La sinistra dopo Trump. Una discussione necessaria

Il 15 maggio 2026 sono intervenuto a Roma all’incontro “La sinistra dopo Trump”, promosso da DieciAgosto. Capire il presente, insieme a Geminello Preterossi, docente di Filosofia del diritto e Storia delle dottrine politiche all’Università di Salerno, e a Stefano Fassina, economista e fondatore dell’Associazione Patria e Costituzione.

È stata una serata intensa, non semplicemente dedicata all’attualità politica americana o al fenomeno Trump, ma a una domanda più radicale: che cosa resta oggi della sinistra? E soprattutto: è ancora possibile una sinistra capace di rappresentare il popolo, il lavoro, i ceti subalterni, la dimensione comunitaria e solidale della vita sociale?

Stefano Fassina ha aperto l’incontro chiarendo che il “dopo Trump” non indica un fenomeno ormai archiviato, ma il passaggio di fase inaugurato dalla sua comparsa sulla scena politica nel 2016. Trump, ha osservato, non è la causa ma la conseguenza di un ordine neoliberale divenuto insostenibile sul piano economico, sociale, geopolitico e spirituale. Per questo la sinistra non può limitarsi a pensare come battere la destra sul terreno elettorale: deve chiedersi chi rappresenta, quale rapporto ha con il lavoro, se è ancora capace di dare voce a chi vive in condizioni di subordinazione, precarietà e marginalità. La questione del lavoro, per Fassina, non può essere ridotta a una policy tra le altre, perché è un ancoraggio antropologico, comunitario e spirituale, come ricorda anche l’articolo 1 della Costituzione italiana.

Geminello Preterossi ha proposto una riflessione molto netta sulla crisi della politica e sulla necessità di uscire dai simulacri. La sinistra liberal-globalista, a suo giudizio, è oggi parte del problema, non della soluzione. La sua adesione al vincolo esterno, alla tecnocrazia, alla neutralizzazione della sovranità democratica e alla finanziarizzazione dell’economia ha prodotto uno svuotamento della politica. Preterossi ha insistito sulla necessità di una genealogia del “nulla politico” in cui siamo immersi: non basta riprendere le vecchie formule, né immaginare che basti una buona amministrazione. Occorre piuttosto ricostruire le condizioni di una politica di sostanza, capace di pensare nuovamente l’alternativa, il conflitto, la sovranità democratica, il rapporto tra popolo e istituzioni.

Nel mio intervento sono partito da un punto che considero decisivo: la sinistra dopo Trump non può essere la sinistra di Kamala Harris, cioè la sinistra woke, liberal, identitaria, modellata sulle élite urbane e universitarie. A mio giudizio, proprio quella sinistra ha contribuito potentemente alla vittoria di Trump. Non ha saputo dare risposte alla crisi prodotta dalla globalizzazione, alla deindustrializzazione, alla perdita del lavoro manifatturiero, allo smarrimento sociale di interi pezzi del popolo americano. E, nello stesso tempo, ha imposto un modello culturale percepito da larghi strati popolari come aggressivo verso i valori tradizionali e religiosi.

Per comprendere questo passaggio bisogna tornare alla storia degli ultimi trent’anni. Dopo il 1989 la sinistra post-comunista, invece di fare i conti criticamente con la propria storia, ha operato una rimozione. Si è legittimata assumendo come modello la sinistra anglo-americana di Clinton e Blair, cioè la cornice progressista della globalizzazione. È stata la sinistra a rendere presentabile, accettabile, soft, il volto duro del nuovo capitalismo finanziario. Basti pensare, negli Stati Uniti, all’abrogazione della legge Glass-Steagall nel 1999 sotto l’amministrazione Clinton, passaggio fondamentale nella trasformazione delle banche in soggetti pienamente immersi nella speculazione finanziaria globale. In Inghilterra il New Labour di Blair ha proseguito, sotto altre forme, l’opera di deregulation avviata da Margaret Thatcher.

In questo senso, la nuova sinistra è stata necessaria al neocapitalismo. Privatizzazioni, riduzione del welfare, delocalizzazioni, riduzione dei salari e indebolimento del lavoro avevano bisogno di una copertura “di sinistra”. Se a realizzarle fosse stata la destra, la conflittualità sociale sarebbe esplosa. Se invece a portarle avanti era la sinistra, i sindacati e le basi popolari venivano disarmati o resi subalterni. La sinistra, così, ha smesso di occuparsi del rapporto tra capitale e lavoro, degli operai, degli svantaggiati, dello Stato sociale. Ha assunto una postura liberal, non più sociale.

Questo mutamento ha avuto due volti. Il primo è stato un universalismo astratto: l’idea che i confini non contino più, che si sia tutti cittadini del mondo, che la globalizzazione sia il destino naturale dell’umanità. Ma questo universalismo corrispondeva perfettamente al volto transnazionale del nuovo capitalismo finanziario. Il secondo volto, apparentemente opposto, è stato il tribalismo dei diritti. La sinistra non ha più parlato a tutti, non ha più proposto un orizzonte comune, ma si è fatta rappresentante di una somma di minoranze, identità, gruppi, rivendicazioni particolari. È diventata l’arcipelago dei nuovi diritti, perdendo la capacità di una prospettiva universalistica reale.

Qui si colloca la questione della sinistra woke. La vecchia sinistra aveva come riferimento l’uguaglianza, anche sociale. La nuova sinistra, invece, ha spesso assunto la logica vittimaria, la protezione delle minoranze considerate in quanto minoranze, senza più una sintesi politica capace di parlare al popolo nel suo insieme. Il suo riferimento culturale non è più Gramsci, ma il Sessantotto francese, Foucault, la moltiplicazione dei margini, delle identità, delle soggettività frammentate. Tutto ciò ha prodotto un linguaggio per minoranze, non per maggioranze. E ha prodotto anche la neolingua, cioè l’idea che il cambiamento della realtà passi primariamente attraverso la trasformazione del linguaggio.

Questa, per me, è una delle forme più evidenti del carattere virtuale della sinistra postmoderna. La realtà viene sostituita dal linguaggio. I rapporti sociali vengono sostituiti dalle formule linguistiche. La questione del lavoro, della povertà, della famiglia, della comunità, del bisogno materiale e spirituale delle persone viene oscurata da un moralismo linguistico. Marx sarebbe esploso davanti a una simile riduzione idealistica. Non è più il cambiamento sociale a contare, ma la correzione del linguaggio.

Il risultato è che la nuova sinistra ha provocato la reazione conservatrice. La sua presunzione morale, il sentirsi antropologicamente e culturalmente superiore, la sua distanza dai valori popolari e religiosi hanno consegnato alla destra temi che non erano necessariamente di destra. Penso, innanzitutto, alla dimensione comunitaria. Una sinistra che non vede più la comunità, che non parla più di legami, di doveri, di solidarietà concreta, lascia che siano i populismi e le destre a occupare quel terreno. Eppure il pensiero comunitarista contemporaneo non nasce come pensiero di destra: autori come Alasdair MacIntyre, Charles Taylor, John Milbank, Adrian Pabst hanno posto questioni decisive sul limite dell’individualismo liberale e neoliberale. La sinistra liberal, però, non ha voluto ascoltarli.

L’altro grande tema rimosso è quello religioso. Ho ricordato che papa Francesco avrebbe potuto essere una sponda straordinaria per una sinistra sociale: contro la guerra, contro la tecnocrazia, contro l’economia che uccide, a favore delle periferie e dei poveri. Eppure la sinistra italiana non ha saputo valorizzare quel magistero. Lo ha ignorato o guardato con imbarazzo. Questo è un segno profondo della sua secolarizzazione. Uscendo dal marxismo, la sinistra non ha ritrovato una dimensione religiosa o ideale più ampia, ma spesso è diventata ancora più irreligiosa, perché ha rigettato ogni forma di fede, ogni orizzonte di senso.

Eppure una sinistra senza apertura religiosa muore. Non perché debba diventare confessionale, ma perché la sinistra chiede solidarietà, e la solidarietà esige una motivazione ideale. Perché dovrei rinunciare a una parte del mio benessere per l’altro? Perché dovrei sacrificarmi per l’immigrato, per il povero, per il malato, per chi ha meno? Senza una ragione ideale, senza una dimensione spirituale, ciascuno si richiude nel proprio individualismo borghese. Jürgen Habermas lo aveva intuito già dopo l’11 settembre: senza un rapporto nuovo con le risorse morali e religiose, la sinistra non riesce a contrastare la desacralizzazione prodotta dalla globalizzazione.

Per questo ho insistito sul fatto che una sinistra post-marxista e post-borghese può rinascere solo dal basso, dalle esperienze vive di solidarietà, di volontariato, di condivisione dei bisogni. In Italia ci sono centinaia di migliaia di persone che tengono in piedi una società che altrimenti andrebbe in polvere: famiglie, associazioni, opere, reti di volontariato, comunità locali. La politica quasi non le vede. E invece è da lì che si dovrebbe ripartire: non da un nuovo statalismo, non dal liberismo, ma da uno Stato capace di riconoscere e sostenere una sussidiarietà solidale.

Ho richiamato anche l’Europa. Non per negarne il valore: l’Europa ci ha dato decenni di pace e resta un grande bene storico. Ma l’Europa si salva solo se resta fedele al suo tratto più originale: il welfare, lo Stato sociale, la protezione della vita dei suoi cittadini. Se invece il futuro europeo viene ridotto a riarmo, competizione tecnologica e intelligenza artificiale, senza una parola sulla giustizia sociale, allora l’Europa perderà il consenso dei popoli e consegnerà il continente alle destre nazionaliste.

A conclusione del mio intervento ho citato The Old Oak, il film di Ken Loach del 2023. In un ex villaggio minerario del nord-est dell’Inghilterra, devastato dalla chiusura delle miniere e dallo smarrimento sociale, arrivano famiglie siriane in fuga dalla guerra. In mezzo a ostilità, paure e pregiudizi, nasce lentamente una forma di solidarietà concreta attorno a una mensa popolare organizzata nella stanza di un vecchio pub. Quel film mostra che una solidarietà dal basso è ancora possibile. La sinistra tornerà a essere tale solo quando saprà riconoscere, valorizzare e tradurre politicamente queste esperienze.

Nel dibattito successivo sono emerse domande importanti. Una partecipante ha contestato l’idea che la sinistra non valorizzi il volontariato o non abbia rapporti con il mondo cattolico, ricordando la riforma del Terzo settore del 2017 e l’esperienza romana della Comunità di Sant’Egidio. Ho risposto che questi esempi sono reali e positivi, ma non qualificano un progetto politico complessivo. Il punto non è l’assenza di cattolici o di buone pratiche nella sinistra, ma il fatto che la dottrina sociale della Chiesa, il magistero di Francesco, la centralità della pace e del lavoro non siano diventati asse portante di una visione politica.

Ho ribadito anche che esistono due immagini diverse della sinistra. Una è la sinistra dei diritti, liberal, secolarizzata, arcobaleno, centrata soprattutto sull’individuo e sulle identità. L’altra è una sinistra sociale, capace di parlare di lavoro, comunità, povera gente, welfare, pace, dimensione religiosa, solidarietà. Il problema è che oggi la prima ha occupato quasi interamente lo spazio della seconda.

Preterossi, nel confronto finale, ha insistito sulla crisi dell’Occidente, sulla necessità di vedere la devastazione prodotta dalla globalizzazione finanziaria, sulla vicenda Corbyn come esempio di demonizzazione interna di una sinistra realmente alternativa. Fassina, chiudendo l’incontro, ha richiamato l’urgenza di un discorso duro, non consolatorio: se la sinistra non rappresenta più coloro per cui era nata, cioè i subalterni, il lavoro, i ceti popolari, questi troveranno rappresentanza altrove, spesso nelle destre nazionaliste e razziste.

La serata ha lasciato aperta una questione decisiva. Non si tratta semplicemente di chiedersi se la sinistra vincerà o perderà le prossime elezioni. La domanda è più profonda: può ancora esistere una sinistra capace di guardare in faccia la realtà, di rompere con la subalternità al neoliberismo, di ritrovare il popolo, il lavoro, la comunità, la pace, la solidarietà, il senso religioso della vita? È da qui che, a mio giudizio, occorre ripartire.

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