La libertà e la gioia, l’eredità di Bergoglio alla Chiesa e al mondo

A un anno dalla morte di Jorge Mario Bergoglio, ripropongo qui l’intervista che ho rilasciato ad Alberto Bobbio per L’Eco di Bergamo, pubblicata con il titolo «La libertà e la gioia, l’eredità di Bergoglio alla Chiesa del mondo». Un’occasione per tornare su alcuni tratti essenziali del suo pontificato, tra testimonianza personale e visione della Chiesa.

L’Eco di Bergamo, lunedì 20 aprile, p. 7

Il lascito di Papa Francesco. A un anno dalla morte

La libertà e la gioia, l’eredità di Bergoglio alla Chiesa del mondo

Il ritratto. Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia, ha studiato a lungo il pontificato. Il limite? «La sua solitudine»

ALBERTO BOBBIO

Cosa resta di Francesco? Quale eredità della sua costante dialettica come ha lasciato l’Europa tutta e di Gesù nel nostro tempo? Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia, ha studiato Francesco e ha indagato Bergoglio. Ora, a un anno dalla morte, ha pubblicato il suo libro Papa, gioia, la libertà e il mondo (Edizioni Studium). Prova a tracciare il segno che Bergoglio lascia.

Professor Borghesi, cosa ha lasciato Francesco alla Chiesa?
«Innanzitutto la sua testimonianza personale del Vangelo. Ogni Papa ha il suo stile. Quello di Francesco è stato caratterizzato dalla sollecitudine alla gente. La parola gioia torna nei suoi documenti programmatici (Evangelii gaudium, Amoris laetitia, Gaudete et exsultate). La libertà e gioia hanno colpito molti, i vicini lontani. Il suo desiderio di una Chiesa meno clericale, chiusa, meno lontana, meno lontana dalla gente».

La sua personalità è giustamente considerata anche una cifra del pontificato?
«Sì, perché è importante questo aspetto».

Dunque?
«Da Bergoglio a Francesco». Chi ha conosciuto prima Papa Francesco diceva che aveva un carattere chiuso, poco espansivo. Il contrario di Papa che abbiamo conosciuto. Dal punto di vista ideale, invece, c’è una sostanziale continuità. Il suo pensiero originale, che si nutre di alcune correnti di studio cristiane, è diventato più diffuso. La Chiesa come “unità dei popoli”, come luogo di incontro e apertura».

Francesco dopo Benedetto. Non c’è il rischio di vedere Bergoglio voltare pagina?
«La diversità è nello stile e nell’approccio pastorale, non nella dottrina. Bergoglio non è stato il pericoloso destabilizzatore del dogma sostenuto da alcuni detrattori. Questo è l’elemento conservatore dei progressisti, leggendari alimentata da giornalisti. Il punto di riferimento di Francesco è stato il magistero di Benedetto XVI: il Concilio Vaticano II, figli del Concilio, con sensibilità diverse».

Torna più volte in Francesco la visione di una Chiesa povera…
«Ha ampliato questa visione. Il concetto di “Chiesa povera per i poveri” è ampliato alla visione di Francesco non solo spirituale ma anche sociale. Una Chiesa in uscita, nel mondo. Non rinchiusa».

Una teologia di Francesco?
«Credo di sì: è il pensiero che ha raccolto gli stimoli del pensiero di Giussani e di altri. La teologia viene dopo l’abbraccio, non è teorica. Il messaggio cristiano è prima di tutto esperienza».

Una teologia di Francesco e Ratzinger?
«Non c’è opposizione ma complementarità. Il Papa argentino ha portato avanti la pastorale. Il Papa tedesco ha posto le basi teologiche. Due anime della stessa Chiesa».

I limiti del pontificato?
«La sua solitudine, certamente. L’aver richiamato l’importanza della collegialità senza però poterla realizzare fino in fondo. Ha dovuto affrontare problemi enormi, anche interni alla Curia. Le resistenze sono state forti».

Un ricordo personale.
«Io e la mia famiglia abbiamo conosciuto Francesco negli anni argentini. Era una persona semplice, diretta, capace di ascolto. Questo mi ha sempre colpito».

 

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