In dialogo su papa Leone XIV con Javier Martínez-Brocal di ABC.es

Propongo qui la traduzione di una conversazione che ho avuto con Javier Martínez-Brocal di «ABC.es», che mette a confronto lo stile pastorale di Leone XIV con quello di Jorge Mario Bergoglio, e riflette sulla nuova fase che si apre nel rapporto tra Chiesa e scena internazionale. Leggi qui l’articolo originario in spagnolo.

Martínez-Brocal (Granada, 1978), giornalista, segue il Vaticano dagli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II. Ha accompagnato Joseph Ratzinger e Francesco in numerosi viaggi nel mondo. Attualmente è vaticanista per il quotidiano «ABC» e per l’emittente televisiva «La Sexta». È autore di El Papa de la Misericordia (2015) e El Vaticano como nunca te lo habían contado (2018).

ABC.es, domenica 19 aprile, Il mite Leone XIV si impone più al mondo del deciso Papa Francesco (Javier Martínez-Brocal)
Corrispondente in Vaticano
19/04/2026 Aggiornato 20/04/2026 – 04:10

In tema di guerra, il suo discorso è in continuità con quello di Bergoglio, ma i suoi modi sereni trovano un’eco migliore negli ambienti conservatori, più ostili a Francesco

Dalla sua elezione, Leone XIV ha cercato di muoversi sotto traccia sulla scena mondiale. Ma questo profilo basso è saltato in aria lunedì scorso, quando ha risposto dall’aereo papale agli insulti del presidente degli Stati Uniti. «Non ho paura né dell’Amministrazione Trump né di proclamare ad alta voce il messaggio del Vangelo», ha assicurato. Il fatto che lo scontro non si sia fermato lì e che Trump abbia insistito nelle sue accuse suggerisce che qualcosa in questo Papa inquieta Washington. Persino il vicepresidente JD Vance ha consigliato a Prevost di «essere più prudente quando parla di questioni teologiche». Qualcosa è cambiato, perché contro Papa Francesco non si era arrivati così lontano.

Il gesuita Antonio Spadaro, saggista e sottosegretario del Dicastero per la Cultura della Santa Sede, ritiene che i nemici del Papa siano preoccupati perché «in questo momento il suo messaggio contro la guerra e contro le tirannie sta arrivando con grande forza e penetra facilmente anche in settori che prima si mostravano più resistenti». «Il discorso di Leone XIV in materia di guerra e di Dottrina sociale della Chiesa è in piena continuità con quello di Bergoglio, e il modo sereno e moderato di proporlo ha una buona accoglienza in ambiti ecclesiali più legati alla Tradizione, che a suo tempo furono ostili a Francesco», aggiunge.

La canzone è la stessa, ma questo interprete riesce a raggiungere pubblici che non erano in sintonia con il suo predecessore. Massimo Borghesi, dell’Università di Perugia, biografo di Jorge Mario Bergoglio e autore di La controversia cattolica – La reazione a papa Francesco, ricorda che «era facile presentare Bergoglio agli occhi dei cattolici statunitensi come il Papa “rosso”, populista, “pro-Obama”, antiamericano. Ma ora questo inganno del Papa sospetto di “eresia” non funziona più: Prevost è di Chicago, non nutre sentimenti antiamericani».

Non è chiaro cosa abbia spinto Donald Trump ad attaccare Leone XIV. Forse le ripetute condanne del Papa ai conflitti in tutte le sue omelie durante la Settimana Santa, o il fatto che abbia simbolicamente portato quella croce nella Via Crucis al Colosseo mentre si rifletteva sulle guerre, o ancora la convocazione di una veglia per la pace per fermare la «catena demoniaca del male». Oppure la sua reazione si è costruita lentamente nel tempo.

Leone XIV non ha cercato lo scontro e raramente si riferisce a Trump o ad altri leader mondiali. Tuttavia è intervenuto sulla moralità di misure politiche concrete. A novembre, interrogato sulle politiche anti-immigrazione della Casa Bianca, ha invitato a «riflettere», osservando che «molte persone che hanno vissuto per anni e anni (negli Stati Uniti) senza mai creare problemi sono state profondamente colpite da quanto sta accadendo». A gennaio, dopo l’arresto di Maduro a Caracas, il Papa si è detto «preoccupato» e ha poi denunciato davanti al Corpo Diplomatico «l’entusiasmo bellico di alcuni individui» e la «diplomazia basata sulla forza». A Washington non piace neppure che Roma esprima «preoccupazione» per quanto accade a Cuba. Ora, secondo Trump, il Papa avrebbe detto «che l’Iran può avere un’arma nucleare», ma non risulta, e la posizione della Santa Sede è che tutti i Paesi fermino la proliferazione nucleare.

Il Papa ha deciso di intervenire il 7 aprile, dopo la minaccia di Donald Trump di distruggere ponti e centrali elettriche in Iran, un possibile crimine di guerra perché si tratta di obiettivi civili. Trump aveva scritto sui social che «un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più» se Teheran non avesse accettato un accordo. Le parole contano, e sembravano una minaccia di genocidio. «Non è accettabile la minaccia contro l’intero popolo iraniano», dichiarò quel giorno il Papa. «Invito i cittadini di tutti i Paesi coinvolti a contattare le autorità, i leader politici e i parlamentari per chiedere loro di lavorare per la pace e di rifiutare la guerra armata», aggiunse. «Credo che avrebbe preferito agire diversamente, ma la situazione gli imponeva di prendere posizione apertamente; altrimenti sarebbe stato accusato di codardia, di irrilevanza, di non dire nulla davanti alla minaccia di una terza guerra mondiale», osserva Borghesi.

Pochi giorni dopo, Trump ha pubblicato il suo messaggio sui social: «Papa Leone è debole contro la criminalità e pessimo in politica estera (…) Non voglio un Papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia armi nucleari. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che gli Stati Uniti abbiano attaccato il Venezuela (…) Non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto». Secondo Austen Ivereigh, autore della biografia di Papa Francesco Il grande riformatore, «Trump ha reagito come se Leone XIV fosse un rivale politico, ma questa categoria non si applica al ruolo dei Papi. Nella sua reazione si coglie una certa impotenza».

La vera novità di questa crisi è stata però la risposta del Papa agli insulti. Di solito la Santa Sede preferisce tacere per non aggravare le tensioni. Tuttavia Leone XIV ha deciso di intervenire personalmente per dimostrare che non accetta pressioni. «Non ho paura né dell’Amministrazione Trump né di proclamare ad alta voce il messaggio del Vangelo, che è ciò per cui credo di essere qui. Non siamo politici. Non affrontiamo la politica estera dalla stessa prospettiva in cui lui potrebbe intenderla, ma credo nel messaggio del Vangelo come costruttore di pace», ha affermato.

Per Ivereigh, «Leone XIV è riuscito a spiegare con grande chiarezza la posizione della Chiesa». «Quando Francesco parlava del diritto degli ucraini a difendersi, molti si chiedevano perché evitasse il concetto di “guerra giusta”. Ora la critica che gli rivolge JD Vance è la stessa. Ma Leone XIV lo ha spiegato in modo più chiaro dicendo che la Chiesa non benedice chi fa la guerra, chi usa la religione come strumento politico. Questa distinzione è fondamentale».

Nel corso di quest’anno i media hanno ironizzato sul «silenzioso» Leone XIV. Ma fin dalla sua prima apparizione dopo la fumata bianca ha parlato di «una pace disarmata e disarmante» e in questi mesi ha mantenuto questa linea senza clamore. Questo ha permesso a tutti i settori di interpretare in modo univoco le sue parole.

Secondo Borghesi, la crisi di questa settimana apre una nuova fase del papato. «Leone ha espresso ciò che sentono milioni e milioni di persone nel mondo, e questo spiega anche la sua popolarità, ben oltre le divisioni politiche», osserva. «Ha rotto il ghiaccio. Oggi è l’unica figura mondiale capace di contrastare Trump: primo perché è americano, secondo perché è il Papa. Francesco veniva liquidato dicendo che era latinoamericano. Con lui questo gioco non funziona».

Con la sua risposta dall’aereo, Leone XIV non ha solo replicato al presidente degli Stati Uniti in piena escalation verbale, ma ha segnato il limite di ciò che la Santa Sede considera irrinunciabile. La crisi ha mostrato che, nonostante il suo stile mite, il Papa è disposto a intervenire quando è in gioco la pace. E ha rivelato che la sua voce, americana e universale, rappresenta un contrappeso inatteso in uno scenario internazionale sempre più polarizzato. Ha chiarito che, quando serve, sa anche ruggire.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *