Incontro Rubio–Papa, Borghesi: “Leone XIV si dimostra paziente, oltre che strenuo difensore della pace”

Propongo qui la trascrizione sistemata della video intervista che ho rilasciato a Lorenzo Drigo per IlSussidiario.tv sull’incontro tra il Segretario di Stato americano Marco Rubio e Papa Leone XIV. Il colloquio avviene in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra la Santa Sede e l’amministrazione Trump, segnato dalle tensioni delle ultime settimane sul tema della guerra in Iran e sul ruolo della Chiesa nella difesa della pace. Nel dialogo affrontiamo il significato politico e diplomatico della “pazienza” vaticana, il primo anno di pontificato di Leone XIV, il tema della guerra giusta in Agostino e la trasformazione ideologica delle guerre offensive in presunte guerre “etiche”.

Lorenzo Drigo: Ritorniamo in diretta qui a IlSussidiario TV per analizzare ancora una volta la visita del Segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, in Italia: prima alla Città del Vaticano e poi con il governo italiano. Abbiamo in collegamento Massimo Borghesi, scrittore e docente di Filosofia morale all’Università di Perugia. Ben ritrovato.

Massimo Borghesi: Grazie, buonasera.

Lorenzo Drigo: Professore, l’incontro tra Marco Rubio e Leone XIV è stato raccontato ufficialmente con il linguaggio sobrio della diplomazia vaticana: relazioni bilaterali, pace, crisi internazionali. Ma il contesto era tutt’altro che neutro, soprattutto dopo il clima creatosi in seguito alle dichiarazioni di Trump contro la Santa Sede. In termini filosofico-politici, che cosa significa che la Santa Sede non abbia scelto la rottura, ma abbia accolto il tentativo degli Stati Uniti — e di Rubio in particolare — di ricucire il rapporto?

Massimo Borghesi: Sicuramente lei ha usato un’espressione molto corretta: “linguaggio sobrio”. Del resto, il comunicato della Santa Sede è uscito molte ore dopo il colloquio, quindi è stato evidentemente limato, ponderato e misurato in ogni parola. Lo possiamo anche rileggere. Dice: «È stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America». Poi aggiunge: «Vi è stato uno scambio di vedute sulla situazione internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace». Il termine che ricorre maggiormente è appunto “pace”. Evidentemente questo suona anche come una risposta indiretta a Trump. Per quanto riguarda i rapporti con gli Stati Uniti, colpisce l’espressione “è stato rinnovato”, quasi a indicare che il rapporto si fosse incrinato. Non interrotto, certo, ma incrinato sì. Si è voluto sottolineare anche questo aspetto. Tra l’altro è significativo che l’Osservatore Romano abbia dato all’incontro con Rubio soltanto una piccola evidenza in pagina 3. Anche questo è un segnale. Lei usava la parola “pazienza”. Ecco, la pazienza è un segno di forza da parte della Santa Sede. Pazienza significa avere una linea politica: non rompere i rapporti, attendendo che possano ricostituirsi, ma senza fretta. Si aspetta che l’interlocutore diventi più ragionevole, più assennato. D’altra parte l’impulsività è segno di debolezza. E qui la debolezza l’ha dimostrata ampiamente Trump. Il fatto che gli siano “saltati i nervi” è il segno di una inquietudine profonda, anche alla luce dei risultati pessimi della guerra in Iran. Trump è esploso dopo aver visto i cardinali Cupich, McElroy e Tobin dichiarare apertamente alla CBS che la guerra contro l’Iran non era una guerra giusta. Questo lo ha letteralmente mandato fuori di testa. Da qui le sue uscite contro il Papa, davvero quasi senza precedenti nella storia della diplomazia tra Stati Uniti e Santa Sede. Penso sia la prima volta che un presidente americano utilizza un linguaggio di questo tipo, che ricorda quasi un linguaggio imperiale di altri tempi. Però, facendo così, Trump si è anche bruciato politicamente. Lo ha capito. Ha percepito il rischio, perché gran parte del suo elettorato è cattolico. E con lui si è esposto anche Vance, che ha voluto seguire il Presidente nelle polemiche contro il Papa. Quando Leone XIV era in Africa e parlava in termini molto netti della pace, Vance ha replicato dicendo che i discepoli di Cristo non sono dalla parte di chi brandisce la spada o sgancia bombe, salvo poi aggiungere che Dio era dalla parte degli americani quando liberarono la Francia dai nazisti. Insomma, ha voluto “correggere” il Papa. L’unico che rimane fuori da questo schema è Rubio. Era l’unico interlocutore di alto livello che potesse ancora tentare un dialogo con il Pontefice. Ma aggiungerei una cosa: più che ricucire il rapporto tra Papa e Presidenza americana, Rubio mi sembra stia profilando il proprio futuro politico. Mi pare che già si ragioni in termini di “dopo Trump”. Rubio cerca di ricostruire un rapporto con il Papa pensando anche al proprio domani.

Lorenzo Drigo: Quindi un tentativo di riparare a un passo falso, anche in vista delle prossime elezioni. Professore, oggi ricorre un anno dall’elezione di Leone XIV. Alla luce anche di questa risposta diplomatica, possiamo già tracciare un primo bilancio del pontificato?

Massimo Borghesi: Il bilancio è certamente positivo. All’inizio il Papa è partito un po’ in sordina. Eravamo abituati a Papa Francesco, alle sue uscite forti anche mediaticamente, e dunque molti hanno guardato con perplessità a un pontificato che sembrava procedere lentamente. Poi, però, si è visto emergere sempre più chiaramente il volto di Papa Prevost. Lui stesso aveva detto: “Devo imparare a fare il Papa”. E direi che lo sta imparando molto bene. Paradossalmente, proprio il contrasto con Trump ha consentito a Leone XIV di uscire allo scoperto, di delineare con chiarezza il volto della Chiesa cattolica in tutta la sua profondità. E questo non è stato gradito da tutti. Molti avevano immaginato un Papa più filoamericano, più in linea con un certo occidentalismo ideologico. Ora sono delusi e non sanno come correggere il tiro. Dal mio punto di vista sta emergendo la figura di un grande Papa.

Lorenzo Drigo: Rubio ha sostenuto che non riesce a capire come qualcuno come il Papa possa ritenere saggio che l’Iran abbia un’arma nucleare. Ma Leone XIV non ha mai difeso il nucleare iraniano: ha ribadito il rifiuto cristiano delle armi nucleari e la necessità di dire la verità. Qui si tocca un nodo morale decisivo: che cosa accade quando il potere politico trasforma una posizione etica universale in una caricatura utile alla battaglia politica?

Massimo Borghesi: A rigore, non è Rubio che ha detto questo al Papa. È il messaggio che Trump ha affidato a Rubio. Non sappiamo poi in quali termini Rubio si sia espresso davvero nel colloquio con Leone XIV. Quanto alla trasformazione di una posizione particolare in una posizione apparentemente universale, questo ha un nome preciso: ideologia. L’ideologia nasce quando una posizione interessata viene presentata come se coincidesse con il bene di tutti. È ciò che oggi accade largamente. Lo sforzo del Presidente americano è accreditare la sua guerra contro l’Iran come se fosse nell’interesse dell’intero Occidente. Ma non è così. Ed è anche per questo che Trump si è irritato verso la NATO, che peraltro non era nemmeno stata consultata. Questa guerra è stata voluta sostanzialmente da un solo Paese: Israele, cioè Netanyahu. E non ha convinto nessuno. Perfino il mondo MAGA è in larga parte contrario. Trump aveva promesso di non coinvolgere più gli Stati Uniti in guerre esterne, e ora sta smentendo quella promessa. L’Europa, i Paesi arabi, la Russia e la Cina sono contrari a questa guerra. Vorrei ricordare anche un fatto spesso dimenticato: fu proprio Trump, nel maggio del 2018, a ritirarsi dall’accordo sul nucleare iraniano. Oggi Trump accusa l’Iran di aver proseguito il riarmo nucleare, ma è stato lui stesso ad affossare un accordo che funzionava molto bene. Lo aveva detto chiaramente anche Federica Mogherini, allora Alto rappresentante dell’Unione Europea, basandosi sui dati dell’Agenzia ONU per l’energia atomica. Quindi il primo responsabile dell’ipotetico riarmo nucleare iraniano è proprio Trump. Ma questo viene raramente ricordato.

Lorenzo Drigo: Nelle ultime settimane esponenti dell’amministrazione americana hanno richiamato Agostino e la dottrina della guerra giusta. Da filosofo morale le chiedo: la tradizione cristiana della guerra giusta nasce per autorizzare il potere a combattere o prima di tutto per limitarlo?

Massimo Borghesi: Qui si fa molta retorica. Sono colpito da questi improvvisati “agostiniani”: con un Papa agostiniano improvvisamente spuntano esperti di Agostino ovunque. In Agostino il valore supremo che rende possibile la collaborazione tra la città di Dio e la città terrena è la pace. È la pace il punto di concordia tra le due città. C’è poi un particolare significativo. Quando Agostino commenta l’editto di Caracalla del 212 d.C., con cui veniva concessa la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi dell’impero, afferma che si tratta di un risultato straordinario. Ma aggiunge: sarebbe stato meglio arrivarci senza massacri e spargimenti di sangue. Questo fa capire bene quale fosse il suo giudizio sulla guerra. Comunque, per la dottrina sociale della Chiesa, la sola guerra giusta è la guerra difensiva. La Chiesa non è pacifista in senso assoluto: ammette la guerra di difesa. Ma le guerre offensive, anche quando vengono presentate come nobili, non sono guerre giuste. La guerra del 2003 contro l’Iraq di Saddam Hussein non era una guerra giusta, nonostante Saddam fosse dipinto come una minaccia globale. Si è poi visto che molte delle accuse erano infondate. In quell’occasione Giovanni Paolo II si schierò apertamente contro Bush. E ricordo che allora molti cattolici erano contro il Papa. Poi si vide che Giovanni Paolo II aveva perfettamente ragione: fu una guerra disastrosa. La guerra preventiva è una guerra offensiva, e dunque non è una guerra giusta.

Lorenzo Drigo: Un film già visto, dunque, Professore. E non siamo di fronte a una guerra difensiva, ma a qualcosa di molto diverso. Ringrazio ancora Massimo Borghesi, docente di Filosofia morale all’Università di Perugia, scrittore e saggista.

Massimo Borghesi: Grazie a voi, arrivederci.

 

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