“Il cristiano e l’anima carnale”. La recensione di Ardian Ndreca

Pubblico con piacere la recensione che Ardian Ndreca (nella foto), professore di Storia della Filosofia moderna alla Pontificia Università Urbaniana, ha dedicato al volume da me curato Il cristiano e l’anima carnale. L’attualità “inattuale” di Charles Péguy. Una lettura attenta che mette bene in luce la sorprendente attualità di Péguy e il cuore della sua critica alla modernità e al clericalismo.

Ndreca è professore straordinario di Storia della Filosofia moderna alla Pontificia Università Urbaniana, dove ha ricoperto anche la carica di direttore dell’Istituto di Ricerca della non Credenza e delle Culture (I.S.A.). Tra le opere pubblicate: “Mediazione o paradosso? Kierkegaard contra Hegel”, Bonomi 2000; “La soggettività in Kierkegaard”, UUP 2005; “Lessico di filosofia della storia”, UUP 2012; “Filosofia dello spazio urbano”, EMP 2020; per la UUP ha inoltre curato “L’Albania nell’Archivio di Propaganda Fide” (2017), e “Insigni Maestri” (con M. Geraci, 2020). Dirige la rivista “Shêjzat – Le Pleiadi”.

MASSIMO BORGHESI
a cura di
Il cristiano e l’anima carnale.
L’attualità “inattuale” di Charles Péguy

Studium, Roma 2024

È stato detto più volte che Charles Péguy rimane un autore molto ricordato ma poco letto. Di questo testimonia anche il fatto che, dei venti volumi dell’edizione storica delle opere complete curata da Gallimard, in italiano sia arrivato ancora poco. In Italia, dopo essere stato ricordato a suo tempo da Croce, Papini, Soffici, Cardarelli e altri, sulla sua opera è caduto l’oblio della critica letteraria. In compenso però gli è stata riconosciuta la dimensione filosofico-religiosa di un profeta moderno del cristianesimo che destabilizza sì, ma dà anche una forte speranza.

A risvegliare l’interesse per la sua opera arriva questo volume curato da Massimo Borghesi, dove sono stati raccolti perlopiù scritti già editi nel 2023 dalla rivista “Studium” in occasione dei 150 anni della nascita di Péguy. Li ritroviamo ordinati in cinque sezioni (La vita e i suoi luoghi, Lo stile e l’opera, Un cristiano sulla soglia, Testi e infine Giaime Rodano lettore di Péguy), arricchite con altri testi e contributi.

Péguy è stato un autore molto particolare: usato dai collaborazionisti di Vichy, rivendicato allo stesso tempo anche dalla sinistra antifascista e progressista, criticato dagli ambienti clericali e persino da autori un po’ fuori dal coro come Julien Benda e Paul Valéry. La sua opera suscita oggi meraviglia e commozione, sullo sfondo c’è un ragionamento profondo e dialettico che tocca la vita e la storia umana nella sua nuda realtà. Come ha osservato Antonio Debenedetti, di Péguy si può dire che “dal sepolcro suscita consenso incondizionato o rabbioso rifiuto”.

Egli ha vissuto intensamente il suo tempo fino alla morte, e una parte considerevole dei suoi scritti porta il marchio di quel tempo. Culturalmente Péguy appartiene al tessuto repubblicano francese, nato e cresciuto in un’epoca quando il cattolicesimo era più di una religione, era anche una cultura popolare.

Come pochi convertiti Péguy non ha rinnegato il passato ma lo ha interpretato alla luce della verità superiore che gli si è aperta davanti. Si è convertito perché è andato avanti, molto avanti, oltrepassando il suo socialismo utopistico, che come afferma egli stesso, era più vicino a san Francesco che non a Karl Marx.

Si tratta di un pensatore che ha aggiunto al suo tumultuoso vivere il sale del Vangelo. Apparentemente non è cambiato nulla, la sua vita è rimasta uguale, in seno a una famiglia dove viveva come un cristiano in partibus infidelium, come ha rilevato von Balthasar.

In questo volume si trovano scritti di Godfried Danneels, Gianni Valente, Giuseppe Frangi, Giorgio Bachelet, Mimmi Cassola, Pigi Colognesi, Massimo Borghesi e altri autori che trattano aspetti importanti dell’opera e della vita di Péguy. Nell’insieme si tende a definire alcuni dei punti chiave di un pensiero che sfugge alla categorizzazione astratta.

Il cardinal Danneels nelle sue riflessioni sottolinea l’attualità di Péguy e analizza i motivi per cui egli accusava il clericalismo come responsabile numero uno della scristianizzazione del mondo. Tuttavia, il porporato belga considera il filosofo francese come un verticalista che ha generalizzato la sua esperienza personale e ha spinto verso la comprensione del cristianesimo secondo le ragioni del cuore.

Gianni Valente invece esplora quella dimensione utopista del socialismo di Péguy che non si traduce in un sistema che corrompe il sogno rivoluzionario, ma rimane sul livello di una vita impegnata profondamente contro le ingiustizie sociali. Tanti di questi punti salienti del suo precedente impegno li ritroviamo dopo il settembre del 1908, periodo della ritrovata fede cattolica, nella ricerca di un cristianesimo più puro e autentico. L’errore, secondo Péguy, consiste nel fatto che al cristianesimo è stato tolto il “mistero e l’operazione della grazia”, perché i chierici e gli intellettuali non tollerano la speranza fragile ma vogliono tradurre il cristianesimo in sistema.

Rileva Péguy in Note conjointe sur M. Descartes et la philosophie cartésienne: “Poiché non hanno la forza (e la grazia) di essere della natura, credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio del tempo, credono di essere entrati nella sfera d’influenza dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di un partito dell’uomo, credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo, credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio” (Cartesio e la filosofia cartesiana, Edizioni Studium, Roma 2014, 125).

È illuminante per molti aspetti anche la prefazione che Giorgio Bachelet scrisse per la prima traduzione italiana de La nostra giovinezza. In quelle righe Bachelet precisa circa l’ispirazione pascaliana di Péguy, in quanto il famoso testo si occupa della grandezza e miseria dell’uomo. Due aspetti importanti sono legati al suo atteggiamento verso l’affare Dreyfus: il rispetto per la tradizione repubblicana francese e il conflitto fra coscienza e ragion di stato nel mondo moderno.

Péguy, da moderno, è avverso alla modernità. Egli crede che i due popoli che hanno trionfato nella storia siano i Greci nell’antichità e i francesi nella modernità, tuttavia, dal 1904 egli inizia a vedere il mondo moderno come l’ultimo dei mondi, un mondo che svilisce la natura umana e sostituisce Dio con lo Stato moderno. La contrapposizione si sposta anche all’interno della Chiesa dove si affrontano i sostenitori della grazia con quelli della morale. Afferma infatti: “Quella che viene chiamata morale è uno strato che rende l’uomo impermeabile alla grazia. […] La morale riveste l’uomo contro la grazia”.

Il saggio di Mimmi Cassola, apparso per la prima volta nel 1981, ripercorre gli sviluppi della poesia mistica di Péguy, partendo da Il mistero della carità di Giovanna d’Arco al Misteri dei Santi Innocenti, Quartine, Eva, L’Arazzo di Santa Genoveffa. L’autrice del saggio, nonché traduttrice di Péguy in lingua italiana, rileva la presenza della dimensione contemplativa e mistica che l’estro del Nostro fa zampillare da una ispirazione profondamente evangelica. Sembra paradossale che un’anima così fragile e sensibile sia stata capace non solo di amare profondamente ma anche di odiare e di usare toni veementi, concependo la vita come una lotta che ha come suo scopo il rifiuto del male abitudinario. Anche Pigi Colognesi sottolinea il carattere caustico e graffiante di alcuni scritti di Péguy, il che ci fa comprendere il giudizio negativo sulla sua “poesia opacizzata” (Daniele Piccini) da parte di critici come Leo Spitzer o Ernst Robert Curtius.

Péguy non esita a usare un linguaggio forte, ripetitivo, talvolta scarno, perché è preoccupato di scuotere dal torpore chi fa del Vangelo una questione di politica e allo stesso tempo è impegnato a presentare la Grazia come un evento rivolto contro l’abitudine che caratterizza la modernità.

Il suo linguaggio anaforico, rude, difficile e diretto, ci porta a pensare che la sua opera si apprezza meglio se la si legge ad alta voce, proprio come Kierkegaard chiedeva al suo lettore: “Leggendo ad alta voce, tu avrai l’impressione più forte, quella di aver a che fare unicamente con te stesso, non con me che sono senz’autorità” (Opere, Sansoni, Firenze 1988, 901).

Il carattere relazionale dei “dialoghi” di Péguy emerge anche nella loro forma di monologo, perché il lettore è sempre presente nella scrittura. Egli scrive spinto dalla carità verso il lettore e questo tipo di scrittura richiede preparazione spirituale e non un semplice acume intellettuale.

Il denso saggio di Massimo Borghesi procede con un’analisi meticolosa dei testi attraverso tutte le stazioni della critica che Péguy fa alle aspettative salvifiche della modernità, che si confrontano nella breve vita del pensatore francese, in un connubio innaturale con il rigorismo specioso dei chierici, chiusi alla grazia e protesi al proceduralismo. Péguy ha descritto la sua vita come un percorso tra “due bande di curati”, quella di chi respinge la fede e quella che respinge la mistica.

Borghesi vede in Péguy un anticlericale simile a Dante Alighieri, un pensatore ispirato all’opera di Bergson, Blondel, Ravaisson, Lachelier, e impegnato a schiarirsi lo sfondo originario mistico del cristianesimo attraverso la rivalutazione della libertà, della grazia e della persona umana.

Il dialogo critico con Kant, Marx, Sorel, Benda accompagna la crescita interiore di Péguy, sempre più risoluto nei confronti della gnosi materialistica e spiritualistica dei laicisti e dei clericali. Ciò che lo colpisce fortemente è il fatto che per la prima volta la nostra epoca vive bene scristianizzata, cioè, senza Cristo. A questo stadio si è arrivati attraverso il rifiuto dell’incarnazione e della grazia. Il laicismo rinnega l’eternità, mentre il clericalismo rifiuta la temporalità.

Rimane in piedi a testimoniare “il padre di famiglia”, che nella narrazione di Péguy assomiglia sempre di più al cavaliere della fede di Kierkegaard, all’uomo semplice che passa inosservato per strada, senza segni distintivi, ma incarna l’ideale della fede di Abramo.

Annota amaramente Péguy: “Tutto è contro il capo famiglia, contro il padre di famiglia; e di conseguenza contro la famiglia stessa, contro la vita di famiglia. […] Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le membra. […] Tutti hanno vantaggio su di lui e lui non ha vantaggio su nessuno. Si muove continuamente con i suoi ostaggi […] Lui solo paga per tutti. Capo e padre di ostaggi, anche lui stesso è sempre ostaggio” (Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, Piemme, Casale Monferrato 1994, pp. 104-105).

Questa è soprattutto la sua storia controcorrente, con accanto una moglie che osteggia la sua fede, e gli amici chierici che lo consigliano di abbandonarla, poi c’è Blanche Raphael, la giovane di cui si è invaghito, ma soprattutto è presente la speranza nell’eterno che è entrato nel tempo.

La storia ha cambiato corso da quando Gesù si è presentato in carne (encharnement) e “lo spirituale è stato fatto, è divenuto carnale” e da allora l’eterno non manca a nessuno degli incontri della natura umana, morte compresa.

Questo poeta di Dio (von Balthasar) ha saputo presentare senza ridurre a sistema una sua teologia della speranza, perché come annota nel Portico del mistero della seconda virtù: “La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna essere felice, bisogna aver ottenuto, aver ricevuto una grande grazia”.

Questo volume testimonia una sensibilità particolare nei confronti di un teo-poeta che ha comunicato attraverso il linguaggio forte e delicato della fede il suo incontro con Gesù.

Péguy è un cristiano che ha avuto un “rapporto esasperato con la fede” (Antonio Debenedetti), l’itinerario della cui scoperta è tracciato in tutta la sua produzione letteraria in modo irruento e passionale.

Ci guidano nella lettura delle sue opere le pagine di Daniel-Rops, Charles Moeller, Hans Urs von Balthasar, Alain Finkielkraut, Angelo Prontera, ma ciò che ci permette di comprendere meglio l’anima di Péguy e il suo breve e intenso pellegrinaggio terreno è il Verbo incarnato che lo ha guidato fino alla fine, nella più sconfinata tristezza di chi non poteva unirsi a quella azione di grazia.

Henri de Lubac ha scritto: “Noi balbettiamo come possiamo. Le nostre formule sono insufficienti. Son necessarie per mettere al sicuro il tesoro della nostra fede, però la loro lettura ci conturba. Ma i Vostri veri adoratori, o Gesù, l’avete detto Voi stesso, non sono coloro che pongono la loro fiducia in parole zoppicanti, ma coloro che comprendono il Vostro Gesto e che, sostenuti da Voi, perché costa loro più che il sangue, si sforzano di riprodurlo” (Alla ricerca di un uomo nuovo, Borla, Roma 1964, p. 122).

Anche se non sempre le ragioni per essere ottimisti sono visibili, Péguy spera contra spem. Egli crede che anche l’Europa dovrà ricominciare in modo totalmente diverso dopo la guerra che è appena scoppiata, così come il cristianesimo nei secoli ha avuto la forza e il coraggio di ricominciare con i monaci, i santi, i martiri, perché: “Bisognava sempre ricominciare” – poiché l’eterno si affretta a travolgere nel tempo l’uomo.

E così Charles Péguy, quarantunenne, il primo giorno della battaglia della Marna, andava incontro a una pallottola tedesca, libero come un bambino eterno e convinto che “solo lo stupore conta”.

Ardian Ndreca

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