In occasione dell’anniversario della morte di Papa Francesco, l’Associazione «Nipoti di Maritain» di Lucca ha pubblicato il volume collettaneo Riattivare papa Francesco (a cura di Piotr Zygulski, Andrea Bosio, Lucandrea Massaro, Effatà Editrice). Tra i contributi è presente anche una mia intervista (pp. 220-223), che ripropongo qui integralmente. È un tentativo di mettere a fuoco, con semplicità, la figura e l’eredità di un papa che ha segnato profondamente il nostro tempo.
1) Chi è stato papa Francesco? Se dovesse descriverlo in un’immagine o in un’espressione, quale sceglierebbe?
Chi è stato? Non è semplice rispondere a questa domanda. È stato, certamente, un grande papa dalla personalità carismatica, forte, decisa. Ricorda un po’ Giovanni Paolo II da questo punto di vista. Un papa non clericale nel quale il testimone della fede si sovrapponeva al suo ruolo istituzionale. Aveva un carattere forte, talora impulsivo, e, al contempo, un cuore magnanimo capace di gesti di grande tenerezza, non scontati. Il suo carisma è stato maggiormente apprezzato dai lontani, da coloro che raramente mettono piede in chiesa. Francesco, eletto a seguito delle dimissioni di papa Benedetto XVI, ha raccolto una difficile eredità. La Chiesa, a causa dello scandalo mondiale della pedofilia del clero e dei religiosi, era al centro di accuse roventi. Con lui la Chiesa ha riguadagnato la sua dignità; la sua testimonianza ha permesso, agli occhi di molti, di voltare pagina. I conservatori e i tradizionalisti che, lui in vita, non gli hanno risparmiato le critiche più dure hanno sorvolato su ciò. Francesco per un aspetto ha permesso di risanare le ferite, per un altro, muovendo le acque stagnanti di un cristianesimo chiuso e impaurito è andato inevitabilmente incontro a opposizioni aperte. È vero che molti non lo hanno compreso. Lo hanno contrastato perché ritenevano che minasse la tradizione e la dottrina. Non possedevano la chiave, indicata chiaramente in Evangelii gaudium, per accedere al suo pontificato. Francesco ha voluto essere, dall’inizio alla fine, un papa missionario. Questa è l’immagine più conforme a ciò che intendeva essere. I suoi viaggi nelle periferie del mondo, la sua attenzione verso gli ultimi, gli esclusi, il suo parlare ai «pagani»: tutto ciò rientra nell’ottica missionaria che, da sempre, ha mosso l’animo di Jorge Mario Bergoglio.
2) Quali sono stati, a suo avviso, i limiti del pontificato di papa Francesco?
Una sua solitudine, certamente. L’aver richiamato l’importanza della collegialità e l’averla praticata poco. Il suo carattere forte lo portava ad assumersi in prima persona il peso delle decisioni. Aveva una sua diffidenza per la Curia, per le lentezze della burocrazia ecclesiastica. Tutto ciò ha concorso all’essere solo e questo, paradossalmente, in contrasto con la sua attitudine a essere in mezzo a tutti, a non isolarsi così come la sua decisione di abitare a Santa Marta lasciava intendere. Un altro limite è stata la trascuratezza dell’Europa. Francesco ha privilegiato, come abbiamo detto, le periferie del mondo. E questo aveva un valore profetico. Non amava le capitali della vecchia Europa. L’Europa è la secolarizzazione, la lontananza dalla fede. E, tuttavia, proprio per questo è il luogo in cui la sfida per la fede è più alta. L’evangelizzazione della Terra non può dimenticare i duemila anni di storia cristiana che hanno attraversato i popoli europei. La fede deve essere riaccesa proprio là dove essa appare come un retaggio del passato.
3) Quali sono invece gli aspetti di profezia da rilanciare con maggiore incisività?
L’essere il papa della misericordia e della pace. Per Francesco, come per i suoi predecessori, il Vangelo è Vangelo della Misericordia. Il giubileo del 2015 era dedicato alla Misericordia. Il cuore del cristianesimo è fornito dalle parabole del buon Samaritano e del figliol prodigo. Il cuore indurito dei pagani, incapace di riconoscere il proprio male, può essere interrogato solo da una testimonianza della divina Misericordia. L’ottica, come è evidente, è quella missionaria. Francesco aveva sempre presente che Cristo era venuto, innanzitutto, per i malati e non per i sani. Era questo che i clericali non capivano. Per loro il papa era una statua che cammina, ieratico, immobile, senza vita. Era un’istituzione, non una persona. Per Francesco la Misericordia è la parola della pace. Questo papa si è battuto come un leone per la pace tra i popoli. Ha presagito, quando nessuno ne parlava, una «terza guerra mondiale a pezzi». Ha intessuto un dialogo forte con la parte migliore dell’Islam, quella non fondamentalista, in nome del Dio della misericordia contro il dio della guerra. Ha richiesto, con tutta l’energia di cui era dotato, la cessazione della guerra tra Russia e Ucraina. Il suo pathos ricordava quello di Giovanni Paolo II, vecchio e malato, contro la guerra in Iraq, nel 2003. Francesco si è poi impegnato per fermare la guerra tra Israele e Gaza. Non ha mai dimenticato, ogni giorno, di telefonare a padre Gabriel Romanelli, parroco della piccola comunità cristiana a Gaza. Personalmente aveva affidato il suo programma per la pace a Fratelli tutti, la sua enciclica del 2020, una sorta di Pacem in Terris del nostro tempo. A Stoccolma gli smemorati del premio Nobel non si sono accorti che Francesco era, nel mondo, il più grande testimone della pace.
4) Ha un ricordo personale che può condividere con noi?
Le sue telefonate, all’improvviso. E poi la sua risata, aperta, quando sentiva che, ogni volta, lo riconoscevo dalla voce. «Mi ha riconosciuto?», esclamava, ridendo come un bambino. Era rimasto molto contento del mio volume Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, uscito nel 2017, e non lo nascondeva. «Ma come ha fatto?», mi domandava. Intendeva dire: «Come ha fatto a comprendere così bene il mio pensiero?». Era sorpreso che un europeo si fosse così calato nel contesto latino-americano. Quando l’ho incontrato a Santa Marta, il 13 marzo 2023, ti sorprendeva per la sua semplicità, per come ti metteva a proprio agio. Avevi di fronte un papa che era, allo stesso tempo, un padre e un fratello, una persona con cui potevi parlare liberamente di tutto. È stata un’esperienza unica, a suo modo, irripetibile.