Lunedì 11 maggio 2026 ho partecipato, presso l’aula Álvaro del Portillo, alla presentazione del volume di Ángel Rodríguez Luño, Autonomia e libertà. Saggio sulla libertà nella cultura contemporanea. È stato un incontro intenso, dedicato a un tema classico e sempre decisivo: la libertà, bene unico e inestimabile, per il quale individui e popoli hanno sempre lottato.
Il libro di Rodríguez Luño ha il merito di affrontare la questione della libertà in tutta la sua ampiezza, senza ridurla a un problema settoriale. La prospettiva è interdisciplinare: filosofica, teologica, giuridico-politica ed ecclesiologica. Ogni concezione della libertà, infatti, implica sempre una certa idea dell’uomo, di Dio, della società e della Chiesa. Particolare rilievo assume nel volume la critica della libertà intesa come autonomia radicale, una concezione tipica della modernità che, proprio mentre pretende di liberare l’uomo da ogni dipendenza, può paradossalmente sfociare in esiti liberticidi.
Alla presentazione sono intervenuti, insieme all’autore, Santiago Sanz, della Pontificia Università della Santa Croce, Andrea Aguti, dell’Università di Urbino, e il sottoscritto. Vi propongo il video e una sintesi.
Nel mio intervento ho voluto anzitutto sottolineare il coraggio del libro di Ángel Rodríguez Luño. Non è frequente, oggi, affrontare il tema della libertà misurandosi criticamente con la grande tradizione dell’idealismo tedesco, da Kant a Fichte e Schelling. Eppure questo passaggio è fondamentale, anche per la teologia moderna. Oggi il dibattito sulla libertà tende spesso a restringersi all’ambito delle neuroscienze o, più recentemente, dell’intelligenza artificiale. Il merito del volume è invece quello di riportare la questione al suo livello propriamente filosofico.
Il cuore del problema riguarda la moderna identificazione tra libertà e autonomia. Nel pensiero moderno, da Hobbes a Locke, passando attraverso l’economia politica fino a Kant, essere liberi significa anzitutto non dipendere da nessuno. La libertà viene pensata in opposizione all’eteronomia, come indipendenza assoluta del soggetto. Questa impostazione, progressivamente, alimenta una visione sempre più individualistica, che trova poi esiti estremi nelle derive libertarie ed esistenzialiste. In autori come Sartre o Foucault l’uomo appare come colui che si auto-crea, che pretende di darsi da sé la propria forma. La libertà viene allora intesa in senso puramente negativo, come liberazione da ogni vincolo, da ogni relazione, da ogni dipendenza. Ma una libertà così concepita rischia di trasformarsi in solipsismo.
A questa genealogia filosofica ho cercato di aggiungere anche una chiave di lettura storica. L’individualismo moderno e la rivendicazione dell’autonomia non nascono nel vuoto. Nascono anche come reazione alla tragedia delle Guerre di Religione. La mancanza di una vera libertà religiosa all’interno della cristianità ha prodotto una crisi profonda, spingendo l’uomo moderno a difendersi attraverso il distacco da Dio e dalle istituzioni. La libertà come autonomia radicale è anche il frutto di una ferita storica.
Per questo ho apprezzato particolarmente la via d’uscita indicata da Rodríguez Luño attraverso il riferimento a Leonardo Polo. La proposta di affiancare ai classici trascendentali metafisici i trascendentali antropologici o personali, come la co-esistenza, permette di ripensare la libertà non contro la relazione, ma dentro la relazione. Solo fondando il legame profondo tra libertà e relazione si può superare la riduzione della libertà a mera autonomia. È un terreno su cui, in altro modo, aveva lavorato anche Cornelio Fabro, insistendo sul nesso tra libertà, persona e partecipazione.
Ho poi posto all’autore una domanda teologica. Rodríguez Luño sostiene che l’essenza della libertà non risieda nella scelta, cioè nel semplice libero arbitrio, ma nell’adesione volontaria al bene. La tesi è forte e importante. Tuttavia mi sono chiesto se, portata alle sue conseguenze ultime, non apra un problema. Se in Paradiso la visione di Dio diventasse un bene irresistibile, necessario, non verrebbe meno il libero riconoscimento? L’amore, per essere autentico, richiede libertà. E questo vale anche per Dio. Dio ama liberamente l’uomo, non per una necessità cieca della sua natura. Diversamente, si dovrebbe dire che Dio ami allo stesso modo un carnefice come Hitler e le sue vittime, cosa che risulta teologicamente inaccettabile.
Santiago Sanz ha affrontato il tema da una prospettiva teologico-dogmatica, apprezzando nel volume lo sforzo di rinnovare il realismo filosofico. Il suo intervento ha richiamato il peso della modernità e, in particolare, del nominalismo, nel rovesciamento del rapporto tra atto e potenza. Quando la possibilità viene posta prima dell’attualità, Dio stesso rischia di essere pensato come pura possibilità, come un soggetto che si realizza come e quando vuole, senza un fondamento ontologico. Di riflesso, anche l’uomo viene concepito come pura autodeterminazione. Sanz ha invitato a mantenere sempre insieme la prospettiva metafisica e la storia della salvezza, perché solo così si possono comprendere adeguatamente i diversi stati storici della libertà umana.
Andrea Aguti si è concentrato invece sulla condizione culturale contemporanea, mettendo in luce un paradosso molto significativo. La nostra epoca esalta continuamente la libertà, ma nello stesso tempo manifesta una forte tendenza a liberarsene. Questo accade sul piano politico, nelle derive autocratiche e totalitarie; sul piano sociale, attraverso la massificazione e il conformismo; sul piano filosofico, nella riduzione scientista dell’uomo a puro animale; e oggi anche sul piano tecnologico, quando si delegano all’intelligenza artificiale scelte decisive della propria vita. Richiamando Il Grande Inquisitore di Dostoevskij, Aguti ha concordato con Rodríguez Luño sul fatto che la vera libertà consista nell’affermazione del bene. Ha però posto una domanda ulteriore: nella nostra condizione terrena, la possibilità di peccare, cioè di rigettare la libertà stessa, non appartiene forse in modo imprescindibile alla nostra esperienza concreta dell’essere liberi?
Nella sua replica, Ángel Rodríguez Luño ha chiarito due punti essenziali. Rispondendo ad Aguti, ha ripreso sant’Anselmo per spiegare che la possibilità di peccare appartiene alla condizione storica dell’uomo, ma non costituisce l’essenza della libertà. Una definizione piena di libertà, infatti, deve poter valere anche per Dio e per gli angeli, nei quali la possibilità del peccato non può essere considerata elemento costitutivo della libertà.
Rispondendo poi alla mia provocazione sul libero arbitrio in Paradiso, Rodríguez Luño ha proposto un’immagine efficace: un uomo chiuso a chiave in una stanza nella quale desiderava ardentemente rimanere. Anche se non può uscire, quell’uomo è libero, perché sta facendo esattamente ciò che ama. Così, nella visione di Dio, o nella vita stessa della Trinità, la volontà prende inevitabilmente posizione verso il sommo bene, ma lo fa attraverso un atto di amore supremo, che rappresenta la massima espressione della libertà. Non è necessario che vi sia un’alternativa di scelta perché vi sia libertà: la libertà, nella sua forma più alta, è adesione piena e amorosa al bene.
In conclusione, Rodríguez Luño ha anche anticipato che i suoi prossimi studi potrebbero concentrarsi su Hegel, per mostrare come la libertà assoluta, svincolata da ogni determinazione, tenda sempre a trasformarsi in una “furia della distruzione”. Un’indicazione preziosa, che conferma l’attualità del tema discusso: la libertà non può essere pensata come pura autodeterminazione senza legami, perché una libertà senza verità, senza bene e senza relazione finisce per distruggere se stessa.