Su L’Osservatore Romano la recensione al volume del cardinal Bassetti su Giorgio La Pira

Su “L’Osservatore Romano” di sabato 21 maggio c’è la mia recensione al volume del cardinal Gualtiero Bassetti, che lascia ora la presidenza della Cei, su Giorgio La Pira. La recensione si concludeva con queste considerazioni, tagliate per la lunghezza: «Indicazioni preziose che nascono, nel cardinale, dalla sua esperienza di presidente dei vescovi italiani. Il suo volume, un caldo omaggio a La Pira pieno di gratitudine, si conclude sotto il segno de “l’epoca di Maria” auspicato dal sindaco fiorentino.

“Ci sono due dipinti di Maria che porto nel cuore e che riescono a sintetizzare alla perfezione questo soccorso mariano nella vita degli uomini. Innanzitutto, l’immagine della Madonna delle Grazie, protettrice della città e dell’archidiocesi di Perugia, che evoca sia i bisogni e i desideri della popolazione, che l’amore di Dio come sorgente di ogni Grazia. In secondo luogo, il dipinto della Madonna della misericordia di Piero della Francesca – conservato nel museo civico di Sansepolcro – in cui Maria è al centro della scena, sicura del suo amore per l’umanità, e apre il suo mantello per proteggere, in un immenso abbraccio, tutti gli uomini e le donne che hanno bisogno del suo aiuto. Da questo angolo visuale, questi dipinti sono una sorta di rappresentazione iconografica della cultura del “pane e della grazia”».

 

L’Osservatore Romano, sabato 21 maggio, p. 5, Quell’ombrellino rosso che non proteggeva dalle bombe (M. Borghesi)

La Firenze del secondo dopoguerra e il suo “sindaco santo” nell’ultimo libro del cardinale Bassetti

Si intitola Il pane e la grazia. La profezia di La Pira per la Chiesa e il mondo di oggi il volume che il cardinale Gualtiero Bassetti ha appena pubblicato con la Libreria Editrice Vaticana (pagine 146, euro 13). Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, è da sempre una figura cara al cardinale il quale con questo libro rende omaggio al grande politico e, al contempo, ci consegna, nel momento in cui lascia la presidenza della Cei e la sede episcopale di Perugia, pagine di grande intensità, frutto della sua fede personale.

«Ho vissuto abbastanza per vedere cambiare il mondo. Il dramma della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione dopo l’abisso, le speranze del concilio Vaticano II, la fine del bipolarismo Est-Ovest, la società odierna. A far da filo conduttore a queste grandi vicende della storia c’è la mia piccola esperienza di vita: iniziata in un minuscolo paesino dell’appennino tosco-romagnolo, Marradi, proseguita poi nella città di Dante Alighieri, Firenze — che mi ha formato e fatto diventare un uomo e un sacerdote — e infine continuata nelle diocesi in cui sono stato vescovo: Massa Marittima e Piombino, Arezzo, Perugia. A volte, ripenso con tenerezza a quando, da bambino, mi accompagnavano a vedere le macerie delle case distrutte dai bombardamenti della guerra e io portavo con me un ombrellino rosso che tenevo aperto per coprirmi il capo. Quell’ombrello rappresentava una forma di protezione dalle bombe che sarebbero potute piovere dal cielo. La guerra era finita, ma la memoria di quella devastazione covava nell’inconscio di un bimbo che aveva da poco iniziato il suo pellegrinaggio nella vita terrena».

Non è usuale che un vescovo parli di sé in questo modo, che parli in prima persona e rievochi il tempo in cui era bambino. Non si tratta di sentimentalismo ma della consapevolezza che non si può leggere la vita, e nemmeno la vita “cristiana”, se non la si rilegge nella sua interezza. Solo così risplende il mistero di Dio nell’esistenza di un uomo.

«Ho trascorso una vita felice, amando il prossimo e ricevendo amore dagli altri. Quell’ombrellino rosso non c’è più da tempo. La mia unica protezione è stata Cristo che mi ha guidato lungo il sentiero dell’esistenza come un pastore con il suo gregge. Tuttavia, nel momento in cui una persona si ferma a tirare il bilancio della propria vita, non può non partire da dove tutto è iniziato: dalla famiglia d’origine, dai primi maestri, dai luoghi in cui si è cresciuti. Persone e villaggi pressocché sconosciuti ai più, ma decisivi nella mia storia personale. Fantino, Popolano, Crespino, Marradi sono piccoli borghi abbarbicati sui monti e attraversati da un fiume, il Lamone, che era un amico con cui giocare e anche una sorta di maestro da cui imparare tante cose. I veri maestri, però, erano in carne e ossa: don Pietro Poggiolini e don Giovanni Cavini, due sacerdoti fondamentali per la mia fede e la scelta di vita consacrata».

Bassetti viene da quell’altro mondo, quello delle campagne italiane che conservavano fino agli anni Sessanta, fino alla «scomparsa delle lucciole» intravista da Pasolini, una dimensione umana fatta di religiosità, generosità, di fede cristiana schietta e solidale. «Il mondo in cui sono nato era totalmente diverso da quello attuale. Era, innanzitutto, il mondo delle campagne in cui la ritualità della vita si sovrapponeva totalmente, spesso fino a confondersi, con la liturgia religiosa. Era il mondo del noi e non certo quello dell’io. La condivisione era una realtà quotidiana e non solo un’aspirazione ideale. Nella comunità montanara in cui sono cresciuto, certi valori come la sacralità della vita, la centralità della famiglia e la solidarietà fra le persone erano accettati dalla maggioranza della popolazione. Eravamo poveri di cibo, ma affamati di Cristo. Il pane era senza dubbio la sintesi sublime della nostra fame: era il pane-alimento che veniva prodotto dopo un lungo, paziente e faticoso processo artigianale e che non mancava mai nella nostra mensa; ma era anche il pane eucaristico, segno della morte e risurrezione del Signore, che abbraccia tutto l’universo e stringe a sé tutti i problemi dell’umanità perché il corpo di Gesù è strettamente unito al corpo mistico che è tutta la Chiesa. Da questa esperienza di vita ho tratto due grandi insegnamenti: la fede cristiana si incarnava nella storia, nella nostra umanità, non rimaneva un progetto astratto, ma pretendeva che ogni membro di quella comunità diventasse una persona vera e piena. Il diritto al pane si intrecciava visceralmente con la fame di Dio».

Questo incontro tra il pane e la grazia costituisce, come mostra il titolo del volume, il cuore del cattolicesimo di Bassetti. Un cattolicesimo segnato dall’incontro con La Pira. «Quest’uomo minuto, di origini siciliane, che si era fatto povero tra i poveri, che scrutava il mondo con lo sguardo lungo del profeta, “aveva il senso dei fini”, come disse Paolo VI, e “sapeva dove andare”. Sapeva andare lontano perché conosceva bene le sue radici, riconosceva con umiltà che anche la sua vocazione era il frutto di una storia complessa che lo precedeva e lo sovrastava. “Don Facibeni e il cardinal Dalla Costa — scrisse nel 1964 — sono stati le componenti più determinanti della storia fiorentina degli ultimi trent ’anni” (…) don Giulio Facibeni era solito definirsi come un “povero facchino della Provvidenza ”, ma in realtà fu un vero e proprio gigante della carità e un apostolo per le giovani generazioni. Il cardinale Elia Dalla Costa, riconosciuto nel 2012 Giusto tra le nazioni» dal Yad Vashem di Gerusalemme, era invece il prototipo del vescovo-pastore: il rigore e la carità erano due facce della stessa medaglia. Il cattolicesimo fiorentino in cui sono cresciuto era dunque il frutto di questa grande tradizione religiosa che è ben rintracciabile, tra l’altro, in molti altri uomini di fede come David Turoldo e Lorenzo Milani, Divo Barsotti e Ajmo Petracchi, Ernesto Balducci e Giuliano Agresti. Vista da questo angolo visuale, la Firenze lapiriana è stata un laboratorio di civiltà che ha sviluppato una proposta cristiana rivolta, non solo all’Italia, ma all’umanità intera. In fondo, la città lapiriana non era altro che il frutto della consapevolezza che l’uomo vive di pane e di grazia. Non di solo pane e nemmeno soltanto di grazia, ma di pane e grazia».

Evangelizzazione e promozione umana, dirà Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Questo è il binomio della vita cristiana, l’antinomia indissolubile. «Contemplazione e azione — commenta il cardinale — ancora una volta, dunque, la dimensione spirituale e quella sociale non sono scindibili. E proprio per questo motivo, queste parole suonano, oggi, come un forte ammonimento per i cattolici del mondo contemporaneo che troppo spesso sembrano dividersi fra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale”». Il cattolicesimo di Bassetti è sinfonico e polare, trascende le contrapposizioni tra destra e sinistra che affliggono il cattolicesimo odierno. Si nutre del pane e dell’Eucarestia, non ha nulla di spiritualistico, di elitario, borghese. È cattolico nella sua dimensione genuinamente popolare, popolare come le sue origini. Il corpo di Cristo è materiale e spirituale, mistico e civile. Da qui la grande simpatia e l’ammirazione per La Pira, per il sindaco de L’attesa della povera gente, il suo volume del 1950. Come ricordava La Pira: «Tante altre famiglie venivano a Palazzo Vecchio per esporre la drammaticità della loro situazione: povera gente sfrattata che cercava un tetto e un riparo. Cosa dovevo fare? Potrei uscirmene dicendo agli sfrattati: mi dispiace ma io non posso farvi nulla. Il mio ragionamento — se devo prendere sul serio i miei doveri sostanziali di sindaco — non può essere che un altro: non può essere che un “ragionamento” samaritano, di intervento: devo cioè cercare tutti i mezzi atti a sanare una situazione di pena che non comporta ritardo alcuno!».

Questa urgenza, questo desiderio di condivisione dei bisogni dei poveri, non sorgeva da una ideologia, da una posizione puramente filantropica. Era l’esito di un incontro. La vocazione sociale di La Pira nasce dal suo essere parte di una piccola comunità toccata dalla testimonianza di don Bensi.

«Un giorno — nella primavera del 1934 — in casa di don Bensi si parlava di poveri: don Bensi disse: sarebbe tanto bello poter assistere materialmente e religiosamente le zone estreme della miseria: i poveri cui non giungono la carità delle Confraternite di san Vincenzo».

È l’origine della messa di san Procolo a Firenze. È, per La Pira, l’inizio della sua vocazione sociale, la medesima che lo porterà da sindaco di Firenze a lottare per impedire la chiusura della fabbrica Pignone che nel 1953 minacciava di chiudere lo stabilimento e di licenziare migliaia di dipendenti. Come un leone La Pira convinse il suo amico Enrico Mattei, presidente dell’Eni, a rilevare l’azienda, «il più deciso intervento in materia di lotta ai licenziamenti che mai un sindaco d’Italia abbia compiuto». È la medesima vocazione che lo porterà, dopo la Pacem in terris di Giovanni XXIII e la morte di John Kennedy nel dicembre 1963, a intraprendere la «strada di Isaia», il sentiero della pace tra le nazioni e tra i popoli del Mediterraneo. Nella visionaria intuizione del sindaco Firenze diviene la città della pace, il luogo di opposizione ai venti di guerra. Quest’uomo straordinario, poliedrico, attaccato su più fronti per una politica che sembrava utopica ed era essenzialmente realistica, ha lasciato un segno profondo nel cuore di molti. Tra questi v’è il cardinal Bassetti.

«La prima volta che ho avuto l’occasione di vederlo è stato nell’inverno del 1956. Ero entrato nel seminario minore a ottobre e lui venne a trovarci a dicembre. Conservo ancora una foto di questa visita in cui si vede La Pira vicino a una finestra mentre parla con il cardinale Elia Dalla Costa, monsignor Enrico Bartoletti — padre spirituale del seminario — e don Silvano Piovanelli. Il cardinale Dalla Costa era molto anziano, con gli occhi incavati e il suo sguardo austero ma paterno: in quella foto, ricca di umanità, La Pira lo guarda rivolto verso l’alto, con quel suo tenero sorriso da contemplativo. Ricordo sempre con grande commozione il modo con cui Dalla Costa parlava di La Pira: “quell’uomo è l’incarnazione del Vangelo”. Da sacerdote e, soprattutto, da rettore del seminario ho avuto modo di parlare molte volte con La Pira. Nelle sue conferenze ai seminaristi era un fiume in piena: una fonte inesauribile di sapienza, di citazioni erudite e di continui aneddoti della sua vita politica. Quando mi è capitato di accompagnarlo per strada a Firenze verso la sua dimora sembrava di assistere a una continua processione di fiorentini che lo fermavano a ogni angolo della città e vedevano in lui, non solo il sindaco, ma qualcosa di molto più profondo: scorgevano nella sua persona il testimone autentico di una cristianità che si faceva prossima ai cittadini. Non quindi un funzionario pubblico, ma un servitore sincero del popolo. Una volta una donna anziana, segnata nel corpo e nell’abbigliamento dalle piaghe della miseria, che partecipava alle messe di san Procolo, disse: “Il professore da molti non è capito, lo capiamo soltanto noi poveri”».

Alla scuola dei poveri si pone lo stesso Bassetti il quale indugia sulla figura di La Pira non con la nostalgia di chi rievoca una stagione da tempo tramontata ma con l’occhio rivolto al presente e al futuro. La politica, contrassegnata dal tramonto dei grandi ideali e dal prevalere del modello tecnocratico, ha bisogno di autentici idealisti attenti alla concretezza dei bisogni, non di tribuni della plebe o di attori o di tecnocrati. Di idealisti permeati dalla carne del popolo cristiano. In proposito Bassetti indica una triplice serie di condizioni, che valgono per la rinascita della Chiesa dopo la «rivoluzione antropologica» (Pasolini) e l’era della secolarizzazione dominante. Condizioni che La Pira ha incarnato magnificamente. La prima è una testimonianza cristiana, evangelica, autentica. La seconda è lo spirito di profezia in grado di vagliare attentamente i segni dei tempi, di comprendere il tempo di “crisi” alla luce del Vangelo e questo per tradurre l’azione cristiana nella storia. La terza è data da una rinnovata riflessione che aiuti il pensiero cattolico a misurarsi con il tempo.

Quest’ultima condizione è la meno ovvia. Come scrive Bassetti: «Quando Paolo VI invoca “gli uomini di riflessione e di pensiero” non lo fa perché vuole costruire una classe politicoecclesiale per gestire il potere, ma perché il “mondo soffre per mancanza di pensiero”. Mai come oggi, accanto ai profeti, abbiamo bisogno di persone che sappiano pensare con serietà, umiltà e sobrietà il mondo presente. Non possiamo ridurre il dibattito intellettuale e quello politico a poche righe pubblicate su Facebook o a una battuta giornalistica».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.