In una mia intervista su IlSussidiario TV del 17 settembre, ho avuto modo di condividere alcune riflessioni sulla drammatica situazione a Gaza, cercando di leggerla attraverso le lenti, a mio avviso indispensabili, della memoria storica e della pietà umana.
Partendo da un coraggioso articolo della storica ebrea Anna Foa, ho proposto di applicare alla tragedia palestinese lo stesso metodo di memoria che abbiamo giustamente utilizzato per la Shoah. Se per le vittime dell’Olocausto abbiamo lottato per restituire un nome, una storia e un volto, superando l’anonimato dei numeri, oggi dovremmo fare lo stesso per le vittime di Gaza. Le immagini che ci scorrono davanti ogni giorno mostrano folle di disperati, ma non ci permettono di incontrare i singoli volti, rendendo difficile provare un’autentica empatia. È fondamentale, invece, dare un’identità a queste madri, a questi anziani e a questi bambini per comprendere la portata di ciò che autorevoli voci, non solo la mia, hanno definito un genocidio.
Per illustrare il potere delle storie individuali, ho ricordato la figura della bambina dal cappotto rosso in Schindler’s List: è attraverso lei che riusciamo a identificarci con l’intera tragedia del ghetto. Ho detto, e ne sono convinto, che abbiamo bisogno di “bambini dal cappotto rosso” anche a Gaza per suscitare una commozione che vada oltre l’assuefazione.
Questa riflessione mi ha portato a criticare l’inerzia dei governi occidentali, così solerti nel condannare altrove ma stranamente inerti di fronte a Israele. Ho sostenuto che un governo nato dalla memoria delle vittime sta oggi disonorando la Shoah, diventando esso stesso oppressore. È qui che ho voluto distinguere tra due tipi di memoria: quella positiva, che ricorda per costruire la pace, e la “memoria avvelenata”, che alimenta odio e vendetta. La reazione all’attacco barbarico del 7 ottobre, pur partendo da un dolore comprensibile, è diventata purtroppo l’occasione per scatenare una violenza che non fa onore a Israele e che rischia di trasformarsi, come ha scritto la stessa Foa, in un suicidio morale.
Il compito della filosofia, in questo contesto, è gettare ponti e contrastare le ideologie che creano identità conflittuali. Tuttavia, non posso nascondere un certo pessimismo quando guardo al mondo dell’educazione: vedo giovani spesso privi di coscienza storica, e quindi vulnerabili alla manipolazione, e leader politici che non hanno più quella “coscienza tragica della storia” che guidò i padri fondatori dell’Europa.
Nonostante tutto, ho concluso il mio intervento con una nota di speranza. La vedo nella profonda discrepanza tra le élite, che sembrano prepararsi alla guerra, e i popoli, che in Europa hanno un istintivo e radicato sentimento di pace. Questo sentimento, in piena sintonia con la voce di Papa Leone, è il nostro più grande antidoto. Spetta a noi coltivarlo, attraverso una memoria storica consapevole e positiva, per trasformare la pietà in un’azione concreta per la riconciliazione e per un futuro che rifiuti la logica della guerra.