SkyTg24 il 21 aprile, giorno della scomparsa di papa Francesco, mi ha intervistato per un ricordo e qualche cenno sulla sua vita e le sue opere. Ecco il video e la trascrizione dell’intervista.
Io vado a salutare e ringraziare l’ospite che è collegato con noi, il professor Massimo Borghesi, filosofo, docente universitario di filosofia morale, autore di diversi volumi dedicati a Bergoglio. Buongiorno, professore, grazie.
Buongiorno a lei, buongiorno.
Vorrei chiederle anzitutto: qual è l’humus intellettuale e culturale in cui Francesco è cresciuto, si è formato e che ha poi dato un’impronta al suo pontificato?
L’humus è senza dubbio la sua formazione nell’ambito dei gesuiti in Argentina, in un periodo drammatico della storia argentina, segnato dalla dittatura militare del generale Videla, dalla feroce repressione del governo e, dall’altra parte, dalla guerriglia rivoluzionaria. A 36 anni, Bergoglio diventa il più giovane provinciale dei gesuiti in Argentina, con il difficilissimo compito di tenere unito l’ordine e preservarlo dalle tentazioni.
Queste tentazioni erano, da un lato, il rischio di appoggiare il governo e, dall’altro, di cedere alle simpatie filocastriste rivoluzionarie. Sul piano intellettuale, sviluppa un modello di pensiero che lo accompagnerà per tutta la vita, fino al pontificato: il pensiero della polarità, ovvero la Chiesa come sintesi degli opposti. È un pensiero della conciliazione, della pace, che cerca sempre un punto di sintesi là dove le situazioni umane tendono alla contraddizione e alla guerra. Questo pensiero, fondato filosoficamente sull’antropologia di Romano Guardini, pensatore italo-tedesco che aveva offerto questo modello, sarà centrale nella formazione intellettuale di Jorge Mario Bergoglio e si ritrova anche nei documenti del futuro Papa.
Un Papa che ha sempre portato avanti l’idea di una Chiesa aperta a tutti. Le chiedo: quali resistenze ha incontrato Bergoglio all’interno della Chiesa rispetto al suo pensiero, al suo operato e alla sua portata, per certi versi rivoluzionaria, rispetto ai suoi predecessori, pur considerando che ogni pontefice ha portato novità durante il proprio pontificato?
Quando viene eletto, Bergoglio si trova a gestire un’eredità molto complicata. Ce ne siamo dimenticati, ma la Chiesa per cui Benedetto XVI aveva dato le dimissioni, con grande coraggio, era una Chiesa travagliata, divisa, segnata dagli scandali della pedofilia del clero, una Chiesa che aveva perso credibilità agli occhi del mondo. In pochi anni, il pontificato di Bergoglio ha permesso alla Chiesa di riacquistare prestigio, dignità, forza e credibilità: questo è un grande merito di questo Papa.
Tuttavia, ha trovato contrasti molto forti, in una Chiesa e in un mondo polarizzati. La sua azione si è sviluppata su più fronti. Da un lato, ha criticato la falsa idea di globalizzazione, che portava a uno scontro tra l’Occidente e il resto del mondo: una globalizzazione puramente economica, fondata sull’iperliberismo, che, come lui stesso ha detto, genera indifferenza, estraneità, inimicizia, non solidarietà tra i popoli. Dall’altro, si è confrontato con il problema dell’islamismo radicale, una vera minaccia. Qui, l’opera meritoria di Papa Francesco è stata quella di instaurare un dialogo con le forze più moderate dell’Islam, all’insegna del Dio della pace, non della guerra, compiendo un’importante azione di pacificazione.
Inoltre, si è trovato a operare in un mondo profondamente diviso, quello che lui ha definito una “terza guerra mondiale a pezzi”. Non dimentichiamo che il filo rosso del suo pontificato è stato la pace. Negli ultimi anni, spesso percepiti come pacifici, in realtà si sono susseguiti numerosi conflitti minori. Bergoglio ha insistito incessantemente sulla pace, anche quando la sua voce era ridotta a un filo.
Vorrei ricordare le sue parole di ieri, non lette da lui ma dal maestro delle celebrazioni liturgiche, a proposito della pace. Credo che più di un leader, italiano o straniero, si sia sentito toccato. Ha detto che non c’è pace dove manca la libertà religiosa, la libertà di pensiero e di parola. Non c’è pace – e qui le chiedo un aiuto per capire il suo pensiero in questo momento di grande caos internazionale, in cui gli equilibri si stanno riassestando, se non ribaltando – dove non c’è un vero disarmo, dove l’esigenza di difesa dei paesi diventa una corsa al riarmo.
Sì, questo è stato un punto chiave del suo pontificato. Ricordiamo che già nel 2013, con l’incontro di preghiera a Piazza San Pietro, offrì un assist al presidente Obama nel conflitto con la Russia sulla Siria. Quel gesto probabilmente contribuì a scongiurare un conflitto dalle conseguenze gravissime. Sin dall’inizio, Bergoglio ha affrontato la disgregazione del mondo, dell’Occidente e non solo, un mondo che sembra aver dimenticato la lezione della Seconda Guerra Mondiale e che si avvia verso una serie di conflitti che, sommati, rischiano di portare a una guerra mondiale.
Siamo pienamente dentro questa crisi, come lei ha accennato. Questo Papa, accusato di essere irenico, pacifista o ottimista inguaribile, aveva in realtà un senso drammatico della storia. Intravedeva nella Chiesa, nei cristiani e negli uomini religiosi la missione di edificare e sostenere la pace. La sua enciclica Fratelli Tutti del 2020, una sorta di Pacem in Terris come quella di Giovanni XXIII, scritta in un momento grave della storia, è un auspicio per trovare vie di mediazione, una visione di un mondo multipolare, opposta a chi desidera un mondo manicheo.
Dal 2001, siamo ricaduti in un orizzonte manicheo, con la contrapposizione tra forze del bene e del male. Questo clima favorisce i conflitti, senza capacità di mediazione. Il Papa si è speso con tutto se stesso, anche durante il conflitto tra Russia e Ucraina. È stato criticato per non aver preso posizione a favore dell’Occidente, per non aver difeso apertamente una parte contro l’altra. Eppure, come dimenticare il gesto della Via Crucis al Colosseo, dove una donna ucraina e una russa portavano insieme la croce? O il suo affidare alla Madonna entrambe le nazioni cristiane in lotta? Questa è stata la sua posizione, non sempre gradita, anche a Bruxelles.
Ha ragione, tante critiche sono arrivate, non solo da Bruxelles ma dall’Occidente in generale, a volte manifeste, a volte velate, proprio per non aver preso posizione. Ma parliamo di un pontefice che ha sempre avuto a cuore tutti i popoli. Ricordo, come lei ha citato la Via Crucis con la donna russa e ucraina, come abbia più volte affidato a Dio le madri, russe e ucraine, e la loro sofferenza per i figli che combattono in una guerra non scelta da loro.
Professore, la ringrazio e la saluto. Grazie davvero per essere stato con noi e per le sue riflessioni. A presto e buon lavoro al professor Massimo Borghesi.