Il 21 aprile 2026 ricorre il primo anniversario della scomparsa di Papa Francesco. La sua formazione intellettuale è nevralgica per chi voglia capirlo. Il sussidiario.net ha ricordato la data pubblicando delle pagine tratte dalla Introduzione al mio ultimo volume su papa Francesco.
IlSussidiario.net, lunedì 20 aprile, UN ANNO SENZA FRANCESCO l Il pensiero “cattolico” del Papa tra Fessard e Guardini (Massimo Borghesi)
Domani ricorre il primo anniversario della scomparsa di Papa Francesco. La sua formazione intellettuale è nevralgica per chi voglia capirlo
Domani, martedì 21 aprile, ricorre un anno dalla morte di Papa Francesco. Lo ricordiamo attraverso pagine tratte dalla Introduzione al volume di Massimo Borghesi, Da Bergoglio a Francesco. Un pensiero cattolico, uscito per Jaca Book alla fine del 2025. In esse l’autore chiarisce i motivi che lo hanno spinto ad uno studio sul “pensiero” del Papa latino-americano, con la persuasione della sua attualità per la Chiesa di oggi.
Quando ho iniziato a scrivere il volume Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, nel settembre del 2016, l’opinione comune, sia tra gli estimatori di papa Francesco che tra i suoi critici, era quella di un pontificato “pastorale”, antitetico rispetto a quello marcatamente teologico e intellettuale di Benedetto XVI. Sfuggiva ai più il fatto che Francesco avesse un pensiero, originale e profondo, che si esprimeva nei suoi discorsi e nei suoi documenti senza, però, che questo fosse visibile e manifesto.
Una sorta di torrente sotterraneo che emergeva solo a tratti in superficie. Era Bergoglio stesso che, da pontefice, contribuiva a “schermare” la sua formazione culturale, quasi che essa non fosse significativa. Ne è conferma il volume Spera. L’autobiografia, uscito nel 2025, poco prima della morte, dove il suo iter scolastico è appena accennato. Eppure, nonostante questa reticenza, era evidente che Bergoglio avesse una specifica connotazione intellettuale. Questa persuasione, per quanto mi riguarda, era alimentata da tre letture.
La prima era suggerita dalla miglior biografia del Pontefice in circolazione: The Great reformer. Francis and the Making of a radical Pope di Austen Ivereigh. Ivereigh aveva il merito di analizzare autori e idee che accompagnavano la formazione e la vita di Bergoglio. Era l’unico che si era soffermato su questi aspetti. Le altre biografie, per quanto accurate, presupponevano che il futuro Papa, il pastore dal linguaggio semplice, fosse in qualche modo avverso alla riflessione intellettuale. Senza avvedersene legittimavano l’immagine, diffusa tra i critici di papa Francesco, di un Papa privo della formazione culturale, teologica e filosofica, indispensabile per l’ufficio petrino. La ricerca di Ivereigh, documentando un complesso quadro di rapporti ideali e di influenze, sconfessava questa immagine.
La seconda lettura che mi portava all’idea di un Bergoglio-pensiero era data dal capitolo III di Evangeli gaudium: “Il bene comune e la pace sociale”. In esso papa Francesco affermava che “per avanzare in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, vi sono quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale” (n. 221). I quattro principi erano: Il tempo è superiore allo spazio, l’unità è superiore al conflitto, la realtà è superiore all’idea, il tutto è superiore alla parte. Le coppie bipolari erano tre: pienezza (tempo)-limite (momento), idea-realtà, globalizzazione-localizzazione.
La costruzione della pace e della giustizia implicava una filosofia della polarità, una visione antinomica, dialettica, della realtà. Una filosofia di cui non venivano fornite le fonti e il quadro di riferimento.
La terza lettura che mi confermava sull’esistenza di un pensiero bergogliano era quella degli scritti dell’autore allorché era Provinciale dei gesuiti argentini, nella seconda metà degli anni 70. In questi testi l’autore faceva uso di un modello “polare” della vita e della società che risultava essere decisamente originale. Dalle conferenze e dalle relazioni di allora emergeva lo sforzo del giovane gesuita di condurre la Compagnia al di là della contrapposizione, violenta e spietata, che divideva l’Argentina tra la giunta militare e la guerriglia rivoluzionaria. I gesuiti non dovevano dividersi tra le opposte fazioni ma lottare per l’unità del popolo dilacerato.
La Chiesa, nella visione di Bergoglio, era la complexio oppositorum di quei contrasti che, sul piano naturale, non potevano conciliarsi degenerando in contraddizioni insanabili. Il cattolicesimo, come soggetto di pace, si opponeva al manicheismo e si adoperava affinché i poli opposti – come, ad es., quello tra progressisti e reazionari – trovassero una superiore conciliazione senza, con ciò, risultare annullati.
Si trattava di una prospettiva originale che allo studioso dell’antropologia polare di Romano Guardini ricordava quella guardiniana. Sapevo, ovviamente, che Bergoglio si era recato nel 1986 a Frankfurt, in Germania, per una tesi di dottorato sulla filosofia di Guardini. Quella filosofia, però, non era presente nei suoi scritti degli anni 70, e nemmeno in quelli della prima metà degli anni 80.
Da dove, allora, Bergoglio aveva tratto l’idea di un pensiero “polare”, in cui la sintesi delle opposizioni veniva affidata al Mistero che opera nella storia? Allorché ho iniziato a scrivere il volume non ero in grado di rispondere. Non rimaneva che rivolgere a lui, al Papa, la domanda attraverso un amico comune: Guzmán Carriquiry, allora vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina. Così ho inviato a Papa Francesco un insieme di questioni aperte, unitamente al progetto del volume su di lui.
In modo sorprendente, data la diffidenza di Bergoglio verso le riflessioni intellettuali che cadono nell’astratto, il Papa metteva a disposizione il suo tempo prezioso. In quattro occasioni, tra il gennaio e il marzo del 2018, rispose, attraverso dei file audio registrati, alle domande che gli avevo inviato.
Grazie a ciò si è aperto un mondo, il laboratorio ideale di Bergoglio, difficilmente intuibile diversamente. L’anello mancante, il punto di raccordo tra la concezione del pensiero polare degli anni 70 e quella segnata da Romano Guardini, dopo l’86, ha trovato un nome: Gaston Fessard. È il grande gesuita francese, amico di Henri de Lubac – altro autore di riferimento per Bergoglio -, che, in stretta dipendenza dal pensiero di Maurice Blondel, sviluppava, in un confronto serrato con Hegel, una concezione cattolica della dialettica per cui Cristo era l’unità di schiavi-liberi, uomini-donne, giudei-pagani. Fessard è l’autore che è all’inizio del pensiero di Bergoglio.
Com’egli afferma in una delle sue interviste rifluite nel mio studio: “Ma lo scrittore… che ha avuto un grande influsso su di me è stato Gaston Fessard. Io ho letto parecchie volte La Dialectique des “Exercices spirituels de Saint Ignace de Loyola” e altre cose di lui. Lì ha dato a me tanti elementi che si sono poi mischiati”.
Si tratta di una confessione di grande importanza. Il Papa offriva la chiave per comprendere la genesi del suo pensiero e, insieme, il filo rosso che lo teneva unito. Ne La dialectique des “Exercices spirituels de Saint Ignace de Loyola” (Aubier, 1956), Fessard analizzava la spiritualità di S. Ignazio a partire dalla tensione tra grazia e libertà, tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra contemplazione e azione. Il giovane Bergoglio rimarrà molto colpito da questa interpretazione dinamica degli Esercizi.
Ne trovava conferma in un testo di Karl-Heinz Crumbach, Ein ignatianisches Wort als Frage an unseren Glauben, del 1969. La “Teologia del ‘come se’” di Crumbach si ispirava a Fessard nel delineare l’incontro mistico tra Dio e uomo, una sorta di “paradosso” direbbe Henri de Lubac, il cui risultato, per Bergoglio, era una concezione della fede vivente intesa come continua domanda di grazia, come pensiero “tensionante” mai concluso e soddisfatto.
Il quadro del pensiero del futuro Papa risultava così chiarito e il volume poteva essere portato a compimento. Si trattava del primo libro dedicato al “pensiero” di Jorge Mario Bergoglio, uno studio che smentiva la leggenda del Papa “latinoamericano” inadeguato rispetto ai canoni della cultura occidentale. Come scriveva Guzmán Carriquiry nella sua Premessa alla prima edizione del nostro volume:
“Il libro di Massimo Borghesi non viene a confondersi nel mare editoriale dedicato al pontificato. Si tratta, infatti, di uno studio molto importante che prende in esame un aspetto essenziale, decisamente trascurato, per la comprensione dell’attuale pontefice: quello della genesi e dello sviluppo del suo ‘pensiero’. In questo libro, dal titolo Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale. Dialettica e mistica, l’autore manifesta un approccio originale rispetto a tutta la letteratura su Francesco. Attraverso una straordinaria capacità di raccolta di fonti e di ricerca, il testo offre un sistematico approfondimento dell’entroterra culturale e degli influssi intellettuali che hanno contribuito a formare la personalità e il ‘pensiero’ di Jorge Mario Bergoglio. Si tratta di un contributo indispensabile per conoscere meglio la personalità complessa di papa Francesco, nella quale si coniugano la sua esperienza pastorale, l’esperienza mistica e quella intellettuale”.
Il giudizio di Carriquiry era confermato da Austen Ivereigh il quale subito dopo la pubblicazione del libro scriveva:
“Molte persone vicine a Francesco attendevano con ansia un libro in uscita questa settimana in Italia, che sicuramente sfata il mito secondo cui, in qualche modo, egli non avrebbe la solidità filosofica e teologica necessaria per diventare papa. La sorprendente ‘biografia intellettuale’ di Jorge Mario Bergoglio scritta da Massimo Borghesi dimostra che questa critica – nata da un misto di snobismo e ignoranza, come ha scritto in un recente articolo su L’Osservatore Romano, il quotidiano vaticano – è, qualunque sia la vostra opinione su Francesco, semplicemente errata. Nella sua affascinante e profonda esplorazione del pensiero del papa a partire dagli anni 60, Borghesi, professore di filosofia morale all’Università di Perugia e autore di numerosi studi sulla dialettica di Romano Guardini, dimostra che la schiettezza di Francesco è, come lui stesso afferma, ‘semplicità come meta che presuppone la complessità di un pensiero profondo e originale’. Non è una novità per me. Esplorando i suoi complessi scritti giovanili per la mia biografia di Francesco, ero consapevole di trovarmi di fronte a un intelletto sorprendentemente vasto, plasmato da un modello di pensiero con profonde radici teologiche. Eppure, fino ad ora, questo è stato difficile da dimostrare, perché nessuno ha dedicato a quel pensiero il trattamento sistematico che meritava. La complessità del pensiero di Francesco è stata oscurata in parte perché grandi intellettuali cattolici latinoamericani come la filosofa argentina Amelia Podetti e il pensatore uruguaiano Alberto Methol Ferré – entrambi molto influenti su Bergoglio – sono fuori dalle mappe accademiche cattoliche europee e americane. […] Quindi, chiunque cerchi di riassumere il pensiero del Papa deve scavare in profondità e spaziare ampiamente, oltre ad avere una comprensione della complessità della dialettica. Borghesi è uno dei pochi con la capacità e l’impegno per intraprendere questo compito”.
In modo analogo Francesco Papagni, dopo l’uscita dell’edizione tedesca del volume, si interrogava:
“Cosa ha plasmato questo Papa? Quali persone hanno influenzato il suo pensiero? Come si è sviluppata la sua teologia? Gli attuali libri papali non forniscono risposte a queste domande. Quasi nessuno qui conosce l’ambiente intellettuale e politico del Sud America degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. E coloro che conoscono a fondo i dibattiti teologici, come il gesuita vallesano Nikolaus Klein, non appaiono in pubblico. Un ricercatore italiano si è posto proprio questo compito: ricostruire i dibattiti teologici e politici di quegli anni. Il libro di Massimo Borghesi: Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale (Jaca Book, 2017) offre un’affascinante visione dall’interno di un gruppo di pensatori alla ricerca di un percorso indipendente per l’America Latina tra il socialismo cubano e il capitalismo americano. In questo progetto politico, il cattolicesimo popolare avrebbe assunto il ruolo di una cultura continentale. Una figura di spicco in questi circoli era la professoressa di sociologia Amelia Podetti. Rifletteva le relazioni centro-periferia; un tema che gioca un ruolo importante nell’ecclesiologia di Francesco. Chiunque voglia davvero comprendere cosa abbia motivato Papa Francesco in futuro troverà in questo approccio la chiave per capirlo. È interessante notare che il libro di Borghesi menziona molti nomi che non sono menzionati nell’autobiografia del Papa, Speranza. Francesco semplicemente non vuole essere un intellettuale, anche se ha indubbiamente sviluppato una teologia. Ma questo non lo abbiamo ancora capito”.
Gli apprezzamenti ricevuti non significavano che il volume fosse “compiuto” e coprisse per intero la riflessione bergogliana. Alcuni punti avrebbero meritato di essere approfonditi. Tra essi l’amore e l’interesse di Bergoglio verso la letteratura.
Un interesse documentato dalla Lettera del Santo Padre Francesco sul ruolo della letteratura nella formazione pubblicata il 17 luglio 2024. Dal punto di vista filosofico un fattore avrebbe invece meritato maggiore attenzione: quello relativo alla figura di Miguel Ángel Fiorito, colui che fa scoprire al giovane Bergoglio l’importanza dell’opera di Fessard.
Una lacuna che può ora essere colmata grazie alla pubblicazione, nel 2019, dei 5 volumi degli Escritos pubblicati da La Civiltà Cattolica a cura di José Luis Narvaja. Si tratta di testi che, al momento della scrittura del volume, erano difficilmente reperibili. Grazie ad essi è ora possibile misurare in tutto il suo rilievo l’influenza esercitata dal maestro sul suo allievo.