Nei mesi di settembre-ottobre 2012 il Giornale di Brescia ha ospitato un interessante dibattito tra Emanuele Severino e Massimo Borghesi, poi pubblicato integralmente dalla rivista “Studium”. L’occasione è stata la pubblicazione di una lunga intervista a Severino, ad opera di Sara Bignotti, contenuta nel volume Educare al pensiero edito da La Scuola di Brescia. Nel libro, che sottopone a critica l’intero modello occidentale di educazione, emerge il pensiero severiniano nei suoi punti fondamentali. Al centro del dibattito con Borghesi c’è il problema del rapporto tra la filosofia (di Severino) e la vita, tra una speculazione che obbedisce alla ferrea legge della necessità e l’esistenza quotidiana, personale, relegata nella dimensione di sogno ed illusione.
MASSIMO BORGHESI, Giornale di Brescia, 4 settembre 2012
Contro Socrate: l’educazione impossibile secondo Severino
Non deve essere stato semplice per Sara Bignotti intervistare Emanuele Severino sul tema Educare al pensiero, appena edito da La Scuola di Brescia. E questo non solo perché Severino è pensatore difficile e complesso, ma anche perché l’argomento è quanto di più «estraneo» alla prospettiva dell’autore. Come la stessa curatrice riconosce, siamo qui di fronte ad un sistema di pensiero che rifiuta l’idea che l’uomo possa cambiare, rifiuta, quindi, ogni modello educativo. Da questo punto di vista il testo appena edito mostra il vuoto etico-educativo che sta al centro del pensare severiniano. Una lacuna non casuale ma strettamente dipendente dall’idea per cui il piano esistenziale, personale, non ha, in sé, alcuna consistenza e verità. Il mondo dell’esperienza è dato, per Severino, da «sogni», interpretazioni di una volontà di vita che dal profondo dell’inconscio regge le fila delle marionette del mondo. In modo analogo a Schopenhauer noi, come individui, siamo dominati dalla volontà di vivere e di potenza, momenti negativi di rottura della grande unità del Tutto. Da questo destino «individuale», determinato dalla volontà, l’uomo non può uscire mediante l’educazione. Non si può uscire dall’errore mediante un altro errore. Come afferma Severino: «Nella storia dell’Occidente uno degli equivoci del rapporto educativo è che l’individuo sia educabile. (È anche l’equivoco dell’educazione religiosa e dell’evangelizzazione del mondo). Si vuol portare l’individuo dalla dimensione del negativo, del peccato, della colpa, dell’errore, alla dimensione della verità, dell’autenticità. Ma l’individuo è errore. Innanzitutto perché è volontà». È il frutto sognante, interpretante, della volontà che, nietzschianamente, lo domina. Né può fuggire a tale prigione. L’educazione e la religione non possono farci nulla. Anch’esse partecipano della sfera volitiva, della «fede», della follia, non a quella della verità. L’uomo è destinato a «volere», cioè ad «errare», a bramare la potenza. Nel tempo del nichilismo, inaugurato dalla concezione greca del divenire come passaggio dall’essere al nulla, l’educazione è la modalità di sfuggire l’angoscia della morte mediante il suo ancorarsi alla Potenza dominante, la religione, ieri, la tecnica, oggi. L’educazione, così, non trascende l’orizzonte nichilistico; al contrario, coopera nel mantenerlo. Essa è una delle espressioni della violenza della volontà. Violento è, per Severino, ogni atto che porta dal nulla all’essere, così come, per converso, dall’essere al nulla. Violento è l’atto creatore di Dio così come quello dell’assassino, quello del santo come quello del peccatore, il perdono come la vendetta, la mano che accarezza e quella lorda di sangue. Come atti di volontà essi sono eticamente «indifferenti», stanno, tutti, sotto la volontà peccaminosa, colpevole di scegliere, di affermare, di porre. Ogni atto è violento e illusorio perché il divenire è impossibile, logicamente contraddittorio. Così ogni gesto, come passaggio dalla potenza all’atto, diventa colpevole. Tutta l’esistenza finita diviene, alla maniera di Schopenhauer e del razionalismo moderno, una colpa. Né da questa condizione si può uscire. In tal modo diventa impossibile ogni paideia. Non si tratta più di cercare la verità, come vuole il modello educativo da Socrate in avanti, né di formare la persona, ma di introdurre alla conoscenza del superamento dell’ego individuale. Siamo di fronte ad una sorta di buddhismo occidentale, un buddhismo post-nichilistico ritrovato dopo Schopenhauer-Nietzsche-Gentile. Sul terreno della vita, equiparato ad ombra e violenza, il sole della verità può splendere, d’improvviso, solo là dove l’io individuale tramonta e lascia apparire l’Io del destino, trascendentale ed impersonale, che sta alle sue spalle. Questa verità, però, non cancella l’errore e l’eterno ripetersi della galleria dei fenomeni eterni ma, hegelianamente, li supera e li conserva in un sapere superiore. A fronte del mondo delle ombre sta così la verità attinta dai pochi, da coloro che sanno dell’errore come errore necessario, dai nuovi gnostici per i quali il tempo della salvezza, che segue al nichilismo dell’Occidente, annuncia già la sua venuta.
EMANUELE SEVERINO, Giornale di Brescia, 9 settembre 2012
Nel destino umano un percorso verso l’infinito
Egregio Direttore, desidererei aggiungere qualche chiarimento all’elzeviro, apparso sul Giornale di Brescia il 4 settembre scorso, che il professor Massimo Borghesi ha dedicato al mio libretto-intervista Educare al pensiero, gentilmente propostomi da La Scuola Editrice. Provo a indicare, con un po’ di esagerazione, il senso complessivo di quanto intendo dire. Supponiamo che si voglia dare un’idea della Divina Commedia affermando che essa è una illustrazione dell’Inferno (punto), e quindi, se non proprio evitando di citare l’ultimo verso della Cantica – «E quindi uscimmo a riveder le stelle» –, mormorandolo appena.
Chiedo scusa per il paragone inverecondo, ma vorrei sfatare l’impressione complessiva che si può avere leggendo l’articolo di Borghesi – che peraltro ringrazio per l’attenzione dedicatami con perizia. Sembra cioè, dal tasto su cui egli batte soprattutto, che il mio discorso consista nel sostenere che noi tutti siamo eternamente dannati e con noi tutte le nostre convinzioni (punto). E invece, se mi è concesso sfruttare la metafora dantesca, nei miei scritti si mostra che ognuno di noi è infinitamente di più di quel che crede solitamente di essere: è lo sguardo eterno in cui eternamente appare lo splendore delle «stelle», l’eterno apparire del firmamento.
Sennonché, nella luce del firmamento che noi siamo si fa innanzi questa nostra terra, la quale, sì, corrisponde all’Inferno del poeta. Infatti, abitandola, noi ci chiudiamo in quel che per lo più crediamo di essere e non vediamo il firmamento che noi siamo (al di sopra del quale sta un Firmamento ancora più infinito). Non tento neppure di abbozzare la sia pur minima giustificazione di queste affermazioni. Per quanto riguarda la parte dei miei temi considerata dal professor Borghesi troverei invece molto più adatte queste parole di Angelus Silesius: «Uomo, smetti di esser uomo se vuoi raggiungere il Paradiso; Dio riceve solo altri Dèi». Oppure, «Uomo, se non hai dentro di te il Paradiso, non vi entrerai mai». Certo, anche queste sono metafore: ogni loro parola indica e nasconde. Ad esempio è sommamente occultante l’imperativo («smetti di esser uomo»), perché ogni uomo ha già smesso da sempre di essere quell’uomo che per lo più crediamo di essere, e già da sempre, necessariamente, ha dentro di sé il «Paradiso» che peraltro è destinato a raggiungere. Ma poi sono le parole «uomo», «Dio», «Dèi», «Paradiso» a dover deporre il loro timbro mitico-metaforico – anche perché sapere che cosa significhi «uomo» non è per nulla più facile che sapere che cosa significhi «Dio». Ancora un chiarimento. Borghesi scrive che il mio è «un sistema di pensiero che rifiuta l’idea che l’uomo possa cambiare». Detta così, questa sua affermazione altera il senso del mio discorso, e, anche qui, perché ne mostra soltanto un lato. Proprio nella prima risposta dell’intervista dico: «Invece gli eterni che costituiscono gli essenti [quindi anche gli uomini] hanno una essenziale mobilità; tanto che ho scritto da qualche parte che “solo l’eterno può divenire”. Nel senso che lo spettacolo che sta davanti, costituito dagli apparire degli eterni, è continuamente variante», «è il variare che dapprima si mantiene all’interno di ciò che chiamo “terra isolata dal destino” [cioè l’“Inferno” di cui parlavo] e poi continua al di là della terra isolata dal destino della verità [dove il “destino” è l’apparire, che noi siamo, dello splendore delle “stelle”]. Questo proseguire della variazione degli spettacoli eterni è un proseguire all’infinito in un percorso che chiamo “Gloria”. La Gloria è l’infinita adeguazione del finito all’infinito» (p. 18). Ogni uomo è destinato a compiere questo percorso.
MASSIMO BORGHESI, Giornale di Brescia, 16 settembre 2012
La filosofia contro la vita. Replica a Severino
La garbata risposta che Emanuele Severino ha dato, sul Giornale di Brescia del 9 settembre, alla mia recensione – Contro Socrate: l’educazione impossibile secondo Severino – dedicata al suo volume-intervista Educare al pensiero, apparsa il 4 settembre, mi induce ad una breve replica. Severino lamenta il fatto che nel mio articolo venga tratteggiato solo un lato del suo pensiero, quello concernente la nostra esistenza individuale contrassegnata dall’illusione e dalla volontà di potenza, una sorta di caverna platonica, e poco o nulla si dica, invece, della Gloria, del regno della Verità, della sua necessaria manifestazione, che è l’altro lato del suo pensiero. Il rilievo è solo parzialmente corretto. E non perché il denso pensare severiniano non presenti due facce, ma perché la seconda, quella della Gloria e della Gioia, interviene necessariamente sulla prima, quella segnata dall’esistenza sognante, solo per mostrarla nel suo volto illusorio, non vero. È questa delegittimazione che rende impossibile ogni vera educazione e che produce, nel filosofo, una tensione acuta tra il piano della Verità e quello dell’esperienza comune. Ne è riprova l’autobiografia che Severino ha pubblicato nel 2011 presso Rizzoli: Il mio ricordo degli eterni. Qui il dualismo severiniano tra filosofia e vita perviene al suo acme, diviene un vero e proprio sdoppiamento tra l’uomo, immerso nostalgicamente nei ricordi – la fanciullezza, il fratello morto in guerra, l’affetto grande e toccante portato alla consorte –, e il filosofo che dubita della loro verità confinandoli ad oggetti di fede, di sogno, momenti del regno della Follia. Così Severino da un lato aderisce al mondo, partecipa, come tutti, della bellezza e del dramma dell’esistere. Dall’altro incarna, con distacco, lo sguardo stoico del destino, del meta-uomo, dell’oltre-uomo che si identifica con il Tutto della necessità. L’uomo vive tra due mondi. In quanto eterno è lo sguardo superiore della Gioia in cui il destino di morte appare illusorio e tutto ciò che accade avviene perché deve accadere. È l’occhio del sole, più grande di Dio, che coglie l’eterno formicaio del mondo, il suo inutile affaccendarsi dietro alla speranza, la potenza, le gioie vane. Di fronte ad esso il filosofo, come insegnava Spinoza rovesciando san Paolo, non deve né ridere né piangere. Egli è nel mondo ma non è «del» mondo, partecipa dell’Eterno e guarda alla vita illusoria con il distacco che gli deriva dalla conoscenza superiore. Come tale non ha da educare gli uomini, non può nemmeno se, errando, lo volesse. Dal punto di vista della Verità noi, in quanto individui singoli, siamo, infatti, il prodotto necessario del grande Tutto. Non hanno senso, quindi, né la responsabilità morale, né l’educazione. Come scrive nell’autobiografia: «Non ho mai voluto far del male a nessuno. Quando mi sono accorto che del male gliene stavo facendo, credo di aver sofferto più di lui. Ma questo disgusto per il fare del male ad altri non è una scelta morale, non è una “virtù”: è uno stato “naturale”, come lo è il mio essere di sesso maschile e di statura media. Come un abete è un sempreverde, così a me ripugna far del male». L’uomo, come persona, è ciò che è, buono o cattivo per natura, secondo l’eterna misura assegnata a ciascuno dal destino. In tal modo il sistema della necessità si colora di naturalismo e di fatalismo. Severino non può educare a «vivere», né tantomeno a vivere «bene». Può solo elevarsi – non più «lui» ma il daimon che lo abita – al piano superiore del pensiero. Educare al pensiero, come recita il titolo della interessante intervista appena edita da La Scuola.
EMANUELE SEVERINO, Giornale di Brescia, 23 settembre 2012
Necessità che nelle tenebre si proceda illuminati dalla luce di Lucifero
Nel suo secondo intervento (pubblicato il 16 settembre) il prof. Massimo Borghesi dà, dei miei scritti, un’immagine certamente più adeguata di quella da lui proposta in prima battuta (4 settembre) su questo giornale. In risposta avevo aggiunto (9 settembre) qualche osservazione. Ma qualche altra è forse opportuno che ne aggiunga a proposito di questo suo nuovo articolo.
Mi sembra che egli non condivida la tesi che l’«esistenza» dell’uomo sia tenebra, sogno, non-verità, errore. Però a lui, che è cattolico, posso ricordare che all’inizio del Vangelo di Giovanni si legge: «E la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno accolta». La «luce» è innanzitutto la verità; le «tenebre» sono l’esistenza dell’uomo nel «mondo», e sono «tenebre» perché sono sogno, non-verità, errore, negazione della verità. Dicendo questo, «delegittimiamo» forse le tenebre, come Borghesi in sostanza sostiene, criticandomi? Si delegittima l’errare dicendo che è errare (con tutto ciò che l’errare implica)?
Certo, il pensiero filosofico non può accontentarsi del senso che le religioni danno alla verità e alla non-verità; ma è anche chiaro che il cristianesimo non intende render luce le tenebre, ma condurre l’uomo fuori di esse. Si tratta allora di capire perché, nei miei scritti, si afferma che ogni uomo è già da sempre nella luce, al di fuori delle tenebre, e che ognuno lo è nel modo che gli è proprio e che lo distingue da ogni altro uomo. Ogni uomo è già da sempre Oltreuomo – anche se questo suo esserlo è contrastato dalla convinzione ottenebrante in cui tutti ci troviamo per lo più a vivere.
E, ancora, si tratta di capire perché in quegli scritti si afferma che le tenebre sono essenzialmente più profonde ed estese di quelle a cui si riferisce Giovanni, e perché da quel contrasto siamo tuttavia destinati a uscire, e perché la luce lasci sotto di sé le tenebre. Borghesi dice che il mio discorso è un «dualismo». E allora? Questo suo dire è solo una descrizione, non una confutazione.
Ma la sua descrizione è ancora alterante – cioè mi fa dire cose che non ho mai detto –: soprattutto quando afferma che per me la vita dell’uomo nelle tenebre è l’«inutile affaccendarsi» di un «formicaio». Ancora una volta, vorrei chiedere al cattolico Borghesi: ma la vita degli uomini che pensano soltanto al «mondo» (alle «tenebre» di Giovanni), e non a Dio, questa vita non è appunto, secondo il cristianesimo, l’inutile affaccendarsi di un formicaio?
Tuttavia, preferisco ricordare che il sogno nel quale consistono le tenebre di cui parlano i miei scritti, non è quel vagare delle formiche che per chi non sa che cosa sia un formicaio è senza senso, un «inutile affaccendarsi». Il grande sogno si svolge anch’esso secondo la necessità del destino (come peraltro lo stesso mio critico riconosce); e con un ritmo e secondo una struttura che in molti ma molti miei libri sono andato indicando, chiamandola «storia del mortale» (ossia di colui che è l’abitatore del sogno). La follia che produce il grande sogno è la persuasione che le cose si strappino da sé e divengano altro, invadendolo, dividendolo, spezzandolo. Quindi la follia sta al fondamento di ogni volontà di far diventar altro le cose. E anche qui si tratta di capire perché è necessario che la follia si presenti dapprima nei miti, e poi nella storia della razionalità teorico-pratica dell’Occidente, e infine nella distruzione di questa razionalità e nella progressiva dominazione della tecnica. È necessità che nelle tenebre si proceda illuminati dalla luce di Lucifero. L’autentica «educazione» è il linguaggio che mostra tutto questo, e non invita a incrociare le braccia (anche il rinunciare a volere è un volere), ma mostra che cosa, in quanto abitatori delle tenebre, i popoli sono destinati a volere.
Altre volte il prof. Borghesi si è occupato dei miei scritti. Anni fa, su 30 Giorni, ebbe a scrivere che «Severino su un punto ha ragione: la tecnica è l’orizzonte assoluto del nostro tempo». Ringraziandolo, con molto ritardo, per aver salvato uno dei miei punti, osservo che non per caso la tecnica è l’orizzonte assoluto del nostro tempo, ma è per la necessità che regola lo sviluppo delle tenebre, ossia lo sviluppo della struttura qui sopra indicata. Se la si studia si può constatare che, nell’Inferno dantesco, non aveva torto il Diavolo a dire al suo interlocutore: «Tu non pensavi ch’io loico fossi».
MASSIMO BORGHESI, Giornale di Brescia, 20 ottobre 2012
La vita vera e la follia della filosofia
Nella sua replica del 23 settembre alle mie osservazioni al suo libro-intervista Educare al pensiero, Emanuele Severino critica la modalità in cui illustravo l’essenza del suo pensiero, segnato da un radicale dualismo tra filosofia e vita, pensiero e senso comune. Egli si richiama, in proposito, al dualismo giovanneo tra la luce e le tenebre quasi a confermare, attraverso l’analogia con la posizione religiosa, la sua prospettiva. In realtà, com’egli in qualche modo concede, la sua visione è assai più cupa di quella cristiana. Il mondo come terra della Follia, di cui egli parla, non è semplicemente il mondo contrassegnato dal peccato; è il mondo come peccato, come errore, illusione. Questo peccato, nell’ottica schopenhaueriana che segna il sentire severiniano, si chiama principium individuationis, individualità, persona, singolarità, volontà. La struttura originaria, che costituisce il nucleo teoretico dell’autore, è un sistema dell’Uno-Tutto che, allo stesso modo dei grandi sistemi dell’idealismo tedesco, tende ad assorbire i singoli come manifestazioni necessarie del grande Tutto. Il peccato diviene qui la divisione, la separazione, l’idea illusoria di essere un «soggetto personale», con una propria psicologia e personalità. Da questo punto di vista il pensiero di Severino rappresenta un momento dell’anti-umanesimo contemporaneo, una tappa significativa di quella critica al soggetto che accomuna l’indirizzo strutturalista, la scuola heideggeriana, quella dei «maestri del sospetto» (Marx-Nietzsche-Freud), che ha segnato il pensiero contemporaneo a partire dalla fine degli anni Sessanta.
Il punto dolente di questa prospettiva è l’accordo tra la teoria e la vita. Se la filosofia dimostra la follia dell’esistere quotidiano, la illusorietà della nostra autocoscienza e della nostra volontà, allora è inevitabile che il dualismo si risolva in monismo e lo sguardo sul mondo appaia, al filosofo che si identifica con il Destino, come uno scenario barocco, un teatro di maschere che rende impossibile l’adesione spontanea alla vita.
Nella duplicazione tra l’Io trascendentale (vero) e l’io empirico (apparente) il filosofo si osserva vivere come dal di fuori. Come scrive ne Il mio ricordo degli eterni: «Le vicende della mia vita non appartengono a me in quanto io sono l’eterno apparire del destino, ma a me in quanto appartengo al grande sogno. Come eterno apparire del destino io guardo questa appartenenza, guardo il sogno che appare a me e di cui vedo l’errare. Come ogni altra, anche questa autobiografia appartiene a quel sogno. L’io del sogno è il narrante. L’io del destino guarda il narrante e la narrazione».
Di fronte a questo sdoppiamento, come è possibile – mi chiedo e chiedo a Severino – aderire ai propri atti, al proprio «sé» individuale, sapendo che sono illusori? Come è possibile amare o soffrire quando, nella conoscenza, il velo di maya del vivere appare come follia?
Si instaura qui un conflitto profondo, insanabile, tra verità ed amore. Un conflitto tra l’uomo Severino che, al pari di Agostino nelle Confessioni, piange la morte dell’amico – come ricorda nell’autobiografia –, e il filosofo per cui la morte è mera apparenza. Il pianto di Severino è qui il grido di contraddizione che l’esistenza lancia alla teoria.
Nel buddhismo, dove la dottrina educa al distacco e all’insensibilità, ciò sarebbe impossibile. Il nuovo buddhismo pretende, al contrario, che il filosofo sia oltreumano ed umano al contempo, che si concepisca fuori dalla sua egoità e continui a vivere come un io singolo. Una sintesi davvero «oltreumana», ottenuta al prezzo dell’immolazione dell’esistenza sull’altare di una ferrea teoria della necessità.
Non credo, con tutto il rispetto, che Borghesi abbia colto fino in fondo l’obiezione di Severino, che precede il suo ultimo intervento “La vita vera e la follia della filosofia”. Intanto c’è una frase chiave di Severino che Borghesi sembra avere del tutto ignorato: “Il grande sogno si svolge anch’esso secondo la necessità del destino (come peraltro lo stesso mio critico riconosce).” Vuol dire, se non ho capito male, che il sogno sia elemento essenziale dell’incontrovertibile, che è il concetto di verità suprema che Severino chiama spesso con il termine “destino”. Dunque, la stessa obiezione di Borghesi a Severino risulta una parte di quel sogno che giace nella follia.
In ogni caso, se le obiezioni a Severino poggiano sostenendo una ipotetica contraddittorietà del filosofo, non si può certo dire che l’obiezione di Borghesi sia più veritiera. Del resto, fin quando Borghesi (e tutti i pensatori cattolici) non dimostreranno una incontrovertibilità filosofica del loro pensiero cristiano e del loro modo di intendere la Verità come, appunto, Verità suprema innegabile, il pensiero di Severino resta in ogni caso un baluardo inespugnabile.
Severino che piange la morte dell’amico, può benissimo essere un essere umano in ricerca, che sta costruendo la sua filosofia suprema, ma che non è ancora giunto ad un approdo; un approdo che, nella sua biografia, può invece essere individuato con la sua reazione alla morte della moglie. Ma viene in mente un’ulteriore incongruenza: Severino non dovrebbe commuoversi per la morte dell’amico poiché sostiene, nella sua filosofia, l’eternità di tutti gli essenti, di tutto ciò che è e appare; ma allora perché ad un cristiano è concesso piangere se crede fermamente nella resurrezione dei corpi e delle anime (sostenendo di averne una riprova storica incontrovertibile), e che queste dimoreranno nel giubilo eterno là dove è Dio?
Perché un distacco è un distacco; ed è vissuto come tale in ogni storia umana. E storia umanissima è l’avventura cristiana. Quando sto lontano dai miei figli ne soffro anche se so che stanno bene. La prossimità è un fatto, la cessazione della prossimità produce sofferenza e Cristo è venuto a trarre l’uomo a sé attraverso la condivisione soprattutto di questa sofferenza. Resta altrimenti assurda, come ha spiegato in modo sublime Don Luigi Giussani, la commozione divina di fronte al dolore della vedova di Nain. E per questo il Nuovo Testamento termina con un’implorazione che non è fredda deduzione ma DESIDERIO. Pasolini in chiusura del suo documentario sulla Terra Santa descrive il distacco che conduce a quella implorazione come un atto poetico che fa capire la portata del Cristianesimo. L’educazione nell’ambito di questo avvenimento ineludibile nella storia dell’uomo è sottratta all’inutilità grazie a questo lascito dell’Ascensione. Altrimenti il nulla, con l’avanzare degli anni, diventa evidenza schiacciante per coloro (pochi certamente) che non riescono a trascurare che il domani, ad ogni tramonto, si fa più improbabile.
No, non c’è dualità ma necessaria unità.