L’Osservatore Romano e le testimonianze su don Giussani

L’articolo di Silvia Guidi uscito qualche giorno fa su Vatican News sul volume da me curato In comunione e in libertà. Don Giussani nella memoria dei suoi amici è da oggi 13 maggio anche sull’Osservatore Romano in forma ampliata e aggiornata. Lo propongo qui anche nella versione grafica.

L’Osservatore Romano, 13 maggio 2024, Una febbre di vita che ha contagiato tanti (Silvia Guidi)

«Si aveva l’impressione, parlando con lui, di essere unici, voluti bene, valorizzati per quello che si era. Non giudicati ma provocati ad essere, a rischiare, a non sprecare la vita donata»; una frase tratta dal volume In comunione e in libertà. Don Giussani nella memoria dei suoi amici, curato da Massimo Borghesi (Studium, 2023) che sottolinea il valore del suo sguardo pieno di affezione e di “vibrazione umana” per chi incontrava, per usare una parola molto cara al sacerdote di Desio. Uno sguardo pieno di quella conoscenza affettiva, di quell’autentico interesse per la felicità e il destino del compagno di strada (per un giorno o per tutta la vita) che trasforma un maestro in un padre.

Il prossimo anno saranno venti anni della morte di monsignor Luigi Giussani; il 9 maggio scorso si è tenuta a Milano, in Sant’Ambrogio, alla presenza dell’arcivescovo, monsignor Delpini, la prima sessione pubblica della fase testimoniale per la causa di beatificazione e di canonizzazione. «Come è affascinante un carisma della Chiesa — ha detto Delpini durante la messa —. Le cose che si sono sempre sentite, diventano rivelazione, le pratiche normali diventano entusiasmo, si aprono a una nuova vita. E come è nuovo un carisma, la cui verità si inserisce nella storia della Chiesa con un ardore che può magari causare sconcerto». La priorità, adesso, ha aggiunto Delpini, è custodire la gratitudine per il dono di una paternità che non cessa di generare figli in tutto il mondo.

Negli ultimi anni sono usciti molti libri dedicati al pensiero teologico, filosofico, pedagogico di don Giussani e sono uscite biografie e raccolte di testimonianze su di lui. «Questa seconda produzione — chiosa Borghesi — non è meno importante della prima, quella dedicata alla sua riflessione. È indubbio, infatti, che don Giussani abbia introdotto, nel linguaggio ecclesiale termini come avvenimento, evento, fatto cristiano, incontro, che sono oggi patrimonio comune. Ha reso accessibili nozioni come “senso religioso” ed “esperienza”, guardate precedentemente con diffidenza, collegandole sapientemente con l’oggettività del dogma. Tutto ciò è importante e la Chiesa deve assimilarne compiutamente l’eredità. Resta il fatto che ciò che ha scritto e detto è importante perché era espressione della sua persona, della sua intensa testimonianza di fede e di umanità». Non era solo quanto scriveva che colpiva, continua Borghesi, «ma, innanzitutto, il suo linguaggio, quello modulato dal suo tono di voce, roco ed intenso. Era la sua passione per l’Essere e per la vita che sorprendeva. Ciò che don Giussani ha scritto e detto assume tutto il suo rilievo alla luce del suo cuore».

In comunione e in libertà. Don Giussani nella memoria dei suoi amici restituisce, attraverso le testimonianze di persone che lo hanno frequentato, l’immagine della sua umanità, della fede e della carità che hanno animato le sue parole e le sue opere. «Il libro — spiega l’autore — è nato dall’esigenza che si trova espressa nella prima pagina del testo: quella di ricordare Giussani dal vivo grazie a persone che gli erano amiche. Alcune testimonianze provengono da persone che non avevano mai parlato del loro rapporto con lui, due degli interventi (Giulio Andreotti, don Giacomo Tantardini) derivano dalla rivista “30 Giorni”. L’altra esigenza era testimoniare l’unità di una storia, al di là delle frammentazioni che hanno segnato il movimento negli ultimi anni. Il criterio di scelta che mi sono dato è quello di selezionare persone che hanno voluto bene a Giussani e a cui lui ha voluto bene».

La polifonia dei ricordi raccolti nel volume conferma una caratteristica decisiva del sacerdote ambrosiano: quella di educare alla libertà. Don Giussani non legava a sé in modo autoritario ma rimandava ad altro, a Cristo e all’impatto con la realtà. Le testimonianze raccolte nel libro portano il timbro di personalità diverse, ognuna con la propria fisionomia; ognuno racconta un’avventura della libertà. Come ha detto papa Francesco al movimento di Comunione e liberazione, radunato in Piazza San Pietro il 15 ottobre 2022: «Don Luigi aveva una capacità unica di far scattare la ricerca sincera del senso della vita nel cuore dei giovani, di risvegliare il loro desiderio di verità. Da vero apostolo, quando vedeva che nei ragazzi si era accesa questa sete, non aveva paura di presentare loro la fede cristiana. Ma senza mai imporre nulla. Il suo approccio ha generato tante personalità libere, che hanno aderito al cristianesimo con convinzione e passione; non per abitudine, non per conformismo, ma in modo personale e in modo creativo. Aveva una grande sensibilità nel rispettare l’indole di ognuno, rispettare la sua storia, il suo temperamento, i suoi doni. Non voleva persone tutte uguali e non voleva nemmeno che tutti imitassero lui, ma che ognuno fosse originale, come Dio lo ha fatto. E infatti quei giovani, crescendo, sono diventati, ciascuno secondo la propria inclinazione, presenze significative in diversi campi, sia nel giornalismo, nella scuola, nell’economia, nelle opere caritative e di promozione sociale».

In comunione e in libertà raccoglie alcune delle voci di quei giovani che, crescendo, sono diventati prima discepoli e poi amici; Don Giussani nella memoria dei suoi amici è il sottotitolo del volume. «Don Luigi ha avuto tantissimi amici — continua Borghesi — Era un uomo per il quale l’esperienza ecclesiale era cementata dal sorgere di rapporti amicali intensi, duraturi. Il cristianesimo trovava espressione, per lui, in un’esperienza di amicizia, nella grazia di rapporti fraterni. “Senza l’amicizia – scriveva – se tu non hai sperimentato l’amicizia, un’amicizia vera o un cammino teso a un’amicizia vera, non puoi capire cosa significhi dire “Tu” a Gesù”. Dire “Tu” a Gesù: questo era il fine della sua passione educativa, condurre da un rapporto affettivo verso il Mistero presente. Cristo fondava l’amicizia ed era percepito come reale attraverso un’amicizia».

Come ha detto papa Francesco, sempre il 15 ottobre 2022: «E come potrebbero non ricordarlo con gratitudine commossa quelli che sono stati i suoi amici, i suoi figli e i discepoli? Grazie alla sua paternità sacerdotale appassionata nel comunicare Cristo, sono cresciuti nella fede come dono che dà senso, ampiezza umana e speranza alla vita. Don Giussani è stato padre e maestro, è stato servitore di tutte le inquietudini e le situazioni umane che andava incontrando nella sua passione educativa e missionaria. La Chiesa riconosce la sua genialità pedagogica e teologica, dispiegata a partire da un carisma che gli è stato dato dallo Spirito Santo per l’“utilità comune”».

Di vibrazione umana e amore alla libertà (proprio e degli altri) parla anche il giornalista Fernando de Haro nella sua biografia divulgativa sui generis, scritta combinando ricerca delle fonti e tecniche narrative di solito usate per la fiction, Perché sono un uomo. Scene dalla vita di don Giussani (Ancora, 2023).

«Scrivere questo libro è stata un’occasione per vivere una vibrazione di fede, una vibrazione umana molto intensa, molto importante — chiosa de Haro — Penso che la vita di don Giussani sia molto attuale perché nel contesto secolarizzato in cui viviamo ripropone un metodo per vivere la fede. Giussani ha vissuto una fede senza dubbi, una fede molto forte e chiara con una grandissima certezza, grazie al suo percorso personale: per Giussani nella chiesa, nella libertà che dà la chiesa c’è l’occasione di avere risposta alle domande esistenziali, alle domande della sua umanità».

Non a caso, per la quarta di copertina del suo libro de Haro ha scelto la frase «Quello che ho detto, non l’ho detto perché sono un prete, ma perché sono un uomo». Tutto nasce dalle domande più umane, più personali ma anche più comuni a tutti gli esseri umani. «Giussani — continua de Haro — ha fatto questa esperienza dopo aver letto il poeta Giacomo Leopardi, l’ateo Giacomo Leopardi; ha fatto sue le domande di Leopardi e ha trovato la risposta a questa esigenza di umanità in Gesù e nel mistero fatto carne. Per lui la fede è vissuta come compito, come la pienezza dell’umano. La fede è ragionevole perché consente di vivere una vita piena, una vita più grande, più umana. La tradizione della Chiesa, valorizzata da lui, viene riproposta ai ragazzi in un modo molto intelligente, perché non è solo una ripetizione del passato ma l’occasione per verificare che la fede può essere e di fatto è una risposta al bisogno del presente».

Un metodo educativo, continua l’autore, che non ha paura del mondo moderno secolarizzato. «Un metodo, mi pare, di una grandissima attualità perché ha un valore sfidante molto grande. Non è un cattolicesimo in difesa, è un cattolicesimo in uscita, apre e avvia processi, come dice papa Francesco, non è la difesa di uno spazio ma è la provocazione per aprire tutto il processo di verifica personale, reso possibile dal fatto che c’è la chiesa, c’è una comunità, c’è una compagnia dove questa verifica si può fare. Tutto l’interesse che Giussani ha, tutto il suo grandissimo interesse per la cultura, per la carità, per la missione, è per questo, per la maturazione del soggetto nella fede. Anche, ad esempio, la sua posizione di fronte a tanti non credenti, o a chi professa un’altra religione, è una posizione ecumenica perché per lui tutto è interessante, da ogni persona c’è da imparare. Dunque un metodo e un approccio molto ecumenico, questa è la sua concezione dell’amicizia. C’è anche un altro aspetto, il non essere “comodo” con la ricerca dell’egemonia politica. Per Giussani la politica non è mai una questione di egemonia. Ha un’apertura totale verso tutti; in un certo senso Giussani è un anticipo di risposta, con la sua vita, alla sfida delle chiese vuote».

Che cosa si può fare di fronte a questa sfida? Proporre la fede come risposta all’umano, ribadisce Fernando de Haro. «Giussani dice sempre che non c’è una risposta utile se non c’è prima una domanda. Bisogna sempre proporre la fede come una risposta alla domanda dell’uomo; dice ai suoi ragazzi che senza vivere la drammaticità dell’umano la fede perde il suo valore».

Nel caso degli iniziatori dei movimenti e degli ordini religiosi, chiosa Borghesi, è facile cadere nell’agiografia. «La mitizzazione dei fondatori è sempre dietro l’angolo. Perciò nel caso di don Giussani è importante avere un ventaglio di punti di vista portato da persone che, per maturità e per esperienza, siano in grado di descrivere la poliedrica personalità di un sacerdote che ha influito, come pochi, nella Chiesa della seconda metà del Novecento».

Tra le fonti di prima mano raccolte nel libro In comunione e in libertà ci sono cardinali, vescovi, presbiteri e religiosi, ambasciatori, professori universitari, giornalisti e scrittori, poeti e artisti. Ognuno ci restituisce un aspetto dell’autore, una nota biografica che arricchisce la ricca e documentata Vita di don Giussani di Alberto Savorana (Itaca, 2013). «Ognuno — conclude Borghesi — rivela il “punto di commozione”, il momento e l’occasione nei quali, nell’incontro con lui, la loro vita è rimasta segnata. Giussani colpiva non solo per la sua intelligenza ma anche per il suo cuore, per la sua affezione a Cristo e al prossimo». Un incontro che continua ad avvenire, anche se non sempre in modo consapevole; a quasi vent’anni dalla sua morte molti citano frasi di don Giussani senza saperlo, tanto il lessico del sacerdote di Desio è ormai entrato nel linguaggio “normale” del popolo di Dio.

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