In questo articolo, pubblicato su IlSussidiario.net il 21 settembre 2026, torno sul tema della guerra e sulla sua pretesa “necessità”. A partire da un editoriale di Ernesto Galli della Loggia, discuto l’idea che il male possa diventare uno strumento necessario della storia e che la guerra possa essere giustificata in nome della democrazia e della libertà.
IlSussidiario.net, lunedì 21 settembre, GUERRA COME MALE “NECESSARIO” | L’inganno di Galli della Loggia nel quale i cattolici non devono cadere (Massimo Borghesi)
Galli della Loggia difende ancora oggi l’idea della guerra come male necessario. Per questo ha attaccato Virginia Libero (Pd), colpevole di volere la pace
Nel suo Editoriale sul Corriere della Sera del 19 settembre, La pace è una cosa seria, Ernesto Galli della Loggia critica, con durezza, le parole di Virginia Libero, segretaria dei giovani del Pd, sulla guerra.
“La sinistra italiana scherza col fuoco. Essa rischia per la seconda volta nella sua storia di dare un contributo decisivo a consegnare il Paese ad un marasma irto di pericoli decretando, insieme, il proprio suicidio politico. E lo fa di nuovo a proposito della questione cruciale della guerra: come già fu nel 1919-20, quando la sua azione contribuì a produrre la nascita e la vittoria del fascismo. Mi chiedo se di tutto questo abbia una pur pallida consapevolezza Virginia Libero, la ventottenne segretaria nazionale dei giovani del Partito democratico, fedelissima della Schlein, la quale l’altro giorno, in un comizio dai toni incendiari tenuto alla Festa dell’Unità a Reggio Emilia, rivolgendosi evidentemente alla maggioranza di governo ha detto: ‘Non saremo i soldati delle vostre guerre (…) alle guerre andateci voi perché noi organizzeremo i disertori. Per noi patria significa ripudiare la guerra (…) non saremo spettatori e arriveremo senza chiedere permesso’”.
Per Galli della Loggia le parole di Virginia Libero sono “parole intrise di un’aggressività roboante e di maniera, dettate solo da una sfrenata quanto infantile vis polemica, e specie per quanto riguarda la promessa di diserzione, gonfie di una retorica insurrezionalistica semplicemente grottesca”. Esse sono sintomo “di un orientamento politico che negli ultimi anni ha conquistato parti significative della gioventù italiana. Di quella gravitante non solo nel mondo della sinistra diciamo così tradizionale. Sappiamo dai giornali, ad esempio, che Virginia Libero, oggi anche convinta militante pro Pal, è stata pure una ‘scout’, cioè appartenente a un movimento giovanile proprio del mondo cattolico”.
Questa possibile convergenza, tra mondo cattolico e sinistra, sull’opposizione alla guerra, sul possibile coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni della Nato, costituisce per Galli il vero pericolo che deve essere scongiurato.
Non da ora. Dopo il fallimento del tentativo di dar vita, dopo l’11 settembre 2001, ad una convergenza tra liberali e cattolici, all’insegna di una visione occidentalista, atlantista e guerriera, consacrata dalla Fondazione Magna Carta guidata da Marcello Pera, Galli ha sempre visto l’incontro tra cattolici e sinistra come l’avversario da superare. Per questo ora è preoccupato per le parole di Virginia Libero. Perché queste trovano un’eco profonda in tanta parte del mondo giovanile, che non comprende i motivi di una guerra che va avanti da quattro anni, che ha dissanguato l’Ucraina, che rischia, passo dopo passo, di trascinare in guerra la stessa Europa la quale si dimostra incapace di soluzioni diplomatiche guidate dal realismo richiesto.
Questo rischio, con la terza guerra mondiale alle porte, non spaventa Galli. Per lo storico, opinionista del Corriere della Sera, occorre essere “realisti” e i giovani come la Libero non sono realisti. Sono idealisti, moralisti, utopisti. Sognano mondi pacificati e non sanno che la libertà e la democrazia richiedono sangue, uccisioni, cadaveri. Il male non può essere espunto dalla storia e il bene si serve di esso per potersi realizzare.
Galli è un hegeliano, un pensatore che si ispira alla destra hegeliana, quella liberal-statalista, che vede nella guerra uno strumento “necessario” per conservare l’identità e la potenza degli Stati. Il suo modo di ragionare dilaga oggi ben al di là di lui. Lo ritroviamo in gran parte degli opinionisti, giornalisti, politici, tutti preoccupati di giustificare la guerra tra Russia e Ucraina, in molti casi anche quella di Israele contro Gaza, e questo fino a che il nemico sia definitivamente sconfitto.
Una giustificazione che ritrova i toni di una cultura di destra che, ingenuamente, la retorica democratica pensava di avere esorcizzato. Una cultura, fondata sulla dialettica amico-nemico, che ora viene legittimata, come ai tempi della guerra contro l’Iraq del 2003, a partire dalla difesa della democrazia occidentale.
Come ha scritto la direttrice dell’Istituto Affari Internazionali Natalie Tocci, su The Economist del 16 luglio, “una forza europea di rassicurazione farebbe poco per l’Ucraina. Ma schierarla ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. Educare alla guerra è il metodo per consolidare lo spirito “democratico” cuore dell’Europa.
In tal modo la democrazia, associata dopo la Seconda guerra mondiale allo spirito della pace e del progresso, diventa la via per legittimare la guerra. L’Europa da luogo di mediazione nello scontro tra le nazioni viene fagocitata dalla Nato e diventa parte del conflitto. Muore l’Europa politica e sopravanza quella militare.
Questa associazione tra la democrazia e la guerra, che va contro l’articolo 11 della nostra Costituzione, è, da sempre, un punto chiave del pensiero di Galli. Lo richiamavamo nella conclusione del nostro volume Il male necessario. L’etica del superuomo nel manicheismo romantico (Orthotes 2024). In essa citavamo un articolo di Galli sul Corriere del 5 novembre 2023, La storia figlia delle guerre (che si vuole dimenticare), nel quale scriveva:
“E così oggi ben pochi si ricordano della nostra storia, tanto meno di un punto cruciale di essa: cioè del rapporto stretto che questa storia ha fondato tra le armi e la democrazia, tra la guerra e la nascita stessa dei regimi democratici nel nostro continente. La Prima guerra mondiale, ad esempio, fu senz’altro un”inutile strage’ nonché l’origine di molti degli sconvolgimenti che portarono vent’anni dopo alla seconda: tuttavia essa fu pure all’origine in Europa del crollo di tre imperi reazionari e della nascita di un buon numero di nuovi stati, dall’Estonia alla Cecoslovacchia, dalla Polonia all’Ungheria. Stati nazionali e indipendenti: due caratteristiche decisive perché vi potesse poi stabilirsi un regime democratico. Ma se nell’Europa attuale un regime del genere è la regola, se nel nostro continente le culture politiche della destra e della sinistra antidemocratiche sono state di fatto spazzate via, il merito (possiamo usare questa parola?) è difficile non riconoscerlo all’esito sia del terribile conflitto che imperversò dal 1939 al 1945 e sia di quella sorta di sua lunga prosecuzione non combattuta che fu la ‘guerra fredda’: due fatti che insieme sancirono la definitiva vittoria (nel secondo caso sull’Unione Sovietica) degli Stati Uniti. Fino a prova contraria è solo da un tale nodo di eventi dominato per intero dalla dimensione bellico-militare che è nata la democrazia europea che conosciamo da decenni. Ancora una volta, come voleva la saggezza greca, polemos, la guerra, si è dimostrata ‘l’origine di tutte le cose’”.
Galli giustificava le due guerre mondiali a partire dal fatto che esse avrebbero permesso l’instaurarsi dei regimi “democratici”. Siamo, ancora una volta, dalle parti di Hegel e della sua dialettica. Sensibile solo alle “magnifiche sorti della storia”, l’autore soffre di una strana amnesia. Non ricorda che i modelli totalitari che hanno infestato la prima metà del ‘900 rappresentano, ben più delle democrazie, il tragico esito della Prima guerra mondiale: il fascismo italiano, innanzitutto, seguito ed imitato poi dal suo clone tedesco, il nazionalsocialismo di Adolf Hitler.
Non ricorda poi che è stato grazie alla sua vittoria contro la Germania, insieme con gli alleati occidentali, che il comunismo russo di Stalin ha potuto stendere la sua ombra su tutta l’Europa dell’Est. Ad Ovest la guerra vinta ha permesso, grazie all’intervento americano, l’instaurazione della democrazia liberale, ad Est la stessa guerra ha portato ad una dittatura oppressiva e liberticida. La guerra non partorisce, di per sé, il bene. Non è il negativo che genera necessariamente il positivo. Al contrario, da discepolo ideale di Hegel, Galli della Loggia può permettersi di capovolgere il pessimismo in ottimismo: la guerra genera progresso.
“Già questo solo fatto dovrebbe forse indurre a qualche riflessione (malinconica quanto si vuole ma realistica) tutti coloro i quali pensano che la guerra costituisca intrinsecamente un male. Certo che lo è. Ma a volte non c’è che la guerra capace di evitare un male ancora maggiore. A volte evitare la perdita della libertà, sottrarsi a una vita in schiavitù, alla prospettiva di veder sterminati il proprio popolo e la propria cultura, è possibile solo affrontando il pericolo di morire e il rischio di uccidere. Di uccidere anche civili innocenti, anche donne, vecchi e bambini, di uccidere per uccidere. Cioè di commettere quelli che attualmente almeno tre o quattro trattati e convenzioni internazionali definiscono crimini di guerra. Come quelli che stando ai criteri odierni indubbiamente commisero i vincitori della Seconda guerra mondiale, gli Alleati, senza la cui vittoria, non ci sarebbe oggi la democrazia in Europa. Alla guida di una Gran Bretagna rimasta sola contro il Terzo Reich padrone dell’Europa, Churchill all’inizio del 1941 si convinse che la sola risposta possibile fosse ‘an absolutely devastating exterminating attack’ sulla Germania da parte dei bombardieri pesanti inglesi. Il programma fu portato a termine. In 400 mila incursioni la Royal Air Force sganciò sul territorio nemico un milione di tonnellate di bombe. Molte città tedesche vennero interamente rase al suolo vedendo morire in una sola notte un terzo dei propri abitanti. In totale persero la vita 600 mila civili tedeschi e alla fine della guerra si contavano qualcosa come 7 milioni e mezzo di senzatetto. In pratica – come si legge in un libro da cui sono tratti tutti questi dati, Storia naturale della distruzione di W.G. Sebald, Adelphi edizioni – in Germania ‘l’esistenza urbana venne pressoché cancellata’. In uno scenario raccapricciante che queste pagine ci restituiscono nei particolari di tecniche di bombardamento, ad esempio con ordigni al fosforo, appositamente mirate a uccidere quante più persone possibile. Nell”operazione Gomorra’ su Amburgo, una sorta di vento di fuoco si riversò per le strade ad oltre centocinquanta chilometri all’ora, l’asfalto delle strade si liquefece, corpi orrendamente dilaniati si ridussero a un terzo della loro grandezza naturale. Non pochi dei sopravvissuti caddero in uno stato di demenza. Fu un tipo di guerra inumana. Il cui carattere suscitò dubbi e opposizioni morali che echeggiarono perfino nella Camera dei Lord e negli stessi ranghi delle forze armate. Non è un caso se neppure uno dei membri degli equipaggi dei bombardieri inglesi – le cui perdite in azione raggiunsero la percentuale spaventosa del 60 per cento – neppure uno, dicevo, ricevette una qualunque ricompensa al valore. Segno della consapevolezza che quanto era accaduto meritava solo l’oblio”.
Meritava l’oblio ma anche (segretamente) la gratitudine. Per l’autore “è questa guerra, anche questo tipo di guerra che è all’origine della democrazia in Europa: bisogna saperlo e non dimenticarlo”.
Quello che l’autore dimentica di dirci è che in realtà i massacri di Dresda ed Amburgo, così come quelli orribili di Hiroshima e Nagasaki, potevano essere evitati. Si poteva fare altrimenti ma si è scelto di compierli per terrorizzare e fiaccare la popolazione, per vendetta, e, nel caso della bomba atomica, anche per lanciare un messaggio alla Russia su chi doveva dominare dopo il conflitto.
Scelte che potevano essere evitate. Il conflitto sarebbe stato meno orribile, non avrebbe pregiudicato la vittoria finale e la democrazia si sarebbe imposta attraverso soluzioni meno barbare.
È vero, come scrive Galli della Loggia, che “il bene è costretto a servirsi dei mezzi più discutibili” e, tuttavia, ci sono mezzi e mezzi. Per arrivare ad una soluzione non necessariamente occorre passare attraverso le vie peggiori, più disumane. Spesso non è nemmeno conveniente, politicamente parlando.
L’Occidente “democratico” si è reso responsabile di gravi decisioni nel secondo dopoguerra. Per salvare il proprio modello dalla minaccia comunista ha imposto, nel corso degli anni 70, regimi dittatoriali in larga parte dell’America Latina. Così come, in un rovesciamento di prospettive, si è reso responsabile, dopo l’11 settembre 2001, di una catena fallimentare di guerre (Afghanistan, Iraq, Siria, Libia) con lo scopo di “esportare” la democrazia nei Paesi islamici. Guerre che hanno provocato migliaia di morti e destabilizzato popoli e Stati.
Il fine, in questo caso dato (apparentemente) dalla democrazia, non giustifica i mezzi. Non giustifica neanche la reazione spropositata e abnorme di Israele contro Gaza, nemmeno se lo Stato d’Israele governato da Netanyahu fosse “democratico” – e, di fatto, non lo è più. Il male non è giustificato da ciò che riteniamo migliore e più giusto.
Questo i giovani, idealisti, moralisti, utopisti, denigrati da Galli, lo sanno. Virginia Libero, diversamente dalla gran parte della classe politica che governa il continente, ha dato voce a questo sentire. Ha avuto il coraggio, pur ribadendo il leale appoggio all’Ucraina, di gridare la volontà di pace che anima non solo i giovani ma anche la gran parte del popolo italiano.
L’Italia non vuol essere portata in guerra. Essa deve contribuire a smuovere il quadro europeo, a indicare soluzioni realistiche di pace. I giovani, da parte loro, possono dare un importante contributo nel muovere le coscienze e nel suscitare un movimento di opinione capace di scuotere l’immobilismo dei palazzi del potere.