La “risposta” di Al-Sisi ai criminali di Parigi

67450[1]«L’islam ha oggi al suo interno un grave problema, un bubbone ventennale caratterizzato da un radicalismo teologico-politico analogo a quello che ha infiammato il mondo “cristiano” negli anni 70, quando le teologie politiche influenzate dal marxismo non esitavano ad abbracciare il mitra in nome di una fede ridotta a pretesto ideologico per dominare il mondo». In questo contesto, rileva Massimo Borghesi su Il Sussidiario del 9 gennaio, appare tanto più rilevante l’intervento del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi a studiosi e leader religiosi dell’Università al-Azhar al Cairo. Un segnale fortissimo di ragionevolezza e realismo, da non sottovalutare. Perché «il delirio della mente che affascina parte dell’islam odierno, con la complicità spesso dei giochi politici dell’occidente, va “curato” aiutando, innanzitutto, la parte sana dell’islam».

 

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IlSussidiario.net, venerdì 9 gennaio 2015, CHARLIE HEBDO/La “risposta” di Al-Sisi ai criminali di Parigi (Massimo Borghesi)

 

Che un inno di lode a Dio, “Allah Akbar” (“Allah è il più grande”), sia divenuto un inno di morte è semplicemente una tragedia. Come il massacro dei 12 giornalisti e poliziotti nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. Un attentato, dai contorni non ancora chiari, con risvolti che vanno dai documenti “dimenticati” in auto, ai tranquilli tempi di fuga dei terroristi, alla scarsa protezione della redazione del settimanale, alle armi degli attentatori.

Un attentato, comunque, compiuto da attori islamici, il che è sufficiente per creare i presupposti di nuovi conflitti, nuove faglie, e per dare fiato al grido della destra che ritrova, in modo speculare ai terroristi, il linguaggio guerriero, l’odio, il disprezzo. Una destra che, in Francia, si ritrova non solo nel Front National di Marine Le Pen ma anche nella letteratura. L’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Soumission (“Sottomissione”), uscito ieri nelle librerie francesi, immagina una Francia governata, nel 2020, da una sezione locale dei Fratelli musulmani. Proprio a questo romanzo era dedicata l’ultima copertina di Charlie Hebdo.

Anche in Italia la barbarie degli assassini islamisti ha scatenato lo sdegno e, com’era prevedibile, ogni tipo di reazione. Sul banco degli imputati il “buonismo”, quello cristiano innanzitutto. Se già negli ultimi mesi c’era chi si era distinto nel j’accuse al Papa per non aver proferito il nome dell’islam, come nemico numero uno dell’occidente e del cristianesimo, ora le grida diventano tumulto.

Così nella sua “Preghiera” su Il Foglio Camillo Langone non esista a chiedersi: «Perché i coranisti anziché di preti hanno fatto strage di vignettisti? Perché la verità sul Corano non la dicono i preti, la dicono i vignettisti. Perché anziché contro i politici si sono accaniti contro i vignettisti? Perché a difenderci dal Corano non sono i politici, sono i vignettisti. I coranisti hanno individuato l’unico vero argine contro la sottomissione dell’Europa al loro libro nefasto, un argine che si chiama Libertà di Espressione, hanno notato quanto fosse già corroso dalle nutrie del politicamente corretto e hanno cominciato a farlo saltare. I morti di Charlie Hebdo non sono semplicemente vittime, sono martiri. Nonostante il giornalismo satirico non sembri avere titoli per produrre figure così esemplari. Altre sono le istituzioni abilitate a produrne. Sarebbe stato meglio per la Chiesa, per l’onore della Chiesa, che avessero sparato a qualche vescovo, e per lo Stato, per l’onore dello Stato, che avessero sparato a qualche ministro: ma purtroppo ad Allah il sangue tiepido non piace» (corsivo nostro).

Il delirio di Langone, la cui “preghiera” appare come una bestemmia, non è isolato. L’islamismo terrorista, ieri al-Qaeda oggi l’Isis, provoca, per contraccolpo, l’emergere dell’anima nera che il politicamente corretto nasconde ma rispetto a cui/alla quale è impotente.

Un politicamente corretto che non solo non è in grado di rispondere alle domande della destra, ma non è nemmeno in grado di aiutare la parte autentica dell’islam, quella che si batte per un volto liberale della religione. Se i terroristi, coccolati a suo tempo dai servizi segreti americani ed europei in funzione anti-Assad, fanno il loro sporco mestiere non c’è da sorprendersi. Ciò che sorprende, invece, è la mancanza di un pensiero, in Europa, capace di misurarsi con la sfida che l’islam radicale pone. Non solo e non in primis a noi ma, innanzitutto, al mondo islamico.

Non è sufficiente infatti affermare, come fanno molti esponenti islamici, che il terrorismo non ha nulla a che fare con l’islam. Né è sufficiente richiamare l’ipotesi che dietro i terroristi vi siano, spesso, mani interessate. Per rispondere adeguatamente alle critiche e fugare le nebbie occorre di più. Occorre una revisione che permetta di criticare alla radice la riduzione teologico-politica della fede operata da un’importante corrente dell’islam contemporaneo. E’ quanto ha richiesto, con coraggio e determinazione, non un teologo ma l’attuale presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, in un importantissimo intervento rivolto all’inizio dell’anno a studiosi e leader religiosi dell’Università al-Azhar al Cairo. Intervento ignorato dai media occidentali.

Il mondo islamico, ha detto al-Sisi, non può più essere percepito come «fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione» per il resto dell’umanità. Le guide religiose dell’islam devono «uscire da se stesse» e favorire una «Rivoluzione religiosa» per sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una «visione più illuminata del mondo». Se non lo faranno, si assumeranno «davanti a Dio» la responsabilità per aver portato la comunità islamica su cammini di rovina.

Per al-Sisi l’islam odierno deve liberarsi di un «pensiero erroneo», caratterizzato da idee e testi che «noi abbiamo sacralizzato nel corso degli ultimi anni», che conduce l’intera comunità islamica a inimicarsi il mondo intero. «E’ mai possibile che un miliardo e 600 milioni di persone possano mai pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di abitanti del mondo? No, è impossibile!».

Il discorso di al-Sisi ha avuto toni forti di ammonizione soprattutto per le guide religiose del mondo islamico: «Quello che io sto dicendo» – ha detto il presidente egiziano – «non potete percepirlo se rimanete intrappolati dentro questa mentalità. Dovete uscire da voi stessi e osservare questo modo di pensare dal di fuori, per sradicarlo e rimpiazzarlo con una visione più illuminata del mondo. […] Il mondo intero sta aspettando la vostra prossima mossa. Perché l’Umma islamica viene lacerata, viene distrutta e va perduta, per opera delle nostre stesse mani».

Il discorso di al-Sisi assume, nel contesto odierno, un’importanza fondamentale e documenta come l’Egitto abbia ripreso oggi quella funzione di leadership nel mondo islamico, funzione che fino a pochi anni fa sembrava rivestire la Turchia di Erdogan.

L’eccezionalità del discorso del presidente egiziano non è sfuggita agli opinionisti cattolici. Si tratta nel suo caso, come ha scritto Riccardo Radaelli, di «Frasi probabilmente mai pronunciate prima nel cuore di al-Azhar, ove da tempo prevalgono le voci apologetiche nei confronti della tradizione islamica più rigida. Certo, le sue massime autorità hanno sempre condannato gli estremismi e il terrorismo di al-Qaeda o dell’autoproclamato califfo al-Baghdadi, e hanno più volte aperto spiragli al dialogo religioso. Ma si sono troppo spesso autoconfinate nel rispetto formalistico della tradizione (il taqlid, l’imitazione), apparentemente incapaci di muoversi da una prospettiva che non sia islamico-centrica» (“Scossa ad al-Azhar”, Avvenire, 7 gennaio 2015).

Egualmente hanno sottolineato l’importanza del discorso L’Osservatore Romano (“Rivoluzione religiosa contro il fanatismo”, 4 gennaio) e Sandro Magister nel suo blog Settimo cielo del 7 gennaio: “La rivoluzione pacifica di cui l’islam ha necessità assoluta”. Sul versante “laico” hanno dato rilevo alla notizia Maurizio Molinari, Il manifesto anti-Isis di Al Sisi: “L’Islam non può odiare tutti” (La Stampa, 6 gennaio) e Sergio Romano, “La rivoluzione religiosa del presidente egiziano” (Corriere della Sera, 7 gennaio). Altrove – chissà perché – non se ne sono accorti.

Questa miopia dei media occidentali su un avvenimento così rilevante non solo per il mondo islamico ma, giocoforza, anche per noi documenta quel vuoto di pensiero di cui parlavamo, l’incapacità dell’occidente di misurarsi con l’islam contemporaneo. Un’incapacità “sospetta”, tesa a mettere in secondo piano, o a passare sotto silenzio, quelle voci che vanno in controtendenza, quasi che ciò che si volesse veramente fosse il conflitto, lo “scontro di civiltà”. Così l’attentato di Parigi dimostra, platealmente, l’impotenza del politicamente corretto, del relativismo culturale, e legittima una reazione che, in Francia, trova già espressione in aggressioni verso membri e sedi della comunità islamica. Ambedue – relativismo e reazione – ottusi nel non distinguere, nel vedere un islam o tutto bianco o tutto nero.

Così ambedue non capiscono, o fanno finta di non capire, che l’islam ha oggi al suo interno un grave problema, un bubbone ventennale caratterizzato da un radicalismo teologico-politico analogo a quello che ha infiammato il mondo “cristiano” negli anni 70, quando le teologie politiche influenzate dal marxismo non esitavano ad abbracciare il mitra in nome di una fede ridotta a pretesto ideologico per dominare il mondo. Questo delirio della mente che affascina parte dell’islam odierno, con la complicità spesso dei giochi politici dell’occidente, va “curato” aiutando, innanzitutto, la parte sana dell’islam.

Questo è il compito odierno, difficile, arduo, ostacolato da coloro che non ne vogliono sapere, nel mondo arabo come in Europa (o negli Usa) di pace. Ciò che costoro sanno è l’antico motto divide et impera. L’attentato di Parigi, esacerbando gli animi, contribuisce a questa divisione.

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