dal rapporto tra filosofia e religione alla teologia politica, seleziona significativi frammenti di un dibattito più che mai attuale. Come infatti ha sottolineato Ángel Rodriguez Luño in questa stessa rivista (vol. 9, fasc. 1, p. 33: Pensiero filosofico e fede cristiana. A proposito dell’enciclica Fides et ratio) “La filosofia moderna ha sentito la necessità di affrontare in modo più ampio la tematica antropologica, il che viene a significare che prima essa non era stata affrontata in modo tale da mettere in luce sufficientemente l’essenziale emergenza del soggetto umano sulla natura fisica. Ma nella realizzazione di questo necessario compito, la filosofia moderna ha perso invece la prospettiva metafisica che si era consolidata nella filosofia classica. E così, anziché riuscire ad ampliare effettivamente e positivamente la tematica classica, gli orizzonti si sono ristretti: è stata persa la prospettiva metafisica senza riuscire a edificare l’antropologia su basi sicure e durevoli. Quindi l’ampliamento positivo e non concorrenziale della visuale classica è ancora tutto da fare”. E concludeva con un invito a intraprendere un appassionante lavoro “diagnostico e propositivo”, di cui questo libro di Borghesi è un eccellente esempio.

Bruno Amadio

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