L’intelligenza artificiale e la sfida di custodire l’umano

Il 27 ottobre 2026 ho partecipato al Centro San Domenico di Bologna all’incontro “L’Enciclica e l’Anticristo. Il neoumanesimo nell’enciclica di Papa Leone XIV in antitesi al transumanesimo”, nell’ambito della rassegna “I Martedì di San Domenico”. L’incontro è stato introdotto dal suo presidente, Carlo Alberto Nucci. Insieme a me sono intervenuti l’economista Stefano Zamagni e il domenicano fra Marco Rainini, storico del cristianesimo.

È stata un’occasione per riflettere su una delle grandi questioni del nostro tempo: quale futuro attende la persona umana di fronte allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle ideologie che immaginano il superamento dei suoi limiti, fino alla stessa possibilità di sostituire l’uomo?

Nel mio intervento ho cercato di mostrare come la sfida posta dall’intelligenza artificiale non possa essere compresa senza considerare la profonda crisi antropologica che attraversa la cultura occidentale da oltre mezzo secolo. Una crisi alla quale l’enciclica di Leone XIV intende rispondere rilanciando la centralità della persona, della sua dignità e della sua libertà.

Dalla crisi dell’umanesimo alla rivoluzione tecnologica

Sono partito dal sottotitolo dell’enciclica, “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, richiamando il Manifesto al servizio del personalismo di Emmanuel Mounier, pubblicato nel 1936. Allora la persona era minacciata dai totalitarismi nazifascista e comunista. Oggi le minacce assumono forme diverse, ma non meno inquietanti: la potenza della tecnologia e il ritorno della guerra come strumento ordinario della politica.

Il secondo dopoguerra aveva conosciuto una grande stagione umanistica, fondata sull’incontro tra personalismo cristiano e illuminismo moderno. La Costituzione italiana, la Dichiarazione universale dei diritti umani e le grandi istituzioni internazionali esprimevano il riconoscimento del valore universale della persona. Quel patrimonio è entrato progressivamente in crisi a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Ho individuato due fattori principali di questa trasformazione. Da una parte, l’antiumanesimo del pensiero francese del Sessantotto, influenzato da Nietzsche, che ha messo in discussione la centralità del soggetto umano. Dall’altra, l’affermazione, dagli anni Ottanta, di un capitalismo finanziario e tecnocratico nel quale la persona tende a diventare un semplice ingranaggio del sistema economico.

La convergenza tra nichilismo e tecnocrazia ha prodotto un vuoto antropologico ed etico. È proprio in questo vuoto che irrompe oggi l’intelligenza artificiale. Il problema, dunque, non risiede nella tecnologia in quanto tale, che può offrire straordinarie opportunità, ma nella debolezza di un soggetto umano sempre meno capace di orientarla e governarla.

La progressiva sostituzione delle relazioni personali e dei corpi intermedi con l’intermediazione digitale ha inoltre favorito quella rivoluzione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva già intuito negli anni Settanta. Il rischio è la formazione di individui privi di autonomia critica, facilmente manipolabili dai modelli di successo, consumo e competizione imposti dal mercato e dalle piattaforme digitali.

Romano Guardini e il potere che l’uomo non sa governare

Un riferimento centrale della mia riflessione è stato Romano Guardini, autore particolarmente importante sia per Papa Francesco sia per Leone XIV. Già nei primi anni Cinquanta, nelle opere La fine dell’epoca moderna e Il potere, Guardini aveva compreso che l’umanità stava entrando in un’epoca dominata da una potenza tecnica superiore alla sua capacità morale di controllo.

Il problema fondamentale, come scriveva Guardini dopo Hiroshima, è che l’uomo non possiede più il potere di governare il proprio potere. La crescita delle possibilità tecniche non è accompagnata da un’analoga maturazione della responsabilità etica.

Questo squilibrio emerge oggi in maniera drammatica nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito militare, quando le decisioni sulla selezione degli obiettivi vengono delegate agli algoritmi. Ma si manifesta anche nella politica, nella ricerca scientifica e nelle correnti transumaniste che aspirano a superare ogni limite della condizione umana, compresi l’invecchiamento e la morte.

In questo contesto ho richiamato la figura di Peter Thiel, imprenditore e fondatore di Palantir, esponente di una visione del progresso tecnologico che tende a considerare ogni limite come un ostacolo da abbattere. È una prospettiva nella quale la tecnologia rischia di diventare uno strumento di selezione tra vincenti e perdenti, tra Paesi ricchi e poveri, tra coloro che possiedono le nuove conoscenze e quanti ne rimangono esclusi.

L’intelligenza artificiale potrebbe così aggravare le disuguaglianze economiche, sociali e geopolitiche, producendo nuove categorie di esclusi, quegli “scarti” di cui parlava Papa Francesco.

L’Anticristo e la tentazione di sostituire l’uomo

Il titolo provocatorio dell’incontro è stato approfondito da fra Marco Rainini, che ha ricostruito la figura dell’Anticristo nella tradizione biblica e nella storia del cristianesimo. A partire dalle lettere di Giovanni, dalla Seconda lettera ai Tessalonicesi e dall’Apocalisse, Rainini ha mostrato come la tradizione cristiana abbia identificato nell’Anticristo una potenza capace di ingannare, sedurre e pretendere per sé un’autorità assoluta, fino a sostituirsi a Dio.

Il percorso storico ha attraversato la letteratura medievale, il pensiero di Gioacchino da Fiore e le rappresentazioni moderne dell’Anticristo, in particolare quelle di Vladimir Solov’ëv e Robert Hugh Benson. Una figura che, nella sua dimensione politica, esprime la pretesa di realizzare nella storia una salvezza totale, costruendo un paradiso terreno attraverso il potere.

Stefano Zamagni ha invece sottolineato la novità dell’enciclica di Leone XIV nel panorama della dottrina sociale della Chiesa. A suo giudizio, si tratta di un documento che interviene in anticipo rispetto alle trasformazioni tecnologiche e sociali ancora in corso, invece di limitarsi a interpretarne gli effetti.

Zamagni ha proposto una lettura delle tre grandi secolarizzazioni della modernità: la prima segnata dall’idea di organizzare la società come se Dio non esistesse; la seconda dalla progressiva dissoluzione della comunità; la terza, quella attuale, dalla tentazione di costruire un ordine sociale come se l’uomo stesso non esistesse.

Da qui la sua critica al transumanesimo, interpretato come una nuova forma di gnosticismo tecnologico, che affida la salvezza non a una relazione personale ma alla conoscenza e alla potenza degli algoritmi. Tra le proposte concrete avanzate da Zamagni, il riconoscimento di un diritto alla protezione della libertà mentale, l’habeas mentem, e la necessità di un nuovo progetto educativo che renda le persone capaci di resistere alla manipolazione tecnologica.

Una rivoluzione personalista per il nostro tempo

Nella parte conclusiva del mio intervento ho insistito sul fatto che l’enciclica non deve essere considerata semplicemente un documento da leggere e archiviare. È piuttosto un appello a una mobilitazione culturale, etica e politica.

Leone XIV invita a intervenire non soltanto sugli effetti dell’intelligenza artificiale, ma già nella progettazione e nella gestione delle tecnologie. È una responsabilità che coinvolge gli Stati, le università, il mondo della ricerca, i sindacati, le imprese e l’intera società civile.

La parola decisiva dell’enciclica è “custodia”. Custodire significa prendersi cura della persona, soprattutto quando è fragile. Una democrazia che voglia avere un futuro non può occuparsi soltanto dei più forti e dei vincenti, ma deve garantire dignità e opportunità a tutti.

Per questo ho parlato della necessità di una nuova rivoluzione personalista, capace di restituire alla politica il suo compito fondamentale: perseguire il bene comune e impedire che il destino dell’umanità sia deciso da pochi detentori del potere tecnologico.

La pace come risposta alle nuove teologie politiche

Nel dialogo conclusivo, sollecitato anche da una domanda sul ruolo della Russia nello scenario internazionale, ho approfondito un ulteriore aspetto della crisi contemporanea: il ritorno delle teologie politiche.

Dall’11 settembre 2001 assistiamo a una crescente contrapposizione tra forme di messianismo politico, nelle quali il potere pretende di incarnare valori religiosi assoluti, e un relativismo occidentale sempre più povero di contenuti ideali. Una dinamica che attraversa realtà politiche e culturali diverse, dalla Russia agli Stati Uniti, da Israele all’India, e che tende a trasformare il confronto politico in uno scontro tra il bene e il male.

È una contrapposizione pericolosa, perché quando l’avversario viene identificato con il male assoluto, la guerra diventa sempre più difficile da evitare.

Ho richiamato, a questo proposito, una distinzione che considero essenziale: quella tra teologia politica e teologia della politica. La prima tende a identificare il religioso con il potere, finendo per mondanizzare la religione. La seconda riconosce la distinzione tra i due ambiti, senza rinunciare a un rapporto fecondo tra fede, etica e responsabilità pubblica.

Contro la logica manichea che domina sempre più spesso il dibattito internazionale, occorre recuperare un idealismo cristiano capace di realismo, consapevole dei limiti della storia e della necessità del dialogo e del compromesso.

L’ideale più grande, oggi, è la pace. È su questo terreno che si misura la capacità della politica di tornare a essere autenticamente umana.

L’incontro di Bologna ha mostrato, da prospettive filosofiche, teologiche ed economiche differenti, quanto la questione dell’intelligenza artificiale sia inseparabile da quella dell’uomo. La sfida indicata da Leone XIV non è fermare il progresso, ma orientarlo verso una civiltà nella quale la potenza della tecnica sia finalmente accompagnata dalla responsabilità, dalla libertà e dalla cura della persona.

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