«Vi racconto il Papa Francesco intellettuale». A Salerno monsignor Bellandi, don Landi e Lorella Parente presentano il volume su Bergoglio

Venerdì 14 febbraio nella Sala del Museo Diocesano di Salerno si è svolta la presentazione del mio volume “Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale”. L’opera è stata illustrata da monsignor Andrea Bellandi, arcivescovo metropolita di Salerno, e da don Antonio Landi, biblista, docente alla Pontificia Università Urbaniana. L’incontro è stato organizzato e moderato dalla professoressa Lorella Parente, teologa e docente all’ISSR Salerno.

Qui una rassegna dell’evento che ha trovato grande risonanza nei media locali:

http://www.salernotoday.it/eventi/salerno-presentazione-libro-borghesi-15-febbraio-2020.html?fbclid=IwAR3EImlaka0tjM1rV9ccxATfcAIaYJR6lVtjv5X-r-TZ_es7BAWeK8a-X0Y

https://www.parrocchiagesurisorto.it/wordpress/massimo-borghesi-a-salerno/

E questo il servizio di Cilento Channel

Riporto al proposito una mia intervista a Stefano Pignataro per la «La Città di Salerno», pubblicata il 14 febbraio a p. 23, dal titolo «Vi racconto il Papa Francesco intellettuale».

 

Professore, in una recente intervista su Papa Francesco, incentrata sul suo carisma, Lei ha dichiarato che “Papa Francesco è al di fuori di ogni dialettica tra progressisti e tradizionalisti e che il suo Papa di riferimento sia Paolo VI”. Secondo Lei, quale elemento maggiormente emerge sul Papato di Francesco  dopo sei anni? L’aspetto sociale (Una Chiesa povera per i poveri) o dottrinale, con una costante attenzione dimostrata all’apertura su alcuni temi quali divorziati o famiglia?

A chi vuol conoscere il pontificato di Francesco consiglio sempre di leggere Evangelii gaudium, è il manifesto del suo pontificato. Quanto alla sua domanda rispondo con una citazione tratta dalla bellissima biografia del Papa scritta da Austen Ivereigh (Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, Mondadori). Scrive Ivereigh: «Il radicalismo di Bergoglio non va confuso con la dottrina o l’ideologia progressiste. È un atteggiamento radicale perché è missionario e mistico. Francesco è istintivamente e visceralmente contrario ai “partiti” nella Chiesa, ed è convinto che il papato affondi le radici nel cattolicesimo tradizionale del santo popolo fedele di Dio, e in particolare nei poveri. Non scenderà mai a compromessi sulle questioni scottanti che dividono la chiesa dall’Occidente laico, un divario che i progressisti amerebbero colmare modernizzando la dottrina. Tuttavia egli non è nemmeno, come risulta altrettanto evidente, un papa della destra cattolica: non userà il pontificato per combattere battaglie politiche e culturali che ritiene debbano essere combattute a livello diocesano, ma se ne servirà per attirare ed insegnare; né ritiene necessario ripetere all’infinito ciò che è già noto, anzi desidera porre l’accento su quanto è stato in parte dimenticato: la paterna bontà e la clemenza misericordiosa di Dio. E mentre i cattolici conservatori vorrebbero parlare di più di temi etici che di temi sociali, è felice di fare proprio l’opposto, ossia recuperare un cattolicesimo come “indumento senza cuciture”».

In questi anni, cosa della tradizione gesuitica del Papa è emersa chiaramente nelle sue posizioni?

Molte cose. Non si comprendere la spiritualità, la mistica, la teologia morale e cristocentrica di Bergoglio senza tener presente il suo essere, in profondità, discepolo di S. Ignazio. La sua dottrina del discernimento, che egli tiene costantemente presente nella sua azione di guida della Chiesa, è tipicamente ignaziana. Come ignaziana è la sua percezione realistica, “carnale”, della fede. Da S. Ignazio e dalla sua rilettura operata dal gesuita francese Gaston Fessard dipende il senso della vita cristiana vissuta come una tensione costante tra grazia e libertà, abbandono a Dio e impegno nel mondo, infinitamente grande e infinitamente piccolo.

La sua costante vicinanza al popolo, al suo “pueblo”, di sicuro lo ha reso unico in certe sue manifestazioni. Può ancora oggi la Chiesa dirsi “in uscita” non solo con una vicinanza “corporale” del suo Pastore o crede che vi sono ancora alcuni aspetti su cui soffermarsi?

La Chiesa del post-89, dopo la caduta del comunismo, si è pericolosamente chiusa progressivamente in sé stessa. Il Papa si avvede di questo pericolo. Per questo condanna il clericalismo come male del cattolicesimo odierno ed auspica una Chiesa “in uscita”. Il Pastore vorrebbe un cristianesimo missionario, aperto, fondato su una libera testimonianza e non su pretese egemoniche derivate dall’idea di una cristianità perduta. Il cattolicesimo è in larga misura malato di risentimento dovuto a molti fattori: l’avanzata del mondo secolarizzato, la perdita di influenza e di potere da parte dei cristiani, ecc. Un cristianesimo risentito, fondato solo sulla critica e sulla lotta, rischia di divenire la riserva indiana dei puri che non vogliono contaminarsi. Il Papa non vuole questo. Desidera testimonianze gioiose che portino nel mondo, in un mondo gravato da molti mali, la manifestazione della misericordia Di Dio. Nell’era del nichilismo solo l’amore è credibile. È il titolo di una nota opera di Hans Urs von Balthasar.

L’America latina, terra da cui proviene Bergoglio, è ancora oggi vessata da condizioni di estrema povertà e da latenti contraddizioni. Il 24 marzo saranno quarant’anni dall’uccisione di Oscar Romero. Quali, secondo Lei, gli atti più significativi di Bergoglio per la sua terra natia in questi anni di Pontificato?

La vicinanza di Francesco alla sua America Latina è uno dei motivi per cui l’Occidente (Usa ed Europa) diffidano e non lo amano. Troppo vicino ai poveri. I suoi critici non sanno che l’opzione preferenziale per i poveri non è una “sua” scelta; è un orientamento condiviso da tutta la Chiesa dell’America Latina. D’altra parte in un continente dove i poveri sono milioni chi se non la Chiesa può divenire il loro avvocato? Non è, in Bergoglio, una scelta “marxista”. Il Papa non è mai stato filo-marxista e chi lo afferma dimostra malafede ed ignoranza.  La sua è una scelta evangelica.

Come giudica lo stile comunicativo “conversazionale” (a dirla con Mons. Viganò)

Rientra pienamente nello stile evangelico di cui parlavo. Francesco non recita discorsi scritti da altri, non è il megafono del Vaticano. Nel suo parlare è sempre “dialogico”, si rivolge a qualcuno, guarda a qualcuno. Lo ha detto lui stessa nella famosa intervista a P. Spadaro: quando parla deve guardare a “chi” parla. Allo stesso modo dopo i suoi incontri ufficiali provvede sempre a salutare le persone, ad una ad una. Ognuno è infinitamente prezioso agli occhi di Dio. Francesco fa sentire anche i più umili – loro in particolare – come degni di onore e di rispetto.

Nell’Evangelii gaudium, Papa Francesco ci esorta a diffidare dalla cultura del benessere che scarta chi rimane indietro”. Come legge questa precisa presa di posizione, da molti ritenuta come una comica “apertura socialista” del Pontefice?

Mi lasci dire che comico è chi lo critica su questo punto. L’economia degli “scarti” è l’economia del capitalismo finanziario che trionfa a partire dagli anni ’90. Nell’euforia del modello della globalizzazione un mercato senza regole ha dettato le “sue” regole fondate sull’unica legge dell’aumento smisurato dei guadagni, dei profitti, dei redditi di una minoranza che detiene le ricchezze della terra. Il risultato è stata una società darwiniana fondata su una selezione spietata che, per motivi dettati dalla concorrenza, ha ridotto il lavoro lasciando fuori giovani ed anziani. Una società che non tollera più i deboli, i malati, i portatori di handicap, i non nati imperfetti. La grande ricchezza si fonda su milioni di scarti: questo è quanto denuncia il Papa. È un richiamo biblico, potente. Non ha bisogno di citazioni politiche per essere compreso.

Lei, nel Suo volume, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale (Jaca Book) racconta la biografia del Pontefice. Se dovesse scegliere un episodio cardine della sua esistenza in cui Lei ha visto una caratteristica comune al futuro Francesco, quale sceglierebbe?

La mia è una biografia “intellettuale” che  ripercorre, per la prima volta, la formazione di studio e di riflessione del futuro Papa. All’interno di questa ricostruzione molti momenti della vita di Bergoglio colpiscono. La sua è una vita drammatica che attraversa le vicende tragiche dell’Argentina dagli anni ’70 in avanti. La stoffa del futuro Papa si misura da allora, dal suo essere il più giovane Provinciale dei gesuiti, nella prima metà degli anni ’70, alla sua solitudine all’interno del suo stesso Ordine, a motivo di gelosie ed incomprensioni. Una statura carismatica la sua che matura attraverso le prove, gli incontri, le responsabilità assunte, il confronto con il potere politico. Un grande Papa, su questo non ho dubbi.

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