Lugano: La formazione intellettuale di Bergoglio

Venerdì 4 ottobre 2019 alle 20.30 nell’Auditorium dell’Università della Svizzera italiana, a Lugano il Centro Culturale della Svizzera Italiana ha proposto l’incontro di inaugurazione della mostra “Gesti e parole Jorge Mario Bergoglio, una presenza originale”, realizzata per l’edizione 2018 del meeting di Rimini.

All’incontro, intitolato “La formazione intellettuale del Papa venuto dalla fine del mondo”, hanno partecipato André-Marie Jerumanis, Professore ordinario di Teologia morale presso la Facoltà di Teologia di Lugano, Adriano Fabris, Professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa e il sottoscritto, con la moderazione di René Roux, Rettore della Facoltà di Teologia di Lugano.

Qui il video di una breve intervista che ho concesso a LaC Tv sull’argomento https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/04-10-2019-la-figura-di-papa-francesco?id=12260632.

La mostra è stata esposta dal 23 settembre all’11 ottobre 2019 nella Facoltà di Teologia di Lugano.

 

Delle ragioni di questa proposta ha parlato Claudio Mésoniat, presidente dell’ASFTL (Associazione Sostenitori della Facoltà di Teologia di Lugano) in un’intervista al sito catt.ch.

 

La mostra offre un viaggio attraverso la vita, la formazione e l’azione pastorale di Jorge Mario Bergoglio. Perché portarla a Lugano? «Perché dopo sei anni di pontificato, siamo in molti, anche tra chi ama questo Papa, ad esserci accorti che in realtà non lo conosciamo, o lo conosciamo superficialmente, nella scia delle polemiche mediatiche, a volte alimentate da qualche teologo e cardinale. Anche per conoscere il «Papa polacco» (come si diceva spesso con accento sprezzante) c’erano voluti anni. Un po’ per le stesse ragioni, cioè da una parte la pigrizia altezzosa di noi europei occidentali, e dall’altra lo stile di Giovanni Paolo II che buttava all’aria molto clericalismo con gesti di umanità semplici ma simbolici e carichi di fascino. Con il «Papa argentino» ci troviamo ancora più spiazzati, prima di tutto nel nostro eurocentrismo, giacché Bergoglio è latinoamericano fino al midollo, e poi a causa dei suoi gesti, come il suo andare ad abbracciare fisicamente i più poveri nelle periferie estreme. È un dono che lo Spirito ha fatto alla Chiesa cattolica, a lungo maturato e che ha spostato ormai il suo baricentro».

Infatti ricordo che il cardinal Scola, vostro ospite qui a Lugano l’anno scorso, parlò di questo Papa come di un «salutare pugno nello stomaco per le nostre Chiese europee». Quali aspetti originali ed inediti della figura di Bergoglio emergono? «Tante sorprese, come quella di vedere un giovane gesuita 36enne a capo della Compagnia di Gesù nell’Argentina degli anni ›70, lacerata tra guerriglia e dittatura militare, con riflessi pesanti anche dentro la Chiesa. Bergoglio trova una sua via non solo pastorale ma proprio teologica nel pensiero polare (che ha radici in Sant’Ignazio stesso), sempre teso tra grazia e libertà, che lo induce a trattenere il positivo di tutte le posizioni, senza ingenuità, in una sintesi che solo Dio nella fede potrà compiere. Dialoga con tutti, dagli scrittori, come Jorge Luis Borges, ai filosofi, come Amelia Po- detti. Una formazione intellettuale di prim’ordine ma per nulla astratta e scolastica bensì continuamente paragonata con le vicende a tratti anche drammatiche della sua vita».

La mostra verrà affiancata da una conferenza-dibattito con il prof. Massimo Borghesi e altri importanti relatori della Facoltà di Lugano. Borghesi ha recentemente pubblicato un volume sulla genesi del pensiero di Bergoglio/Papa Francesco. Cosa possiamo attenderci dalla serata del 4 ottobre? «Credo che ci aiuterà a entrare più in profondità nella mostra. È un libro splendido, dove il filosofo italiano va a scavare con una documentazione di prima mano (tra cui quattro file audio in cui il Papa risponde ad alcune sue domande) negli studi di Bergoglio, nei suoi scritti, nelle letture che l’hanno marcato indelebilmente, come quelle dei grandi teologi gesuiti che hanno ispirato e fatto il Concilio Vaticano II, da De Lubac a von Balthasar, al loro ispiratore Romano Guardini».

 

Qui invece una mia intervista a Cristina Vonzun, redattrice dello stesso sito.

 

Borghesi a Lugano: «Un Papa che spinge la Chiesa ad essere in uscita, assumendo i drammi dell’umanità»

 

Chi è Jorge Mario Bergoglio, questo Pontefice che fa discutere, che suscita dibattiti nella Chiesa e fuori dal mondo cattolico, questo Papa dal messaggio che può apparire talvolta anche contraddittorio e che non lascia indifferenti? Per conoscerlo un po’ di più, oltre ai luoghi comuni, venerdì 4 ottobre all’Auditorium dell’Università della Svizzera italiana c’è stato un evento dal titolo «La formazione intellettuale del Papa venuto dalla fine del mondo» organizzato dall’Associazione sostenitori della Facoltà di Teologia di Lugano, dal Centro Culturale della Svizzera italiana e dalla stessa FTL. Il professor Massimo Borghesi, ordinario di Filosofia morale presso il dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane dell’Università di Perugia e autore di una recente «biografia intellettuale» di Papa Francesco, è stato l’ospite principale della serata. Perché è vero: per capire una persona fondamentale è andare alla scoperta della genesi del suo pensiero. A maggior ragione se questa persona guida la Chiesa, nell’oggi complesso della storia.

Prof. Massimo Borghesi, nella sua pubblicazione «Una biografia intellettuale di J. M. Bergoglio», Jaca Book, Milano 2017, lei evidenzia la notevole formazione intellettuale del Papa. Tuttavia papa Francesco usa spesso espressioni semplici. Come mai questa scelta da parte del Pontefice?

Papa Francesco non vuole essere ricordato come un Papa teologo, bensì come un «pastore» che ha presente la condizione dell’uomo del nostro tempo. Oggi, soprattutto in Occidente, siamo davanti ad un’umanità completamente secolarizzata che non ha alcuna idea di cosa siano la dimensione della fede e la dottrina cristiana. Per questo Francesco usa un linguaggio simile alle parabole, di immediata fruibilità e comprensione.

Il Papa parla spesso di misericordia e per taluni questo sarebbe un tema esclusivo del Pontificato di Bergoglio. Ma è proprio così?

Chi non ama Francesco, sovente lo contrappone a Benedetto XVI, ma di fatto tutti gli ultimi papi hanno scelto la misericordia come la modalità specifica dell’incontro del cristianesimo con il nostro tempo. Ricordo una bellissima intervista rilasciata nel 2016 dal papa emerito al gesuita Jacques Servais, in cui Benedetto ha sottolineato che la misericordia è il filo rosso che unisce gli ultimi tre pontificati. Benedetto ha ricordato la fede nei confronti della Divina Misericordia di San Giovanni Paolo II e la sua enciclica Deus Caritas Est. In quell’intervista papa Ratzinger ha legittimato in maniera notevole la continuità degli ultimi papi su questo terreno. Parlare di misericordia non è buonismo ma significa rispondere in modo adeguato al modo in cui gli uomini di oggi possono essere resi sensibili al Vangelo: non seguendo la via della legge ma quella dell’amore. Quindi non siamo davanti a buonismo, ma ad una ben precisa collocazione della Chiesa nel nostro tempo. Proprio nell’intervista menzionata papa Ratzinger aveva evidenziato la grande attrazione esercitata dalla parabola del Samaritano sull’umanità di oggi. Una pericope evangelica questa, richiamata sovente anche da papa Francesco.

Nel caso di papa Francesco l’accento sulla misericordia è però oggetto di critica, come se in questa sua scelta il papa argentino indietreggiasse rispetto alla verità. Insomma: un papa troppo misericordioso relativizzerebbe gli asserti della fede e della morale cattolica. Potrebbe spiegarci -in tal senso- la posizione di Bergoglio?

Il tema del rapporto tra misericordia e verità è soprattutto oggetto di contese nell’Esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia. In esso il Papa non relativizza minimamente il matrimonio cristiano, anzi ribadisce che il matrimonio valido è uno solo e non introduce neppure la figura di un secondo matrimonio, come avviene nella Chiesa d’Oriente. Dice solo che in casi eccezionali, mediante un discernimento accurato e lungo, si può concedere anche la comunione a coppie di divorziati e risposati che vivono una nuova unione. Il punto è che si tratta di casi particolari, non dell’introduzione di una nuova legge. Qui ci troviamo di fronte ad una tipica espressione della legge della polarità, che è il nucleo del pensiero di Bergoglio. Nella lunga storia della Chiesa c’è sempre stata questa consapevolezza teologica: la tensione tra universale e particolare, che nel caso specifico è tensione tra la verità e la misericordia, sul piano morale. Non c’è quindi alcun relativismo etico.

Potrebbe aiutarci a cogliere questa «polarità» nella persona di Gesù Cristo e nel Vangelo?

L’incarnazione stessa mostra una tensione tra due poli: il Figlio di Dio che è «anche», compiutamente, uomo. Il finito e l’infinito, l’umano e il divino si toccano e si compenetrano in Lui, secondo un legame che resta misterioso. Pensiamo ancora al rapporto tra  visibile e invisibile: Dio in Cristo si manifesta e tuttavia resta invisibile nel suo mistero: un uomo che è compiutamente Dio resta l’enigma supremo. E ancora: Gesù passa attraverso la tragedia della morte, ma poi quella morte, Lui la vince da risorto. Il cristianesimo è un’antinomia continua perché il mistero di Dio che si fa uomo è unione e distinzione insieme. Henri de Lubac -un grande teologo francese, maestro di Bergoglio- aveva usato la nozione di paradosso: il cristianesimo è il paradosso, è tenere uniti due poli che di per sé non sono identici.

Una tensione che dà evidentemente luogo ad una concezione «drammatica», non tranquilla della fede ma anche dell’esistenza umana e della missione della Chiesa. Come interpreta tutto questo il Papa?

Bergoglio è un gesuita, un figlio di Sant’Ignazio di Loyola, quindi ha un’idea militante della Chiesa: la Chiesa per lui è in trincea, è un ospedale da campo, è sempre sul limite. Proprio nel luogo delle tensioni si gioca la missione di pace e di unità che la Chiesa affronta in un mondo avviato su un china pericolosa. Il Papa quindi sospinge la Chiesa a tessere rapporti con l’Oriente, con la Cina, con la Russia, con il mondo islamico (pensiamo alla recente dichiarazione di Abu Dhabi firmata in nome del Dio misericordioso contro una visione falsa e violenta del divino). D’altra parte, Francesco confida che tutto è nelle mani di Dio, una fiducia che esprime bene in uno dei suoi principi cardine: il tempo è superiore allo spazio, cioè: l’uomo inizia, ma poi è Dio che porta a compimento.

Eppure, tra i critici, c’è chi legge tutte queste azioni volte a far progredire l’unità del genere umano e la pace tra i popoli in senso contrario, e questo purtroppo anche all’interno della Chiesa: come se fossero azioni volte ad indebolire l’identità cattolica. Come mai?

Il Papa ritiene che in un momento così drammatico la Chiesa non possa restare immobile e per questo la sospinge, la muove, se vogliamo, la provoca. Allora lo si accusa di non garantire l’unità, la stabilità e la dottrina. Ma intanto la Chiesa in buona parte dell’Occidente sta morendo: i cattolici praticanti in Francia sono sotto l’8% e questa tendenza al ribasso è valida per la maggior parte dei paesi d’Europa. Davanti a questo quadro cupo, i critici vorrebbero chiudersi dentro una fortezza. Francesco invece vuole aprire le porte della Chiesa, non solo per accogliere i poveri ma per uscire verso la missione. È chiaro che questa prospettiva è poco rassicurante in un mondo che già di suo non offre certezze. Il Papa non dà certezze dietro cui trincerarsi, piuttosto chiede ai cristiani di rischiare le loro certezze in una missione da spendersi nel quadro drammatico del mondo di oggi.

Francesco ha una visione conciliare della Chiesa, spinge la comunità ecclesiale ad incontrare il mondo, seguendo la lezione del Vaticano II, in particolare della Costituzione pastorale Gaudium et Spes. Quindi la sua Chiesa entra di «diritto» nel mondo?

Francesco è un papa del Concilio ed il suo pontefice di riferimento è Paolo VI. Bergoglio ha sempre ribadito l’esemplarietà dell’Enciclica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, un testo fondamentale che unisce l’annuncio del Vangelo e la promozione umana e sociale dei popoli.

 

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