Propongo qui il testo del mio intervento pubblicato su IlSussidiario.net il 24 maggio 2026, dedicato al discorso di Papa Leone XIV ai responsabili dei movimenti ecclesiali. Mi sembra un intervento particolarmente significativo perché affronta un nodo decisivo per il presente della Chiesa: il rapporto tra carisma e istituzione, tra memoria e profezia, tra autorità e libertà. Nelle parole del Papa ho ritrovato una forte continuità con l’eredità di Papa Francesco, ma anche un richiamo molto concreto alla necessità che i movimenti sappiano evitare sia la chiusura identitaria sia la semplice ripetizione rituale del passato. È una riflessione che riguarda da vicino non solo i movimenti, ma più in generale il modo in cui la fede può continuare a generare una presenza viva e creativa dentro la storia contemporanea.
IlSussidiario.net, domenica 24 maggio, LEONE XIV E I MOVIMENTI ECCLESIALI | Cosa cambia? (Massimo Borghesi)
Pubblicato 24 Maggio 2026
Non uomini soli al comando, né ripetizioni rituali del passato. La lezione di papa Leone XIV ai leader di movimenti e associazioni ecclesiali
Il discorso di papa Leone XIV, il 21 maggio, ai partecipanti all’incontro dei moderatori delle associazioni di fedeli e dei movimenti ecclesiali ha una sua importanza che è doveroso valutare. Esso mostra la continuità di papa Leone con il suo predecessore su un tema – quello della salute dei movimenti laicali – che continua ad interrogare la Chiesa.
Nel suo discorso a conclusione del III Convegno mondiale dei movimenti ecclesiali, svoltosi a Roma il 20-22 novembre 2014, papa Francesco aveva indicato ai loro rappresentanti tre punti per una vera maturità ecclesiale: la freschezza del carisma, il rispetto della libertà delle persone, il perseguimento della comunione interna ed esterna, con tutta la Chiesa.
Se il terzo punto era condizione di ogni autentica missione, il secondo era basilare per evitare i settarismi tipici dei fenomeni comunitari. Nella Chiesa la comunione sorge solo nella libera adesione, non da coercizioni sottili o dalla pressione della consuetudo. E questo tanto più in un tempo in cui la fragilità psicologica e l’insicurezza soggettiva spingevano e spingono verso soluzioni non problematiche, protettive.
Secondo il Papa:
“Bisogna resistere alla tentazione di sostituirsi alla libertà delle persone e a dirigerle senza attendere che maturino realmente. Ogni persona ha il suo tempo, cammina a modo suo e dobbiamo accompagnare questo cammino. Un progresso morale o spirituale ottenuto facendo leva sull’immaturità della gente è un successo apparente, destinato a naufragare”.
La pazienza degli educatori doveva avere come mira la formazione di personalità libere: né gregari, né funzionari. Il Papa aveva presente non solo le chiusure asfittiche di certi ambienti religiosi, segnati da un dispotismo interno, ma anche la burocratizzazione che ha contraddistinto la Chiesa nel corso degli ultimi decenni: il doppio clericalismo che vede gli ecclesiastici concentrati sulle loro “funzioni” clericali e il laicato come oggetto passivo di decisioni prese altrove.
Rispetto a questa deriva la “stagione dei movimenti”, che ha segnato la Chiesa negli anni 70-80, ha costituito, certamente, un valido contrappeso, una sorgente di speranza per tutto il popolo cristiano. I movimenti hanno dimostrato che il rinnovamento conciliare era reale, che la Chiesa era una vera “communio”, che la secolarizzazione e la scristianizzazione non erano il destino necessario del moderno.
Questa stagione è sembrata declinare nel passaggio dal vecchio millennio al nuovo. Non solo l’episcopato, almeno in Italia, è sembrato meno attento, dopo l’89 e il tramonto del comunismo storico, ai movimenti ecclesiali ma, anch’essi, si sono progressivamente “intiepiditi”. Chi per “separazione” dal mondo, chi per eccessiva “immersione”, le realtà ecclesiali laicali hanno perso quello slancio missionario che le aveva caratterizzate. Così i principali soggetti che si erano opposti alla burocratizzazione ecclesiastica ne sono rimasti condizionati.
Il risultato è che la vita comunitaria si è irrigidita, spesso, nella ritualità di gesti sempre identici, di incontri programmati, di parole ripetute, prive di carne e di sangue. Il tutto segnato da un progressivo ritrarsi e chiudersi al mondo.
Attento alla loro realtà, al valore che essi mantengono per la Chiesa universale, ora papa Leone si rivolge ai loro responsabili con parole che vanno misurate per la loro rilevanza. Si tratta infatti, in primo luogo, di parole rivolte proprio ai responsabili. Il governo delle comunità implica, secondo il Papa, tre conseguenze.
“La prima è che dev’essere per l’utilità di tutti (cfr 1Cor 12,7), cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. La seconda conseguenza è che non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto, da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo. La terza conseguenza è che, come ogni carisma, anche il governo di un’associazione è soggetto al discernimento dei Pastori”.
Perché un’autorità laicale possa essere riconosciuta occorre che essa permetta “che la voce di tutti si esprima in modo libero”.
Colpisce la sottolineatura della libertà. I responsabili dei movimenti hanno conferma della loro autorevolezza non solo dalla loro nomina, derivata da “libere elezioni”, ma, altresì, dal modo in cui viene esercitata.
“Alcune caratteristiche devono essere sempre presenti nel governo: l’ascolto reciproco, la corresponsabilità, la trasparenza, la vicinanza fraterna, il discernimento comunitario (cfr Discorso ai partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo, 19 febbraio 2026). Oltre a ciò, vorrei ricordare che ‘un buon governo, invece di concentrare tutto su sé stesso, promuove la sussidiarietà e la partecipazione responsabile di tutti i membri della comunità’ (ibid.)”.
Leone XIV applica qui il principio di sussidiarietà, che la dottrina sociale della Chiesa intende come autorganizzazione della società dal basso, come criterio valido anche all’interno della vita delle comunità e delle associazioni: non tutto deve procedere dall’alto. Le comunità ecclesiali devono muoversi secondo un principio sussidiario, di autonomia, in modo che tutti i membri possano divenire responsabili nella partecipazione comune.
I movimenti devono esprimere una visione polifonica, una ricchezza di vita che sorge dalle libere iniziative dei propri membri, singoli e associati. Ciò significa che l’autorità centrale non può pretendere di dettare l’agenda per intero, né presumere di determinare la vita delle comunità fin nei minimi dettagli. Una comunione autentica non dissolve le diversità in una vuota uniformità, ma le riconosce nel loro valore a partire dallo Spirito comune.
“Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione. Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti”.
I movimenti partecipano alla realtà ecclesiale, sono espressioni dello Spirito, nella misura in cui sono polifonici. L’uomo solo al comando rappresenta una deformazione pericolosa. Tutti i grandi fondatori di ordini religiosi erano accompagnati da amici, non hanno costruito in solitudine. Ciò vale per Bernardo, per Francesco, per Ignazio. Dopo la loro morte la vitalità del loro carisma è affidata non alla ripetizione rituale delle loro parole, ma allo spirito profetico dei loro continuatori la cui genialità si documenta proprio nell’evitare la ripetizione, e ciò per potersi davvero misurare con la storia.
Il Papa richiama, nel suo discorso, la dialettica tra memoria e profezia. I responsabili dei movimenti non possono solo richiamarsi ai fondatori ma devono rischiare, nella comunione condivisa con l’intera Chiesa, un giudizio che possa essere fecondo nel presente.
“Coloro che li governano, perciò, assumono un compito delicato: da un lato, sono chiamati a custodire e valorizzare la memoria di un patrimonio vivente; dall’altro, hanno un ruolo ‘profetico’, che implica il mettersi in ascolto delle attuali urgenze pastorali per comprendere in che modo rispondere alle nuove sfide e alle sensibilità culturali, sociali e spirituali del nostro tempo. Solo così, infatti, si può essere cristiani, discepoli e missionari nell’oggi della società e della Chiesa. Una parte del compito profetico di chi governa, dunque, è favorire l’apertura dell’associazione o del movimento, e di ciascuno dei suoi membri, alle situazioni storiche. L’appartenenza, infatti, è autentica e feconda quando non si esaurisce nella partecipazione ad attività interne al gruppo, ma interpreta i segni dei tempi e si proietta verso l’esterno, rivolgendosi a tutti, alla cultura del tempo e ai campi di missione non ancora esplorati”.
I movimenti, nella Chiesa, hanno una finalità missionaria. Coprono spazi che le parrocchie tradizionali non sono in grado di intercettare. Ciò significa che non possono ripiegarsi su sé se stessi, né guardare nostalgicamente al passato. Devono aprirsi in uno spirito di dialogo e di servizio verso coloro che sono “lontani”, devono portare il loro contributo al bene comune mostrando al mondo una diversità cristiana credibile, non settaria né astiosa.
“A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! […] Ogni autentico carisma include già in sé la fedeltà e l’apertura alla Chiesa. Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale”.
Per il Papa si tratta di “aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove”. Con ciò è delineato lo scopo che la Chiesa si attende dai movimenti: quello “profetico” di realtà cristiane che siano in grado di aprire al futuro ecclesiale a partire da una capacità di interpretare i “segni dei tempi” senza indugiare alle celebrazioni retoriche del proprio passato.
Questo scopo è oggi condiviso da gran parte della gerarchia ecclesiale. Ne troviamo conferma nel discorso che mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ha pronunciato il 14 maggio in Sant’Ambrogio, in occasione della chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione del Servo di Dio don Luigi Giussani. Le parole di mons. Delpini valgono, in questo caso, per tutti i movimenti. Dopo aver elogiato, con calore, i doni di grazia per tutta la Chiesa rappresentati dalla testimonianza di don Giussani, l’arcivescovo ha detto:
“Questa celebrazione, quello che circonda questo momento, deve anche aiutarci a vigilare su alcune tentazioni che si possono presentare. E la prima tentazione si potrebbe dire che è quella dello ‘schermo’, cioè il dare tanta importanza a monsignor Giussani da non andare oltre, da non andare verso Dio; perché l’importanza, l’affetto, la riconoscenza, talvolta rischiano di fare di Giussani il punto d’arrivo. Invece Giussani è stato, deve essere e potrà essere un invito ad andare oltre, ad andare verso Dio: uomo di Dio.
Un’altra tentazione che si può presentare è quella di considerare Giussani come un ‘giacimento’; così la grandissima produzione degli scritti finisce per essere come una specie di inesauribile miniera da cui continuamente si può trarre una citazione o un riferimento. Ma questo fatto di trattare l’opera di Giussani come un giacimento la fa diventare quasi una ‘cosa’, un insieme di ‘cose’, di oggetti, di cose ‘fissate’; mentre la freschezza fa sì che l’opera di Giussani debba essere una sorgente, non un insieme di reperti da rievocare: una freschezza che deve continuare a fecondare la terra e il cuore, il movimento e tutti coloro che incontrano.
La terza tentazione potrebbe essere quella del trionfalismo, quell’atteggiamento per cui si rischia di attirare l’attenzione su di sé e dire: ‘Guardate come siamo bravi, guardate come siamo numerosi, guardate quante cose buone che abbiamo fatto’. Invece mi pare che la vocazione con la quale il Signore ci chiama non sia quella di attirare l’attenzione su di sé o sul movimento o sulle sue realizzazioni; ma, attraverso tutto ciò che è il movimento e le che le sue realizzazioni possono offrire, di essere un dono, un dono per la Chiesa, un dono per la società, un dono per il presente, un dono per il futuro”.
Le affermazioni di mons. Delpini in Sant’Ambrogio confermano pienamente, nello spirito e nella lettera, le indicazioni offerte da papa Leone ai responsabili dei movimenti. C’è qui materiale di riflessione e di lavoro. I tempi sono drammatici e richiedono responsabilità e capacità critica. L’educazione alla fede deve essere in grado di formare persone in grado di portare un giudizio maturo sulla storia presente. La Chiesa e il mondo ne hanno urgente bisogno.