La modernità non modernista del Concilio e di Giussani

de matteiMassimo Borghesi risponde a Roberto De Mattei (nella foto) sulle stesse colonne, quelle de Il Foglio di Giuliano Ferrara, dalle quali lo storico tradizionalista aveva attaccato frontalmente Ratzinger, Bergoglio e don Giussani, passibili di cedimento al modernismo. Una posizione, quella di De Mattei, che secondo Borghesi «riduce la questione del soggetto al soggettivismo, il problema della libertà in quello dell’autorità, quello della storia nel dogma»

 

Il Foglio, venerdì 22 novembre, p. III, La modernità non modernista del Concilio e di Giussani (M. Borghesi)

 

Un attacco frontale, non ci sono dubbi. Lo storico Roberto de Mattei non si è risparmiato in quella che risuona come una critica diretta agli ultimi due Papi, Benedetto e Francesco, unendo a loro, singolarmente, anche don Luigi Giussani, padre spirituale di Comunione e Liberazione. Nel suo articolo “Liquefazione della chiesa,” pubblicato sul Foglio del 12 novembre, de Mattei torna sul suo cavallo di battaglia: la critica al Concilio Vaticano II già consegnata nel suo volume “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai raccontata” (Lindau 2010).

Per l’autore, che in ciò riflette le tesi del tradizionalismo cattolico, il Concilio è il diretto responsabile di tutte le deviazioni, le crisi di fede e di dottrina, che hanno caratterizzato la situazione della chiesa nel corso degli ultimi 50 anni. Non v’è distinzione tra il Concilio e il “para-Concilio”, tra i testi dei Padri conciliari e la loro reinterpretazione modernistica propria degli anni 70. Tutto ciò che è accaduto dopo il ‘65, a Concilio concluso, è già tutto anticipato dall’evento conciliare, una vera rivoluzione che, al pari di quella francese, costituisce uno spartiacque tra il prima e il poi.

Il bersaglio di questa affermazione è, chiaramente, l’ermeneutica della Riforma, più volte affermata da Benedetto XVI durante il suo pontificato, per la quale le novità, che indubbiamente il Vaticano II apporta, riguardano le conseguenze, le applicazioni storiche, non già i principi sostenuti nella tradizione bimillenaria della chiesa. Nell’attuale disputa che vede l’utilizzazione ideologica di Ratzinger, contrapposto strumentalmente a Bergoglio, De Mattei confessa, quindi, che la posizione di Benedetto è irriducibile a quella tradizionalista, che non v’è contrasto tra Bergoglio e Ratzinger nell’interpretazione del Concilio. Il Concilio non è quello che pensa il Papa emerito, una Riforma, bensì una “rivoluzione” così come lo concepisce la “Scuola di Bologna” fondata da Giuseppe Alberigo. Una Scuola che troverebbe, al momento, la sua completa vittoria nella “rivoluzione pastorale” di Papa Francesco della quale parla Alberto Melloni. “Melloni forza, come sempre, la realtà, ma non ha torto nel fondo. Il pontificato di Papa Francesco è il più autenticamente conciliare, quello in cui la prassi si trasforma in dottrina, tentando di cambiare l’immagine e la realtà della chiesa. Oggi l’ermeneutica di Benedetto XVI è archiviata e dalla pastorale del nuovo Papa dobbiamo attendere nuove sorprese”. Negative, pare di intendere, in direzione di quel prassismo, irenismo, relativismo che costituiscono i punti di decadenza della vera dottrina.

È il trionfo della prospettiva di Alberigo e Melloni il cui manto egemonico si stenderebbe, ormai, sull’intero pensiero cattolico italiano. Né ad esso sfugge, secondo De Mattei, quella realtà data tradizionalmente come fedele alla chiesa quale è Cl e, con essa, il suo fondatore, don Luigi Giussani. Non solo Cl è stata tra i “difensori più accaniti del Vaticano II” ma “l’orizzonte ciellino era, ed è rimasto, quello della ‘nouvelle théologie’ progressista”. Riprova ne è il concetto di “esperienza”, centrale nella pedagogia di don Giussani, che a de Mattei, fermo a Garrigou-Lagrange e al vecchio tomismo neoscolastico, ricorda il soggettivismo e il modernismo condannati da Pio X nell’enciclica Pascendi.

Sarebbe troppo semplice ribattere che le riflessioni di Giussani sulla categoria di “esperienza” avevano avuto, a suo tempo, l’imprimatur di monsignor Carlo Figini, protagonista della cosiddetta “scuola teologica di Venegono” e tra i maggior teologi del secolo scorso. Si trattava di un concetto certamente originale, non consueto nel vocabolario teologico degli anni 60, che univa il momento soggettivo a quello oggettivo, coscienza e realtà, libertà e autorità. Sintetizzava la tradizione agostiniana del cuore con l’apprezzamento della ragione e del principio di realtà propri della tradizione tomista. Una categoria che valorizzava, così come farà Del Noce nella sua legittimazione critica di una parte del pensiero moderno culminante in Rosmini, un aspetto della modernità in modo non modernistico.

Questo è, infatti, il nodo della questione. Ciò che il tradizionalismo non ammette è il momento del soggetto e della libertà. Riduce la questione del soggetto al soggettivismo, risolve il problema della libertà in quello dell’autorità, quello della storia nel dogma. Per questo non è grado di fare i conti con la modernità. Fermo all’ideale del Sacrum imperium il pensiero tradizionalista vede nel Concilio il tradimento di un modello teologico-politico, il tramonto dello stato confessionale, l’affermazione (eretica) del principio della “libertà religiosa”, il cedimento al liberalismo moderno. Il resto, la messa in latino, la perdita della “sacralità” del Papa, sono dettagli. Il vero nodo è teologico-politico. Il peccato originale del Concilio è, per la scuola tradizionalista che De Mattei ha sempre difeso, quello di aver aperto le porte alla modernità. La sua linea “pastorale”, che nella intenzione dei Padri conciliari aveva una valenza missionaria nei confronti del mondo contemporaneo, sarebbe il verbo del cedimento, del linguaggio esperienziale, dell’orizzonte storicistico. “Basti pensare – scrive De Mattei riferendosi alla teologia di Giussani – al continuo riferirsi alla fede come ‘incontro’ ed ‘esperienza’, con la conseguente riduzione dei principi a meri strumenti”. E’, secondo l’autore, la posizione propria del modernismo e della “nouvelle théologie”, una filosofia-teologia della prassi che trova il suo criterio di verità non nella dottrina ma nella “vita”, non nella teoria ma nell’azione. Il nome che torna a più riprese è quello di Henri de Lubac, il grande gesuita francese, stimato tanto da Ratzinger quanto da Bergoglio, “punto di riferimento dei discepoli di don Giussani”.

In tal modo il cerchio si chiude: il Concilio, Benedetto XVI, Francesco, don Giussani, la Scuola di Bologna, tutto è eredità di De Lubac e della “nouvelle théologie”. “Ciò che accomuna la teologia di Cl a quella della Scuola di Bologna è la ‘teoria dell’evento’, il primato della prassi sulla dottrina, dell’esperienza sulla verità, che Cl situa nell’incontro con la persona di Cristo e la scuola di Bologna nell’incontro della storia”.

Conclusione coerente con il modello tradizionalista che ha nel suo codice genetico la tendenza a livellare le differenze. E che, tuttavia, pur nei suoi limiti un punto lo coglie: quello per cui la posizione don Giussani è irriducibile al tradizionalismo. De Mattei ha pienamente ragione quando coglie nel fondatore di Cl un’autentica sensibilità “moderna”, esistenziale, nutrita dalla sua giovanile passione per Giacomo Leopardi. È quanto possiamo ricavare dall’ampia e documentata biografia, da poco uscita in libreria, di Alberto Savorana: “Vita di don Giussani” (Rizzoli 2013). È stata quella sensibilità che gli ha consentito di incontrare migliaia di giovani, di precorrere il Concilio, di godere della stima di due Papi, Paolo VI e Giovanni Paolo II, nonché del cardinal Ratzinger, futuro Benedetto XVI.

In ciò però, contrariamente a quello che ritiene De Mattei, non v’era nulla di cristianamente negativo, di prassistico, di vitalistico. È stata la pedagogia dell’“esperienza” che ha permesso a tantissimi giovani lontani dalla fede l’“incontro” con l’“Evento” cristiano, in particolare negli anni 70 quando l’ondata della scristianizzazione era più forte e l’egemonia marxista sulla società e sulla cultura era al suo acme. In quegli anni non fu certo il tradizionalismo cattolico, ristretto in piccoli cenacoli, a “salvare” la fede della chiesa ma il movimento “conciliare” di Cl. Un movimento moderno, cioè attento a valorizzare la libertà personale, ma non modernistico. Una distinzione, questa, che il pensiero tradizionalista, fermo a De Maistre, De Bonald, Donoso Cortés, non è in grado di pensare.

Professore di Filosofia morale all’Università di Perugia, è autore del recente “Critica della teologia Politica. Da Agostino a Peterson. La fine dell’era costantiniana” (Marietti)

 

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