Kupchan: il negoziato come soluzione

Nel momento in cui la piccola Lituania rischia di innescare un processo molto pericoloso, per l’Europa e per il mondo, l’articolo di Charles A. Kupchan (nella foto New America) pubblicato da «La Repubblica» ci riporta al realismo e alla saggezza. Kupchan è professore di relazioni internazionali alla Georgetown University e senior fellow del Council on Foreign Relations. Editorialista del «New York Times» è stato consigliere per la politica estera di Bill Clinton. È autore di molti libri tra cui «La fine dell’era americana» e «Come trasformare i nemici in amici. Le radici di una pace duratura». Pubblichiamo qui un estratto dell’articolo.

Repubblica, 20 giugno 2022, Il negoziato come soluzione (Charles A. Kupchan)

Stiamo entrando nel quarto, lancinante mese di guerra e gli ucraini continuano coraggiosamente a infliggere perdite alla forza di invasione russa. Gli Stati Uniti e i loro alleati sorreggono con un afflusso di armi costante la salda determinazione del Paese invaso a difendere il proprio territorio. L’obbiettivo, come ha scritto il presidente Joe Biden in un recente editoriale sul New York Times, è «lavorare per rafforzare l’Ucraina e sostenere i suoi sforzi per giungere a una conclusione negoziata del conflitto».

Una conclusione negoziata del conflitto è l’obbiettivo giusto da perseguire e ci si deve arrivare il prima possibile. L’Ucraina probabilmente non dispone della forza militare per cacciare la Russia dall’integralità del suo territorio e l’inerzia della guerra, sul campo, ora sembra andare in favore di Mosca. Più a lungo proseguirà questo conflitto, più morti e distruzioni ci saranno e più grandi saranno gli sconvolgimenti per l’economia mondiale e l’approvvigionamento di cibo, e più cresceranno i rischi di un’escalation, fino a una guerra a tutti gli effetti fra la Russia e la Nato. L’unità transatlantica comincia a incrinarsi, con la Francia, la Germania, l’Italia e altri alleati a disagio di fronte alla prospettiva di un conflitto prolungato, specie in un contesto di aumento dell’inflazione.
Tuttavia, se Biden vuole veramente facilitare i negoziati, dovrà impegnarsi di più per crearne le basi politiche e plasmare una narrazione che metta una soluzione diplomatica al primo posto. Si sente ancora troppa retorica oltranzista a Washington, con le forniture di armi all’Ucraina che avrebbero come obbiettivo di consentire a Kiev, per citare le parole del segretario di Stato Anthony Blinken, di «respingere l’aggressione russa e difendere pienamente la sua indipendenza e la sua sovranità».

Da parte sua, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj insiste, come prevedibile, che «la vittoria sarà nostra» ed esorta gli ucraini a «difendere ogni metro della nostra terra». E Biden, anche se parla della necessità della diplomazia, finora ha scelto di non dissuadere Kiev dal perseguire questi obiettivi, affermando al contrario che non intende «esercitare pressioni sul Governo ucraino, né in pubblico né in privato, per indurlo a fare concessioni territoriali di qualsiasi sorta». «Non diremo agli ucraini come devono negoziare, su cosa devono negoziare e quando devono negoziare», ha ribadito questa settimana Colin Kahl, sottosegretario alla Difesa con responsabilità per le politiche di difesa. «Saranno loro a stabilire autonomamente queste cose».

Ma Washington non ha solo il diritto di discutere con Kiev degli obbiettivi della guerra, ma anche il dovere. Non è esagerato affermare che questo conflitto rappresenta il momento geopolitico più pericoloso dai tempi della crisi dei missili a Cuba. È in corso una guerra sanguinosa fra una Russia dotata di armi nucleari e un’Ucraina armata dalla Nato, con i territori Nato a ridosso della zona di conflitto. È una guerra che potrebbe definire i contorni strategici ed economici del XXI secolo, con la possibilità che si apra un’epoca di rivalità militarizzata fra le democrazie liberali del pianeta e un blocco autocratico che ruota intorno a Russia e Cina.
Con una simile posta in gioco, è indispensabile che gli Stati Uniti siano coinvolti direttamente nelle decisioni su come e quando questa guerra dovrà finire. Invece di fornire armi senza condizioni (lasciando di fatto che siano gli ucraini a decidere la strategia), Washington deve avviare una discussione esplicita su come mettere fine alla guerra, insieme agli alleati, insieme a Kiev e in prospettiva anche insieme a Mosca.
Per preparare il terreno a questa svolta, l’amministrazione Biden dovrebbe smetterla di fare dichiarazioni che rischiano di legarle le mani al tavolo negoziale. […]
Washington dovrebbe evitare di infilarsi in un angolo con le sue mani pronosticando una catastrofe se la Russia dovesse conservare il controllo di una parte dell’Ucraina nel momento in cui cesseranno i combattimenti, perché previsioni come queste rendono più difficile giungere a un compromesso e rischiano di ingigantire l’impatto geopolitico di qualsiasi guadagno territoriale che la Russia dovesse riuscire ad assicurarsi.

La tesi che Vladimir Putin smetterà di creare problemi soltanto se subirà una sconfitta decisiva in Ucraina è un’altra argomentazione infondata che distorce il dibattito e ostacola la strada della diplomazia. […].  Putin è destinato a rimanere al potere per il prossimo futuro e continuerà a creare problemi comunque dovesse finire questa guerra: mostrare i muscoli sulla scena mondiale e sbandierare le sue credenziali nazionalistiche sono le fonti primarie della sua legittimazione interna. Senza contare che umiliare Putin è rischioso: se fosse con le spalle al muro, potrebbe agire in modo molto più sconsiderato di come agirebbe se potesse rivendicare la vittoria prendendosi un altro pezzo dell’Ucraina. L’Occidente ha imparato a convivere con Putin e a contenerlo negli ultimi due decenni, e probabilmente dovrà continuare a farlo anche per il prossimo.

Infine, Biden deve cominciare a impegnarsi per correggere questa distorsione del dibattito dominante, che considera la diplomazia sinonimo di appeasement. Quando recentemente Henry Kissinger, a Davos, ha detto che l’Ucraina potrebbe dover fare concessioni territoriali per mettere fine alla guerra, Zelenskyj ha replicato: «Il calendario di Kissinger probabilmente non segna ‘2022’, ma ‘1938’ e pensa di parlare non a Davos, ma nella Monaco di quel tempo». […]. Ma la prudenza strategica non dev’essere scambiata per appeasement. È nell’interesse dell’Ucraina evitare un conflitto che si trascini per anni e negoziare un cessate il fuoco seguito da un processo finalizzato ad arrivare a un accordo territoriale.
Anche gli Stati Uniti, i loro alleati della Nato, la Russia e il resto del mondo hanno interesse che si arrivi a un esito del genere: ed è proprio per questo che è arrivato il momento che Biden metta in piedi un tavolo negoziale.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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