Enzo. Ricordo di un grande amico

Venerdì 24 aprile ci ha lasciati, a Torino, Enzo Arnone. Il tumore, che lo ha assediato per più di dieci anni, costringendolo a continue entrate ed uscite dall’ospedale, ha alfine vinto. Lascia la moglie, Bernardetta, i figli Marta, Maria, Giacomo, Beniamino, una infinità di nipoti. Enzo era di Sansepolcro, come me, la città di Piero della Francesca, dove la Toscana confina con l’Umbria, la Romagna, le Marche. Veniva dal cuore dell’Italia, quello dei comuni, dei campanili, delle cattedrali. Era la sua patria. Come scriveva nel suo volume Aguzzare gli occhi al vero. In cammino con Dante:

La patria non è una nozione ideologica o anagrafica: è il mondo delle piccole e grandi cose che segnano la vita di un uomo, il gusto del pane, i volti, la memoria di un passato condiviso, i luoghi familiari nei cui spazi si è costruita la propria storia e quella di coloro che formano il grembo affettivo in cui hanno preso forma le proprie certezze e le proprie speranze[1].

A Sansepolcro aveva trascorso la sua fanciullezza fino gli anni del liceo. Poi l’Università a Firenze, la laurea in filosofia, e l’insegnamento che lo avrebbe condotto, come in un lungo pellegrinaggio, in varie scuole, magistrali e licei, lungo tutta la penisola. Nel 1973-’75 è a Città di Castello, poi a Montevarchi, Arezzo, Napoli, Siena, Bassano del Grappa, Torino. A Torino, dopo molto vagare, è stato rettore dell’Istituto Sant’Anna e, negli ultimi anni, a lui si deve il progetto “Dante spiegato ai bambini” rivolto alle classi elementari della scuola SS. Natale.

Qui ha concluso la sua esistenza. In tutte le scuole dove ha insegnato Enzo ha portato il vento di una giovinezza e la passione per un ideale di vita che aveva incontrato, nel periodo liceale, attraverso una grande sacerdote, l’iniziatore di Gioventù Studentesca a Sansepolcro: don Battista Gregori[2]. Anch’io ho conosciuto don Battista. È stato mio insegnante di religione in prima liceo. Lo ricordo nel suo sorriso aperto, nella sua vitalità espansiva, accogliente, nella sua intelligenza lucida ed acuta. Travolgente, giovane con i giovani, carismatico, era riuscito in pochi anni a creare una comunità cristiana giovanile relegando in una stanza di palazzo Graziani, la sede dell’associazionismo cattolico locale, biliardini e tavoli da ping pong.

A Sansepolcro nasceva, alla metà degli anni ‘60, un movimento giovanile cattolico che si ispirava ad una realtà analoga maturata a Forlì, grazie a don Francesco Ricci. Entrambi, don Battista e don Francesco, dipendevano, a loro volta, dalla Gioventù Studentesca milanese portata avanti da don Luigi Giussani. Si trattava di un’esperienza travolgente che restituiva un cristianesimo vivo, centrato sull’amicizia tra ragazzi e ragazze, che appariva come qualcosa di inedito nel panorama ecclesiale e giovanile degli anni ‘60. Un volume di Alfredo Socali, pubblicato da poco, costituisce, per Sansepolcro, la migliore cronistoria di quegli anni[3].

Enzo fu letteralmente travolto da quella esperienza. L’incontro con don Battista lo aveva segnato nel profondo. Come ha testimoniato in un incontro dell’Associazione Newman di Torino, dedicato a Dante, incontro di cui possediamo il video: «Fino a quell’incontro i miei desideri erano alti, come per tutti voi ragazzi. Con un inconveniente: io ero basso. Basso di statura, fisicamente, esteticamente, socialmente. E quindi tutti i miei desideri erano compressi nel vano tentativo di lanciarsi verso la loro destinazione»[4]. Enzo era «basso nei mezzi, alto nelle aspirazioni». L’incontro con la comunità di Gs lo aveva liberato da quella contraddizione, gli aveva donato una perenne giovinezza che sarà la sua caratteristica sino alla fine. Nell’incontro su Dante, alla fine di gennaio di quest’anno, aveva esordito dicendo:

Non vi lasciate ingannare dall’evidente contrasto tra la senescenza del sottoscritto e la fiorente giovinezza di chi mi è accanto perché il contrasto, che è reale, ma è solo esteriore perché in entrambi batte lo stesso cuore, altrimenti non potremmo trovarci qui, questa sera, a parlare di Dante.

In Enzo il cuore giovane si univa ad una intelligenza acuta, animata di curiosità, sempre vigile. Ed a un cuore generoso, appassionato, mai spento. Si considerava un privilegiato, un amato da Dio e dai tanti amici che la vita gli aveva donato. Amato da sua moglie che lo ha assistito con attenzione e tenerezza in tutti gli anni della sua malattia. A lei ha dedicato il suo volume su Dante: «A mia moglie Bernardetta, che mi ha molto aiutato a scoprire dove tendono, pur nel loro girovagare, le parole che sgorgano dalle nostre giornate». In una pagina del libro citava un passo di Pasternak, tratto da Il dottor Živago, in cui il protagonista scriveva, pensando alla donna amata:

Spesso, poi, nella vita, ho tentato di dare un nome a quella luce d’incantesimo che lasciasti cadere allora su di me, a quel raggio che gradualmente si spegneva, a quel suono che moriva, cose che mi hanno accompagnato per tutta l’esistenza e sono divenute la chiave della mia conoscenza di tutto il resto del mondo, grazie a te[5].

La “luce d’incantesimo” che la donna amata getta sul protagonista del romanzo è la medesima di cui parla Albert Beguin il quale, accennando all’Eve di Péguy in una sua lettera del 1942, parla del «singolare incantesimo» esercitato dal poema su di lui[6]. Anche in Enzo l’“incantesimo” era costantemente presente. Era sotto la sua luce che anch’egli, con Dante, condivideva il desiderio del cielo nutrito dell’amore alla terra. Per questo il triplice amore di Dante era il suo: «Amore per Beatrice, amore per la poesia e passione per l’impegno nella storia, anche nella forma circoscritta ma intensamente vissuta per la politica cittadina, si intrecciano in Dante in un’unica, inalterata passione per il compimento del proprio destino, proprio nel triplice aspetto della bellezza che apre all’intuizione di Dio»[7].

Partito dalla filosofia, Enzo si era volto ben presto verso la letteratura. Lì il suo bisogno di concretezza, la cura della parola, la suggestione poetica del mondo dominato dal mistero, trovavano la sua dimora. Nello spazio letterario la trama degli incontri di cui la sua vita era intessuta poteva risplendere di luce nuova, diveniva, nel rapporto con i suoi studenti, l’orizzonte a partire dal quale poeti e scrittori divenivano accessibili, compagni di viaggio nel tragitto della vita. Così era nato il volume Note di letteratura italiana, edito nel 2020, così il testo su Dante che raccoglieva lezioni in video disponibili su internet. Enzo era uno straordinario educatore, partiva dal testo e lo interpretava alla luce di un vissuto che arrivava dritto al cuore dei suoi giovani uditori. Coinvolgeva perché si coinvolgeva.

Questo cuore palpitante era il segreto dell’amicizia che ci legava sin dalla nostra giovinezza. Io ero arrivato tardi alla fede, negli anni dell’Università. In lui, più grande di me di qualche anno, potevo trovare un fratello maggiore, un amico che ti capiva, il testimone di un ideale. Non certo l’ottuso militante che, nei folli anni ‘70, ti travolgeva con slogan e certezze dogmatiche.

Successivamente la vita ci ha portato altrove, fuori dalla patria toscana, io a Roma, lui alfine a Torino. Di tanto in tanto le occasioni consentivano di rivederci. Ho di fronte una foto del matrimonio tra Roberto Rossi e Marisa, del 13 settembre 1986, che ci vede nel tavolo del banchetto l’uno di fronte all’altro. Assieme a noi, oltre agli sposi, sono presenti Bernardetta, don Enrico Arrigoni, Gilberto e Serena Baroni, mia moglie Carmen, mio fratello Andrea con sua moglie Lauretta, Ivo Castellano, don Angelo Chiasserini, Egisto e Claudia Mercati, Pasquino e Daniela Ricci, don Vando Valentini. Di questi amici, prima di Enzo, due ci hanno lasciato: don Angelo e don Enrico. Il 23 febbraio 2018 ci siamo rivisti a Torino, entrambi ospiti di Mario e Ketty Veneziano. È stata una cena bella, conviviale, le nubi all’orizzonte parevano lontane. Nel giugno del ‘22 mi inviava il suo volume su Dante con la seguente dedica: «Al caro amico Massimo, dal cui acume rigore di ricerca e di comunicazione continuo ad imparare». In realtà ero io che imparavo dalle sue riflessioni, dalla sua umanità.

Negli ultimi anni, dopo lunghe pause, ci siamo ritrovati. Io gli giravo i miei lavori, le mie riflessioni e lui le sue. Così la comunicazione tra noi ha assunto uno spessore che non aveva in passato. Il 27 aprile 2024 gli scrivevo:

Caro Enzo, siamo arrivati in porto dopo una serie di giravolte e dilazioni che duravano da tempo. Il volume di don Giacomo va in stampa la prossima settimana e arriverà in libreria, prevedibilmente, il 15-20 maggio. Più di 500 pagine: prefazione del Papa, mia Introduzione, testo delle omelie, biografia di 100 pagine + 16 foto. Ha richiesto non poco impegno ma ne sono molto contento. Credo che sia un bel regalo per coloro che hanno conosciuto don Giacomo. Restituisce la sua figura al movimento e alla Chiesa. Il filo rosso che ne emerge è il rapporto filiale, mai interrotto, con don Giussani.

Si trattava del volume di omelie di don Giacomo Tantardini, «È bello lasciarsi andare tra le braccia del Figlio di Dio». Omelie a San Lorenzo fuori le Mura (2007-2012), uscito nel 2024 con la Prefazione di papa Francesco[8]. Sapevo che il testo lo avrebbe interessato. Don Giacomo Tantardini, dal 1985 l’ispiratore del settimanale cattolico “Il Sabato” e della rivista ecclesiale internazionale “30 Giorni”, era stato uno dei collaboratori più stretti di don Giussani. Enzo lo aveva conosciuto e stimato grandemente. Così mi scriveva: «Caro Massimo, aspettavo. Appena posso voglio acquistare anche quello sul romanticismo. Stai lavorando in maniera avvincente e pertinente». Si riferiva al mio volume Il male necessario, uscito nel medesimo anno[9]. In luglio il lettore attento tornava a farsi presente. «Caro Massimo, sono impegnato nella contemporanea lettura de Il male necessario e delle omelie di don Giacomo. Per un po’ riposati e dammi il tempo di finire di leggere questi due bellissimi testi. Ciao. Enzo».

Questa sua attenzione, in mezzo a tutti i fastidi e le sofferenze procuratagli dal tumore, mi commuoveva. Nella seconda metà di agosto ci siamo rivisti a Sansepolcro. Abbiamo parlato a lungo, nella consapevolezza che il tempo si era fatto breve, della fortuna di essere ancora lì a raccontarci del passato e del presente. L’ho riaccompagnato a piedi, sottobraccio, su per la salita che passa davanti a S. Maria delle Grazie, la Chiesa delle messe giovanili della comunità, fino alla salita della piaggia, alla casa della sorella di Bernardetta, Luisanna, dove lui e la moglie erano ospiti. Bernardetta è scesa e non ha potuto nascondere le lacrime. Era come un addio e non si vorrebbe mai dire addio a chi si ama. Agli amici non si può dire addio. Così, dopo esserci abbracciati, con il cuore gonfio, sono tornato a casa pensando che non ci saremmo più rivisti. Di fatto il tumore gli avrebbe dato tregua, ancora un anno e mezzo di vita.

Tornato a Torino, così Enzo mi scriveva il 29 agosto 2024:

Ciao Massimo, stamane alle 4, non riuscendo più a dormire, mi sono messo al PC e mi sono imbattuto in un articolo di Del Noce pubblicato su Vita e Pensiero nel maggio del 1968. Certamente lo conosci bene: s’intitola Appunti per una filosofia dei giovani. Ovviamente per arrivare all’oggi mancano tanti temi: i diritti, il crollo del comunismo, l’accentuarsi della questione islamica, l’approdo nichilista dell’occidente e tanto altro ancora. Ma la base filosofica di questo cambio d’epoca mi sembra già tutta vaticinata del Nostro. Penso a quello che potresti tirar fuori tu, immettendoti con le tue capacità e la tua penna sulla scia di questo grande profeta. Quel saggio sul ’68 che io spero di riuscire a vedere, sarebbe il compimento di quella traiettoria che tu hai avviato dando vita a Il male necessario, per una comprensione finalmente non ideologica né partigiana della modernità. Scusa se mi sono permesso, ma è solo per la grande stima e per il debito di conoscenza della realtà che ho nei tuoi confronti. Un abbraccio. Enzo.

Il nostro dialogo si è fatto più intenso nel corso del 2025. In gennaio gli avevo inviato un articolo in cui ricordavo, nel momento della scomparsa, il nostro comune amico don Enrico Arrigoni[10]. Enzo mi rispondeva l’11 gennaio: «Grazie Massimo per questo tuo toccante ritratto di don Enrico. Io l’ho rivisto a Sondrio un anno fa ed è diventato proprio come tu lo descrivi. La malattia E la missione hanno perfezionato la sua umanità».

In febbraio una mia intervista a “Città Nuova”, su Trump e i cattolici, incontrava la sua piena condivisione[11]: «Ciao Massimo. Sto facendo girare l’intervista sui cattolici e Trump che hai rilasciato per Città Nuova. Mi sembra una delle cose più lucide ed equilibrate che ho letto sull’argomento. Un caro saluto a Carmen». Stessa sintonia dopo una mia intervista a “La Verità” del 27 marzo[12]: «Intervista fantastica! Sei uno dei pochissimi nel cui giudizio si coglie la risonanza dell’Assoluto dentro il marasma della storia». Il 28 marzo mi ha girato una riflessione di rara bellezza.

Caro Massimo, sperando di sentirti presto, mi permetto di inviarti in paio di riflessioni che mi son venute ieri sera e stamane sulla situazione che stiamo vivendo in quest’ora così drammatica.

In questo mondo in cui nessuno si sogna di costruire una socialità partendo dall’affermazione certa e indiscussa che l’assoluto si è fatto uomo, cosa può fare ciascuno noi, piccolo cristiano, piccolo militante di un piccolo movimento, il suo movimento, particella non risolutiva di una SUA Chiesa; cosa può fare di più del suo manifesto, del suo codice, del suo partito, della sua idea più lungimirante? Cosa può fare di più che fare sue le parole, la testimonianza del SUO Papa, gridando al mondo che non c’è altra pace se non quella per cui si offre il proprio sangue; cosa può fare di più chi non crede che l’amore sia un progetto, ma una persona che si dona; che cosa può dare di più chi pensa di aver dato tutto, ma non è ancora morto suoi disegni, pur non gettandone via alcuno; dimmi cosa può fare di più chi comunque sa che solo un Altro può mettere mano all’unica opera che salva? Solo dare tutto come se non avesse dato nulla, perché il banchetto è già preparato!

Stiamo riempiendo le nostre vite e la storia di metafore. «Aguzza ben gli occhi al vero…»: è oggi più che mai il momento della conoscenza per partecipazione affettiva, attestata su quei fondamenti razionali che il cammino nella comunità ha sviluppato. Occorre che tutto sia passato al vaglio critico di una esperienza che ha il suo caposaldo oggettivo: l’UNO, come oggi è presente nella storia, nel Papa e nella compagnia di Cl che ne declina la prossimità nel particolare quotidiano.

Soffriva, come me, della resa di tanto mondo cattolico di fronte alla tragedia della guerra, di quella russo-ucraina e di quella di Israele a Gaza, della sua incapacità di sostenere il Papa, del suo silenzio.

Contro ogni aspettativa Enzo, nell’estate del 2025, stava bene. E così il 21 agosto ci siamo ritrovati al ristorante “Il Cerro” di Caprese Michelangelo, con lui, Bernardetta, Carmen, Ivo, Pasquino, Daniela, Cecilia, Riccardo, Roberto. È stato un momento di rara bellezza. Si poteva ancora sperare che il male potesse regredire, che un’altra estate fosse concessa, che potessimo rivederci ancora. Di fatto non sarà così. Il 5 febbraio di quest’anno così mi scriveva:

Caro Massimo, finalmente ho avuto, convalescente dopo un ricovero in ospedale per un’infezione, l’agio di leggere, oltre le omelie, la tua biografia di don Giacomo. Raramente si trova una sintesi così acuta e centrata del trentennio ‘70/2010 della storia del nostro movimento. Certi tocchi illuminano magistralmente il senso vero di anni di ricerche, di entusiasmo, di battaglie, […]. Ti sono grato. Un abbraccio a Carmen.

Enzo aveva trovato nelle omelie di don Giacomo Tantardini, oltre che nella biografia, un conforto nel suo dolore. Mi ricordava l’incontro che avevo avuto con Riccardo Bonacina il 18 ottobre 2024 a Milano, a casa sua con la moglie Nicoletta presente. Anche Riccardo, prossimo alla morte, anche lui per un tumore che non lo aveva perdonato, mi aveva confessato di trovare nel libro di don Giacomo un grande conforto.

Di fatto il messaggio di Enzo del 5 febbraio sarà l’ultimo. Mario Veneziano e Pasquino Ricci mi hanno dato notizia del peggioramento. L’ho chiamato sabato 21 marzo. Era contento, felice, di sentirmi. Con voce affaticata mi ha detto: «Che il Signore mi dia la forza, che don Giacomo mi dia la forza…. Un bacio a Carmen. Ciao mio caro amico». Queste le ultime parole. Il 5 aprile gli ho scritto: «Caro Enzo, volevo chiamarti ma ho avuto timore di stancarti. Ti faccio qui gli auguri più cari di Pasqua. A te e a Bernardetta. E ti abbraccio forte». Così mi ha risposto: «Amico caro, infiniti auguri di buona Pasqua. Grazie di tutto».

Venti giorni fa, quando era in grado ancora di fare due passi, ha voluto andare dal gioielliere, vicino a casa, per comprare un anello per Bernardetta. A Pasquino Ricci ha confessato: «Lo voglio fare. Fosse anche l’ultima cosa che faccio». Voleva testimoniarle il suo infinito amore, la gratitudine alla donna che lo aveva amato e assistito fino alla fine. Il suo dono prima del congedo. «Nella vita – afferma Enzo nella sua conferenza su Dante, che risuona come un testamento – c’è anche la morte. Beatrice muore, don Battista muore. Alla mia età so di avere un appuntamento, un appuntamento con quelli che mi hanno lasciato».

Nella sua grande fede non era solo la vita ad essere fatta di incontri, anche la morte lo era. Sperava di poter reincontrare gli amici che lo avevano segnato, coloro che gli avevano rivelato l’abbraccio di Dio. Occorre «accettare di essere abbracciati»: così aveva detto nella sua conferenza per la Newman. Riecheggiava il titolo del volume di don Giacomo: «È bello lasciarsi andare tra le braccia del Figlio di Dio». Era pronto, per quanto è possibile, al congedo. Questo non significava però per lui l’abbandono dei volti amati. Nel Paradiso di Dante nulla va perduto.

Innanzitutto Dante non si butta alle spalle l’amore terreno per Beatrice: la sua vita si è aperta infatti nella sua giovinezza a quell’anticipo di paradiso che è l’accorgersi di essere guardato da qualcuno per una preferenza che rende l’esistere un miracolo di luce e di calore singolare e inesplicabile. Questa esperienza non è l’antefatto destinato all’oblio o all’irrilevanza con cui tante volte l’età matura neutralizza la virulenza di ciò che è stato nel passato di un uomo: Beatrice, il primo amore, non si eclissa dalla memoria del poeta[13].

Nulla va perduto. Non l’amore di coloro che ci amano. Non i loro volti, le loro mani, le loro parole.

Ora che Enzo ci ha lasciati, conserveremo, forte, il ricordo del suo abbraccio, del suo affetto, della sua amicizia. Di questo, commossi, lo ringraziamo.

[1] E. ARNONE, Aguzzare gli occhi al vero. In cammino con Dante, presentazione di G. Pezzini, Itacalibri, Castel Bolognese (Bo) 2021, p. 108.

[2] Cfr. Don Battista Gregori. Dagli anni ‘60 una storia presente, Sansepolcro 2024.

[3] A. SOCALI, GS-CL. Il cuore, la lotta, la fede, Fotocomposizione TPM, Città di Castello 2025.

[4] Interroghiamo Dante (Enzo Arnone) – Associazione Newman (https://www.youtube.com/watch?v=a0YyMry1Yd8&t=1839s).

[5] Cit. in E. ARNONE, Aguzzare gli occhi al vero. In cammino con Dante, cit., p. 77.

[6] A. BEGUIN, lettera a Gustave Roud, 16 agosto 1942, cit. in AA.VV. Saggi e testimonianze su Albert Beguin, Edizioni Cinque Lune, Roma (s.d.), p. 175.

[7] E. ARNONE, Aguzzare gli occhi al vero. In cammino con Dante, cit., p. 100.

[8] G. TANTARDINI, «È bello lasciarsi andare tra le braccia del Figlio di Dio». Omelie a San Lorenzo fuori le Mura (2007-2012), Prefazione di Papa Francesco, a cura di M. Borghesi, Libreria editrice Vaticana, Città del Vaticano 2024.

[9] M. BORGHESI, Il male necessario. L’etica del superuomo nel manicheismo romantico, Orthotes, Salerno 2024.

[10] M. BORGHESI, Enrico Arrigoni. Un “don” nelle favelas di Rio, “Il Sussidiario.net”, 11-01-2025.

[11] M. BORGHESI, Perché Trump attrae consenso tra i cattolici?, intervista a Massimo Borghesi, a cura di C. Cefaloni, “Città Nuova”, 1, gennaio 2025, pp. 44-47.

[12] M. BORGHESI, «È paradossale ma gli Usa che spingono per la pace fanno le veci dell’Europa», Intervista a Massimo Borghesi, “La Verità” (27-03-2025).

[13] E. ARNONE, Aguzzare gli occhi al vero. In cammino con Dante, cit., pp. 93-94.

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