Riprendere il pensiero sull’uomo: intervento al Meeting di Rimini

Al Meeting di Rimini 2026 mi sono confrontato con Massimo Serretti sulla crisi dell’umanesimo contemporaneo. Il vuoto di pensiero degli ultimi decenni ha lasciato l’uomo in balia della tecnocrazia e delle nuove ideologie identitarie. Occorre ritrovare l’universalità dell’umano e un pensiero cattolico capace di unire ideale e realtà, differenza e unità. Una sfida che oggi coincide, anzitutto, con la lotta per la pace.

“Originale e creativo: riprendere il pensiero sull’uomo” è il titolo dell’incontro al quale ho partecipato il 26 agosto al Meeting di Rimini, assieme a Massimo Serretti, docente di Teologia dogmatica all’Istituto “Italo Mancini” dell’Università di Urbino. A moderare il dialogo Alessandro Banfi, giornalista e direttore della comunicazione della Fondazione Oasis.

Il punto di partenza è una constatazione drammatica: proprio nel momento in cui l’umanità dispone di una capacità tecnologica e di una potenza senza precedenti, sembra essere venuto meno un pensiero capace di rispondere alla domanda fondamentale: chi è l’uomo?

Nelle grandi crisi torna la domanda sull’uomo

Sono partito da un parallelo storico. Dopo la Prima guerra mondiale, quando l’Europa aveva sperimentato una catastrofe capace di mettere in discussione le certezze della modernità, alcuni dei maggiori pensatori europei – da Romano Guardini a Max Scheler, da Martin Buber a Martin Heidegger – tornarono a interrogarsi radicalmente sull’uomo. Qualcosa di analogo dovrebbe accadere oggi. Nel giro di pochi decenni l’Occidente è passato dall’utopia della globalizzazione pacifica alla riscoperta della guerra come possibilità concreta della politica. Le speranze degli anni Ottanta e Novanta – il mondo unificato, la “fine della storia”, la progressiva scomparsa della fame e dei conflitti – hanno lasciato il posto a una realtà segnata da guerre, contrapposizioni e nuove divisioni.

La domanda che ho posto è perciò radicale: «È cambiato l’uomo o è cambiato il mondo?». La difficoltà a rispondere rivela, a mio giudizio, un problema ancora più profondo: non disponiamo più di un pensiero adeguato per comprendere ciò che sta accadendo.

Dopo il 1989: quando l’Occidente ha creduto di non avere più bisogno del pensiero

Ho individuato un passaggio decisivo nella caduta del comunismo. Fino al 1989 l’Occidente doveva confrontarsi con un avversario che non rappresentava soltanto un sistema politico ed economico, ma una vera e propria visione del mondo. Per rispondere alla sfida comunista non erano sufficienti la superiorità economica o quella militare: occorreva proporre un’immagine dell’uomo, della libertà, della persona e dei diritti capace di apparire più convincente.

Per questo, dal dopoguerra fino alla fine degli anni Ottanta, l’Europa occidentale si era costruita attorno a quello che definisco un umanesimo cristiano-illuminista, un incontro tra la tradizione cristiana e l’eredità moderna dei diritti, della libertà e della dignità della persona. Con la caduta del comunismo, questo patrimonio ideale viene progressivamente percepito come superfluo. L’Occidente vittorioso pensa di non avere più bisogno di giustificare culturalmente se stesso. La cultura umanistica diventa quasi un lusso: filosofia, letteratura e discipline umanistiche perdono centralità anche nel sistema universitario.

Al loro posto si afferma una convinzione: a unificare il mondo non saranno più gli ideali, ma l’economia, il mercato e il benessere. È il clima culturale simboleggiato dalla tesi della “fine della storia”: la democrazia liberale e l’economia di mercato sembrano destinate a costituire l’orizzonte definitivo dell’umanità. Ma dietro l’apparente “fine delle ideologie” si impone, in realtà, una nuova ideologia.

L’uomo a una dimensione

Il nuovo modello è quello dell’uomo economico e tecnocratico: un individuo definito dall’interesse, dall’utilità, dalla competizione e dalla ricerca del benessere. La pretesa neutralità del sistema nasconde quindi una precisa antropologia. Anche il pensiero che proclama la fine del pensiero è, infatti, una forma di pensiero. Ho ripreso l’espressione di Herbert Marcuse, “l’uomo a una dimensione”, osservando come essa trovi paradossalmente una nuova attualità proprio dopo il 1989. L’uomo unidimensionale contemporaneo è l’uomo tecnico, che tende a valutare la realtà esclusivamente attraverso parametri di efficienza, utilità e prestazione.

Questo paradigma ha conseguenze anche politiche. La politica viene progressivamente declassata rispetto all’economia e la solidarietà finisce per essere considerata un residuo utopistico del passato. Il modello dominante diventa competitivo e selettivo: «L’uomo vero è l’uomo competitivo, è l’uomo darwinista». È qui, a mio avviso, una delle radici del vuoto che oggi avvertiamo con particolare intensità. Di fronte a una situazione internazionale sempre più pericolosa e a una comunicazione dominata da potenti apparati mediatici, manca un pensiero critico capace di aiutarci a capire il momento storico.

Una società senza maestri

Uno degli aspetti più evidenti della crisi è la scomparsa dei grandi maestri. Le generazioni precedenti potevano confrontarsi con filosofi, teologi, scrittori e intellettuali capaci di diventare punti di riferimento anche per chi non ne condivideva le posizioni. Oggi è molto più difficile individuare figure analoghe. E il problema riguarda anche il mondo cattolico.

Fino agli ultimi decenni del Novecento erano presenti personalità come Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac, Joseph Ratzinger e molti altri. Il pensiero cattolico aveva inoltre avuto un ruolo decisivo nella preparazione culturale del Concilio Vaticano II, grazie a teologi, filosofi, riviste e luoghi di confronto. Negli ultimi trent’anni, invece, vedo un progressivo impoverimento. Non significa che non esistano singoli studiosi di valore. Ciò che manca è un pensiero cattolico capace di offrire un criterio unitario di giudizio sul presente. È la domanda che ho posto anche nel mio nuovo libro, presentato in anteprima al Meeting: Esiste un pensiero cattolico? Unità e distinzione.

Il segno più evidente della crisi: i Papi lasciati soli sulla pace

La prova più drammatica di questa debolezza emerge davanti alla guerra. Quando Giovanni Paolo II si oppose alle guerre in Iraq, e quando Francesco assunse una posizione critica di fronte alla guerra tra Russia e Ucraina, i Papi rimasero sostanzialmente soli. Proprio questa solitudine costituisce, a mio giudizio, un indicatore della crisi del pensiero cattolico. Durante l’incontro ho posto esplicitamente la domanda: «Dove sono gli intellettuali cattolici che dovrebbero sostenere il Papa in quest’opera di ribellione, di condanna della guerra?».

Un pensiero che rimane astratto e, quando incontra la concretezza della storia, finisce per adeguarsi alle logiche dei poteri dominanti non è sufficiente. Ho richiamato a questo proposito Leone XIV e la necessità di un “sano realismo” capace di evitare due estremi: da una parte l’idealismo politico, dall’altra il cinismo. Nel discorso pronunciato al Meeting, il Papa ha parlato anche di un “realismo della misericordia”.

È precisamente questa, a mio avviso, la strada da percorrere: non un idealismo astratto che pronuncia principi generali senza misurarsi con la storia, e nemmeno un realismo cinico che considera inevitabili le logiche della forza. Il pensiero cattolico deve essere, invece, un pensiero dell’incarnazione: unire l’ideale e la realtà, facendo entrare l’ideale nella storia. Ho parlato in questo senso di un “ideal-realismo”, di un realismo posto al servizio dell’ideale.

Tecnocrazia e transumanesimo

Nel mio secondo intervento ho approfondito la crisi dell’umanesimo contemporaneo, individuando due grandi correnti culturali che, pur partendo da posizioni apparentemente opposte, finiscono per convergere.

La prima è quella tecnocratica. La tecnologia e l’intelligenza artificiale mettono oggi a disposizione dell’uomo una potenza senza precedenti. Il problema, come ho cercato di sottolineare richiamandomi a Romano Guardini e al suo saggio Il potere, non consiste semplicemente nell’aumento della potenza tecnica. Consiste nella sproporzione fra questa potenza e la capacità morale dell’uomo di governarla. Il rischio è che la tecnica, anziché rimanere uno strumento dell’uomo, finisca per dominarlo.

Le forme più radicali di questa visione emergono nel transumanesimo: l’idea di poter utilizzare la tecnologia per produrre esseri umani intellettualmente e fisicamente potenziati, fino al sogno di superare i limiti biologici, compresa la morte. In questa prospettiva l’uomo così come lo abbiamo conosciuto non rappresenta più un valore da custodire, ma quasi un “relitto storico” da oltrepassare.

L’altra crisi dell’umano: da Nietzsche alla cultura identitaria

Ma il paradigma tecnocratico non è l’unica causa della crisi. Accanto alla linea razionalistica e positivistica, ne ho individuata una seconda, che ha le proprie radici in Nietzsche e trova una delle sue espressioni più significative nella cultura francese del Sessantotto e nella filosofia di Michel Foucault. È la prospettiva della decostruzione dell’uomo.

Se per la tradizione umanistica esiste qualcosa di universalmente umano, questa corrente tende invece a negare l’esistenza di una natura umana comune e stabile. L’uomo diventa trasformazione, metamorfosi, costruzione di sé. Da qui si arriva alle forme contemporanee della cultura identitaria, nelle quali l’umanità comune rischia di dissolversi in una pluralità di gruppi separati: identità politiche, sessuali, etniche e culturali che possono diventare altrettanti compartimenti non comunicanti. Il paradosso è che tecnocrazia e tribalismo identitario sono opposti e complementari. Il primo è razionalistico e tecnico; il secondo tende verso un’impostazione irrazionalistica. Eppure entrambi concorrono allo stesso risultato: la dissoluzione dell’universale umano.

Ritrovare ciò che abbiamo in comune

È questo, a mio giudizio, il problema antropologico decisivo del nostro tempo. Se non esiste più un’umanità comune, anche il dialogo diventa impossibile. L’altro non è più qualcuno con il quale posso confrontarmi partendo da una comune appartenenza all’umano, ma il rappresentante di una realtà estranea o potenzialmente nemica. La crisi antropologica finisce così per alimentare il manicheismo politico e culturale contemporaneo, la contrapposizione permanente tra amico e nemico e, infine, la guerra. Per questo la ricostruzione di un pensiero sull’uomo non è un esercizio accademico. È una questione politica e storica urgente.

Il contributo del pensiero cattolico consiste nel riaffermare che l’uomo è uno, pur nella pluralità delle culture e delle appartenenze. Esiste una domanda di senso comune agli uomini che permette di riconoscersi reciprocamente anche attraverso differenze radicali e perfino quando l’altro viene percepito come nemico. La formula che propongo è quella dell’“unità e distinzione”: l’unità non cancella le differenze e le differenze non devono trasformarsi in contraddizioni insanabili.

Un pensiero della pace

Da qui emerge uno dei punti che considero centrali: un autentico pensiero cattolico sull’uomo è necessariamente un pensiero della pace. Ho richiamato l’immagine di von Balthasar della “verità sinfonica” e quella del “poliedro” cara a papa Francesco: l’unità autentica non è uniformità. Tiene insieme differenze che rimangono tali, senza trasformarle in inimicizia. È necessario, perciò, uscire dalle contrapposizioni ideologiche consolidate negli ultimi quarant’anni e «ridisegnare, al di là della destra e della sinistra, i lineamenti di un’umanità condivisa».

In questa prospettiva vedo una continuità tra Fratelli tutti di Francesco e Magnifica humanitas di Leone XIV: entrambe restituiscono centralità alla persona e cercano di recuperare una concezione dell’uomo capace di riconoscere le differenze e, nello stesso tempo, di ricomporle nell’unità. Abbiamo bisogno di un “pensiero polare e analogico”, capace di impedire che le opposizioni degenerino in contraddizioni assolute. Riprendere il pensiero sull’uomo significa allora assumere una responsabilità storica precisa: lavorare per la pace in un mondo che rischia di abituarsi nuovamente alla logica della guerra.

Serretti: dall’uomo alla persona

L’intervento di Massimo Serretti ha sviluppato il tema da una prospettiva antropologica e teologica complementare. Il suo punto di partenza è la convinzione che il cristianesimo sia intrinsecamente legato alla questione dell’uomo: dopo che il Figlio di Dio si è fatto uomo, non è possibile esagerare la dignità e la grandezza dell’essere umano.

Attraverso Dostoevskij, Tommaso d’Aquino, Karol Wojtyła e Luigi Giussani, Serretti ha insistito sulla dimensione personale del pensiero. Non esiste un pensiero astratto e impersonale: a pensare è sempre un “io”, una persona concreta. La celebre affermazione del giovane Dostoevskij – «L’uomo è un mistero, bisogna risolverlo» – diventa così emblematica. Occuparsi del mistero dell’uomo significa, per lo scrittore russo, voler diventare pienamente uomini.

Ma la ricerca di sé non conduce all’individualismo. Al contrario, quanto più l’uomo scende in profondità nella propria esperienza, tanto più incontra ciò che lo accomuna agli altri. Serretti ha ripreso in questo senso Giussani: l’impegno serio con la propria esperienza umana conduce a riconoscere una «comunità senza confini e senza selezioni» con tutti gli uomini. Nell’ultima parte del suo intervento Serretti è tornato sul titolo dell’incontro, “Originale e creativo”. Questi due aggettivi, ha osservato, richiedono un sostantivo: la persona. L’originalità dell’essere umano non consiste nella somma delle sue qualità o capacità. È più radicale: ciascun uomo è irriducibile perché è persona. Ed è proprio questa unicità personale a fondare una dignità che nessun potere può cancellare.

La domanda sull’uomo diventa domanda sul nostro tempo

Nel dialogo con Serretti sono emersi così due percorsi convergenti. Serretti è risalito al fondamento della dignità personale; io ho cercato di mostrare le conseguenze storiche e politiche della perdita di un’immagine universale dell’uomo. La questione antropologica non rimane quindi confinata alla filosofia o alla teologia. Investe direttamente il modo in cui interpretiamo la tecnologia, la politica, la cultura, la guerra e la pace. La provocazione dell’incontro può essere condensata nella domanda iniziale: siamo ancora capaci di pensare l’uomo?

La risposta non può consistere nel recupero nostalgico di formule del passato. Occorre far rinascere un pensiero critico capace di misurarsi con la storia presente, di sottrarsi tanto alla tecnocrazia quanto alle ideologie che frammentano l’umano, di restituire ai cattolici una capacità autonoma di giudizio. Riprendere il pensiero sull’uomo significa allora tornare a riconoscere ciò che permette agli esseri umani di incontrarsi prima e oltre ogni appartenenza. Significa difendere l’unità senza cancellare le differenze. E significa, nel momento storico attuale, impedire che la distinzione tra uomini, popoli e culture venga trasformata nella contraddizione tra amici e nemici.

Per questo ho concluso il mio intervento legando direttamente la questione antropologica a quella della pace: «Un pensiero sull’uomo è oggi rispondere ad un grande compito storico: lottare per la pace», di fronte al rischio di un mondo che procede verso «l’abisso senza ritorno di una terza guerra mondiale».

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