Magnifica humanitas: un manifesto personalista nell’età dell’intelligenza artificiale

Giovedì 28 maggio ho partecipato a un dialogo promosso dal Centro Culturale di Milano dedicato alla nuova enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Insieme ad Alberto Cozzi e a Stefano Zamagni, coordinati dal giornalista Alessandro Banfi, abbiamo cercato di comprendere la portata di un testo che affronta una delle questioni decisive del nostro tempo: il rapporto tra l’uomo, la tecnologia e il potere.

La mia impressione è che questa enciclica rappresenti uno dei documenti più tempestivi del magistero contemporaneo. Se documenti fondamentali della dottrina sociale della Chiesa, come la Rerum Novarum, arrivarono quando le trasformazioni economiche e sociali erano già pienamente dispiegate, Leone XIV interviene nel cuore di una rivoluzione ancora in corso. Non si limita a formulare giudizi morali sull’intelligenza artificiale, ma individua il quadro culturale che la rende possibile e ne amplifica gli effetti: quel “paradigma tecnocratico” già denunciato da Papa Francesco e oggi potenziato in modo senza precedenti dalle tecnologie digitali.

L’intelligenza artificiale non è infatti il vero oggetto dell’enciclica. Essa è piuttosto il punto di osservazione da cui emerge una questione più profonda: la tendenza contemporanea a ridurre l’uomo a funzione, dato, algoritmo, elemento sostituibile di un sistema governato dall’efficienza e dal controllo. Per questo considero Magnifica humanitas un autentico manifesto personalista in un tempo di crescente spersonalizzazione.

Particolarmente significativo mi sembra il quinto capitolo del documento, dedicato al rapporto tra tecnologia, potere e guerra. Leone XIV mostra come la rivoluzione digitale stia modificando gli equilibri geopolitici mondiali, favorendo nuove forme di dominio e alimentando logiche imperiali che indeboliscono il multilateralismo. In questa prospettiva assume un ruolo centrale il richiamo agostiniano alle due città. Da una parte vi è la Babele della potenza, dell’autosufficienza e della competizione senza limiti; dall’altra la Gerusalemme da edificare, simbolo di una civiltà fondata sulla fraternità e sull’amore. È una contrapposizione che non appartiene soltanto alla teologia, ma illumina drammaticamente il nostro presente.

Ho sottolineato come la rivoluzione digitale abbia modificato anche la grammatica stessa dei conflitti. Le guerre vengono percepite sempre più attraverso schermi e immagini, mentre si affievolisce la memoria storica delle tragedie del Novecento. In questo contesto torna a prevalere la logica amico-nemico descritta da Carl Schmitt: non esiste più spazio per la mediazione, ma soltanto per la contrapposizione. Da qui la critica del Papa all’uso strumentale della teoria della “guerra giusta”, spesso invocata per giustificare ciò che dovrebbe invece essere giudicato e limitato.

A questa deriva Leone XIV contrappone ciò che definirei un “sano realismo”. Non il cinismo di chi accetta il dominio della forza come inevitabile, ma nemmeno l’ingenuità di un idealismo incapace di confrontarsi con la realtà storica. È una posizione che richiama la riflessione di Reinhold Niebuhr e che invita a entrare concretamente nei processi tecnologici per regolarli, ponendo limiti e criteri condivisi.

Nel corso dell’incontro, Stefano Zamagni ha insistito sul trasferimento del potere dagli Stati alle grandi piattaforme tecnologiche globali e sulla necessità di costruire nuove istituzioni capaci di governare questi processi. Don Alberto Cozzi ha invece evidenziato la sfida antropologica rappresentata dalle correnti transumaniste e postumaniste, accomunate dalla convinzione che l’uomo debba essere superato perché imperfetto. Entrambi gli interventi hanno mostrato, da prospettive diverse, quanto sia urgente una rinnovata riflessione sull’umano.

La questione decisiva, a mio avviso, è proprio questa. Non dobbiamo leggere Magnifica humanitas come un semplice documento ecclesiale rivolto ai credenti. L’enciclica parla a tutti coloro che hanno a cuore la libertà, la democrazia e la dignità della persona. In un’epoca in cui alcuni immaginano un futuro nel quale l’intelligenza artificiale possa sostituire progressivamente l’essere umano, Leone XIV ricorda che la persona non è un mezzo, non è una funzione e non è un algoritmo. È il fine. Ed è proprio per questo che la sua enciclica assume oggi il valore di una vera e propria resistenza culturale.

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